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Reggio Emilia, ecco il "sistema dell’elemosina" in città

Leonardo Grilli
Reggio Emilia, ecco il "sistema dell’elemosina" in città

Durante il mercato del martedì abbiamo “censito” i mendicanti, scoprendone una dozzina con una rigida struttura di spartizione del territorio

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REGGIO EMILIA. Martedì è giorno di mercato. E come sempre anche ieri le piazze e le strade del centro città si sono riempite di bancarelle colme di merce di ogni tipo, pronte ad accogliere centinaia di reggiani nonostante il clima non favorevole.

Una folla di persone, decise a comprare qualcosa per la casa o solo a fare una passeggiata, che ha attirato anche i mendicanti. Uomini e donne di ogni età e nazionalità che, in modo più o meno discreto, hanno chiesto ai passanti qualche euro nei punti “strategici” e più frequentati della città.

Una situazione che si ripete sempre uguale da tempo e così, al di là di ogni polemica e senza nessuno scopo inquisitorio, abbiamo deciso di andare a controllare di persona come funziona il “sistema dell’elemosina” a Reggio Emilia. Perché, di fatto, proprio di un sistema si tratta.

Con le sue regole di non belligeranza fra le varie etnie, una spartizione rigida dei territori e l’uso di sentinelle per avvertire l’eventuale arrivo di forze dell’ordine. Il racconto di questo spaccato di vita cittadina comincia in piazza Prampolini, cuore pulsante del centro storico.

E, nonostante il mercato si sia trasferito in piazza della Vittoria per permettere i lavori sulla pavimentazione, i mendicanti “storici” sono sempre qui, in una sorta di rigido rispetto della loro zona di competenza. Si tratta di tre o quattro (a seconda dei turni) persone di origine rumena che chiedono l’elemosina sulle scalinate del duomo.

La chiesa “appartiene” a loro nell’intero perimetro, fino allo Stradone del Vescovado, ormai da anni e sono i più difficili con cui parlare. Non appena ci avviciniamo si rifugiano immediatamente all’interno del duomo, senza darci nemmeno la possibilità di rivolgere loro una domanda.

Sempre in piazza, poi, veniamo fermati da un ragazzo di giovane età. Suona un piccolo pianoforte a fiato e ci chiede qualche euro per mangiare. «Ho 15 anni – ci racconta gioviale – io e la mia famiglia veniamo dalla Romania e siamo venuti qui oggi da Trento. Dormiamo in macchia fuori città e siamo in undici».

Gli altri dieci sono sparsi per la città con vari strumenti musicali e, ci spiega il ragazzo, riescono a guadagnare circa 10 o 15 euro al giorno cadauno. Sono la “novità” fra i mendicanti del mercato, ma stanno attenti a non invadere la zona di competenza altrui. Come, ad esempio, i vicinissimi Portici di Broletto. Qui un uomo di origini africane aspetta con il cappello in mano che qualcuno gli lasci un po’ di monete.

Salvo poi, alla vista di un paio di carabinieri in divisa, rimetterselo in testa, controllare i movimenti dei militari e scrivere frettolosamente un messaggio su un vecchio cellulare. Anche lui, di fronte alle domande, si dilegua in fretta. La scia di africani con il cappello in mano è quella più diffusa in città, posizionati nelle strade e negli incroci più trafficati.

Ne incontriamo un altro in via del Cristo e, poco dopo, un terzo in piazza Fontanesi proprio mentre, fiori in mano, prova con un «Ciao bella» a ottenere qualche euro da una ragazza. Ma, quando proviamo a chiedergli da dove venga e qualcosa sul suo conto, scappa.

Un comportamento comune anche in zona Stazione e che dà la sensazione non della vergogna ma, piuttosto, della paura di qualche punizione per aver detto qualcosa di troppo. Uno più loquace invece è un giovane nigeriano che, cappello in mano, incrociamo in via Navona. «Sono a Reggio da tre anni – spiega riluttante – e per vivere chiedo l’elemosina da uno. Capi? No non ne abbiamo, i soldi me li tengo io».

Il nostro racconto si interrompe assieme al mercato, in piazza della Vittoria. Anche qui due nordafricani si sono spartiti la zona. Uno aspetta vicino alla fontana, l’altro sotto la Galleria Cavour.

Nel nostro giro fra i mendicanti del centro storico reggiano poi, c’è una categoria che ci ha lasciato alquanto perplessi. Si tratta dei “venditori di aglio” a un euro che occupano quasi quotidianamente i Portici di Broletto, piazza San Prospero e piazza Fontanesi. Chiunque sia passato per quelle zone della città almeno una volta nell’ultimo anno non ha potuto non notarli.

E così anche noi, incuriositi, abbiamo provato a capirne di più parlando direttamente con loro. Il primo che fermiamo è proprio nei pressi di piazza Prampolini: «Una testa d’aglio costa un euro – ci spiega – le compriamo da un camion che le porta direttamente dalla Sicilia e poi le rivendiamo. Da dove vengo? Dal Pakistan, come gli altri». Ma, quando proviamo a chiedere se siano organizzati in una struttura e debbano dividere i guadagni con un capo, il venditore si fa improvvisamente sospettoso e ci scaccia, spiegando anche al suo collega di non parlare con noi perché «sono giornalisti».

Più loquace invece un terzo pakistano in piazza Fontanesi: «Compriamo una scorta di aglio a 4,50 euro per poi rivenderlo separato a un euro. Un capo? No no, non c’è». Ma, mentre nega, ride con quella smorfia tipica di chi sa di aver detto una menzogna.

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