Gazzetta di Reggio

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«I cibi di tutto il mondo non valgono l’erbazzone» 

di Luigi Vinceti
«I cibi di tutto il mondo non valgono l’erbazzone» 

Rientrata a Reggio la delegazione di Unimore del Food Innovation Program Il docente Vignoli: «Le mani delle rezdore battono ancora quelle dei robot»

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REGGIO EMILIA. È rientrata dal giro del mondo la formazione di studiosi del cibo partita due mesi fa per confrontare le nostri abitudini alimentari con quelle di tutto il pianeta.
La delegazione, patrocinata dal Ministero degli Affari esteri e cooperazione internazionale, era guidata da docenti universitari di Unimore e del Future Institute di Bologna e di Palo Alto. Era composta da 14 allievi impegnati nel master Food Innovation Program. «A fine mese presenteremo i risultati della nostra ricerca – anticipa il docente, nostro concittadino, Matteo Vignoli – ora posso dirvi solo che, malgrado le mille meraviglie incontrate, abbiamo spesso sentito voglia di assaggiare un po’ di erbazzone».
Il progetto, partito proprio dalla nostra città, in particolare da quella Officucina (un luogo a metà fra la cucina e l’officina che si può notare a lato dell’ingresso dei Musei civici reggiani in via Nobili), ha fatto sosta in Olanda (Wageningen, Maastricht e Amsterdam) poi negli Stati Uniti (Boston, New York, Davis San Francisco e nella Silicon Valley) quindi in Giappone (Kyoto) e Corea (Seul), Cina (Shanghai) e Singapore. In seguito ci sarà un’appendice a Londra e Tel Aviv.
Sin da ora si possono però trarre le prime interessanti annotazioni. «Innanzi tutto che il cibo locale, senza pesticidi – sottolinea Mattioli – è il migliore anche perché sfugge alle scelte di alcune multinazionali che non sempre hanno a cuore la nostra salute. Certo è che attraverso il cibo si va alla scoperta di culture e persone diverse e ci si accorge che l’innovazione sta cambiando anche il modo di alimentarsi. Abbiamo incontrato gruppi di ambasciatori, esperti di cucina. La nuova sfida che si apre al mondo è quella di alimentare le generazioni future in un pianeta che è sempre più popolato».
Le scoperte e le conferme più interessanti? «In primo luogo che a tavola si integrano culture e tradizioni. Noi abbiamo guardato il tutto con occhi diversi e riportiamo a Reggio un bagaglio di competenze nuove che saranno indubbiamente utili per soddisfare una cucina multietnica. Ogni nostro studente ha messo a frutto il proprio sapere. Ricordo che i 14 studenti in viaggio sono originari di diverse nazioni europee, asiatiche, americane. C’è chi ha studiato il colore della carne, chi gli aromi del vino (con noi c’era quello delle Cantine Riunite), chi ha sperimentato il lavoro in cucina come vera e propria trasmissione di un’arte». Esiste però un concetto principe che prevale sugli altri.
«Gli “eroi” delle nuove generazioni sono gli agricoltori, coloro che si dedicano alla produzione degli alimenti. Un tempo si invitavano i giovani a lasciare la campagna per la città; ora c’è un ritorno ai campi, alle coltivazioni naturali, semplici, necessarie per la salute. Non a caso anche nei grandi centri abitati rinascono gli orti, Reggio ne è un esempio, talvolta sui tetti delle case; accade anche a New York. E che le mani delle cuoche, le rezdore, per il momento sono più abili di quelle dei robot».

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