Strage di Guastalla, il padre sopravvissuto: «Preferivo morire anch’io in quel rogo»
Francesco Mango, 58 anni, fa il volontario a Calerno. «Non m’importa della condanna, ho già la mia pena. Fino a sei mesi fa mi stordivo con i farmaci»
SANT’ILARIO D’ENZA. «Se esistesse un Dio, sarei morto anch’io in quel rogo. Invece sono qui. E sono un vigliacco, perché non ho nemmeno la forza di suicidarmi». Francesco Mango, 58 anni, è l’unico sopravvissuto all’esplosione del banchetto di rosticceria avvenuto il 9 marzo 2013 in piazza Repubblica a Guastalla, dove morirono la moglie Teresa Montagna di 49 anni, la figlia Rossana, 27, e la cognata Bianca Maria Montagna, 43.
Undici persone restarono ferite, di cui 5 in modo grave. Mango è l’unico imputato nel processo in corso per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e incendio colposo.
Felpa e cappellino in testa, Mango ieri mattina era in via Edison a Calerno, nella sede dell’associazione Azione Solidale, dove fa il volontario tre volte a settimana. Si stenta a riconoscerlo, rispetto alle fotografie di 4 anni fa: è dimagrito di almeno 20 chili.
«All’epoca il lavoro e la famiglia andavano bene, ero felice. E non me ne rendevo conto». Mango non ha mai fornito la sua versione dei fatti all’opinione pubblica. Ora che il tempo è passato, ha voglia di raccontare. Ma la voce si incrina più volte, gli occhi lucidi sconfinano nel pianto, ed è costretto a tirar fuori il fazzoletto.
Tutto è cambiato in quei pochi tremendi secondi, con il boato che trasformò la piazza del mercato in uno scenario da strage, cambiando per sempre l’esistenza di Mango.
Si ricorda l’esplosione?
«Quella scena ce l’ho sempre davanti agli occhi, ogni minuto. Io ero davanti allo spiedo; mia moglie e mia figlia a uno o due metri di distanza, nell’angolo dove si fermavano a parlare se non c’erano clienti. E quello era un momento di pausa: accadeva di rado, al sabato c’era sempre la ressa. Se loro fossero state a servire vicino al bancone, probabilmente si sarebbero salvate, perché la fiammata partì proprio da quell’angolo».
Ci pensa spesso?
«Anche poco fa, al cellulare, parlando con un conoscente dell’accaduto, ho pianto. Eravamo una famiglia perfetta. Tra l’altro, con mia moglie non è che ci vedessimo solo la sera, come accade in tante coppie. Lavoravamo insieme. Lavoravamo molto, troppo. Uscivamo insieme, eravamo inseparabili. Ancor più forte è il dolore per mia figlia Rossana. Era splendida. Studiava da avvocato, aveva una vita davanti. Veniva ad aiutarci solo al sabato per rilassarsi dallo studio; diceva che le piaceva stare in mezzo alla gente. Se solo quel giorno non fosse venuta… Come può un padre sopravvivere alla morte della figlia di 27 anni? Se potessi prendere il suo posto in cielo, lo farei».
Lei ora dove vive?
«Nella stessa villetta all’ingresso di Sant’Ilario. Da solo. Sono originario della Basilicata, i miei genitori sono deceduti, i parenti lontani. A Sant’Ilario risiedono i congiunti di mia moglie e mio cognato».
Non ha rapporti con loro?
«Non mi rivolgono la parola, incolpano me dell’accaduto. Li capisco. I giornali mi hanno dipinto come l’assassino della famiglia, e in ogni caso io sono vivo; posso rifarmi una vita. Ma non è così. Non ho mai fatto male a nessuno di mia volontà. E questa non è vita. Semmai, sopravvivenza».
Al di là del procedimento giudiziario, che farà il suo corso, lei si ritiene colpevole?
«Ho sbagliato comunque. Se avessi installato un rilevatore di gas, avrebbe suonato, ci saremmo accorti del pericolo e non ci sarebbero state vittime. Semplice, no? Con il senno di poi, è facile. Del resto, non mi importa se mi condannano; sto già espiando la mia pena».
La pena morale e personale è più pesante di una sentenza del giudice?
«Esatto. Se quel giorno fossimo morti tutti, sarebbe stato preferibile».
Lei è stato a lungo in ospedale. Qual è stato il momento peggiore? Quando glielo hanno detto?
«Il momento peggiore è stato sei mesi fa, quando il dottore mi ha ridotto e tolto i farmaci. Prima mi imbottivo di medicinali, che mi stordivano. Così riuscivo a non pensare, ero tranquillo. Ora, a parte qualche pillola che è l’unico modo per dormire, niente farmaci: erano una grande consolazione. Ho smesso anche di andare dallo psicologo».
Perché? Il supporto psicologico è importante.
«E’ inutile girarci intorno: non è un divorzio, sono morte tre persone. Con questo dolore e con il senso di colpa dovrò convivere per sempre».
Chi l’ha aiutata in questi quattro anni?
«Nessuno. Sono solo. Tutti mi hanno abbandonato. Il Comune di Sant’Ilario non ha fatto nulla per me. Solo il fidanzato di mia figlia mi è stato di supporto; i primi tempi mi portava la cena pronta. Ora mi sostengono le persone di Azione Solidale: mi fanno uscire di casa, mi fanno le battute “ti verremo a trovare in prigione”, cercano di farmi sorridere. Non ho parole per ringraziarli».
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