«Con la riforma processi ancora più lunghi»
La Camera penale reggiana annuncia un’altra settimana di sciopero ad aprile contro il Ddl
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REGGIO EMILIA. La mobilitazione dei penalisti reggiani e italiani contro il Ddl sul processo penale non si ferma.
Mentre è in corso la settimana di astensione dalle udienze, le toghe annunciano altri giorni di sciopero dal 10 al 14 aprile e in caso di passaggio del Ddl anche alla Camera sono pronti a prolungare di un anno lo stato d’agitazione.
Perché una presa di posizione così dura? Noris Bucchi, Nicola Tria e Maurizio Colotto, rispettivamente presidente, vicepresidente e tesoriere della Camera penale di Reggio, spiegano le ragioni della protesta. «La riforma, al contrario di quello che comporta un drastico allungamento della durata dei processi. Raddoppiare il periodo di prescrizione dei reati significa che la procura e i giudici avranno il doppio del tempo per indagare e giudicare e inevitabilmente i tempi si dilateranno. Questo vuol dire che la vittima di un reato dovrà aspettare ancora più tempo per ottenere giustizia ed eventualmente un risarcimento».
Il problema riguarda ovviamente anche gli imputati, innocenti o colpevoli che siano. «Condannare una persona dopo molti anni dalla commissione di un fatto non risponde certamente alla funzione educativa che la pena deve avere». I penalisti si oppongono anche al fatto che il Ddl amplia la partecipazione a distanza al processo degli imputati, come avviene ora per i boss mafiosi. «Una norma che mortifica la dignità dell’imputato e viola fondamentali principi convenzionali e costituzionali, comprimendo i diritti e le garanzie degli imputati detenuti. Infatti assistere a distanza a un processo non è la stessa cosa che essere in aula».
Il primo elemento di critica che le toghe rivolgono al governo è quello di aver sottratto questo argomento alla discussione del Parlamento. «Non si era mai verificato che su una legge di riforma in materia penale, così complessa e articolata, che incide in profondità sui principi del giusto processo e su fondamentali istituti del diritto sostanziale, venisse posta la fiducia. Sottrarre il Ddl al confronto e alla discussione del Parlamento costituisce una gravissima lesione di fronte alla quale i penalisti italiani non intendono tacere».
Mentre è in corso la settimana di astensione dalle udienze, le toghe annunciano altri giorni di sciopero dal 10 al 14 aprile e in caso di passaggio del Ddl anche alla Camera sono pronti a prolungare di un anno lo stato d’agitazione.
Perché una presa di posizione così dura? Noris Bucchi, Nicola Tria e Maurizio Colotto, rispettivamente presidente, vicepresidente e tesoriere della Camera penale di Reggio, spiegano le ragioni della protesta. «La riforma, al contrario di quello che comporta un drastico allungamento della durata dei processi. Raddoppiare il periodo di prescrizione dei reati significa che la procura e i giudici avranno il doppio del tempo per indagare e giudicare e inevitabilmente i tempi si dilateranno. Questo vuol dire che la vittima di un reato dovrà aspettare ancora più tempo per ottenere giustizia ed eventualmente un risarcimento».
Il problema riguarda ovviamente anche gli imputati, innocenti o colpevoli che siano. «Condannare una persona dopo molti anni dalla commissione di un fatto non risponde certamente alla funzione educativa che la pena deve avere». I penalisti si oppongono anche al fatto che il Ddl amplia la partecipazione a distanza al processo degli imputati, come avviene ora per i boss mafiosi. «Una norma che mortifica la dignità dell’imputato e viola fondamentali principi convenzionali e costituzionali, comprimendo i diritti e le garanzie degli imputati detenuti. Infatti assistere a distanza a un processo non è la stessa cosa che essere in aula».
Il primo elemento di critica che le toghe rivolgono al governo è quello di aver sottratto questo argomento alla discussione del Parlamento. «Non si era mai verificato che su una legge di riforma in materia penale, così complessa e articolata, che incide in profondità sui principi del giusto processo e su fondamentali istituti del diritto sostanziale, venisse posta la fiducia. Sottrarre il Ddl al confronto e alla discussione del Parlamento costituisce una gravissima lesione di fronte alla quale i penalisti italiani non intendono tacere».
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