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la deposizione di daniel tufa 

«Troppe botte per costituirmi» Il giudice: «Un’idea non logica»

«Troppe botte per costituirmi» Il giudice: «Un’idea non logica»

QUATTRO CASTELLA. Dice di averle solo prese nel monolocale – in quella tragica serata – sia da Marco Montruccoli («Mi ha dato subito una testata, poi mentre ero a terra ginocchiate e calci, ho...

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QUATTRO CASTELLA. Dice di averle solo prese nel monolocale – in quella tragica serata – sia da Marco Montruccoli («Mi ha dato subito una testata, poi mentre ero a terra ginocchiate e calci, ho sputato i pezzi di tre denti, ero pieno di sangue, mi era uscito un osso della fronte») sia dal fratello Matteo quando ha cercato di togliergli il machete, poi è svenuto.
Nella lunga testimonianza di ieri il 28enne Daniel Tufa – sotto processo con l’amico Fatmir Hykay detto “Miri” – ha risposto spesso piccato, alzando la voce, alle domande a raffica del pm Maria Rita Pantani, finendo per essere ripreso più volte dalla Corte («Si calmi e non faccia proclami»). Avendo perso i sensi sul letto, di coltellate mortali a Marco Montruccoli rimarca più volte di non averne viste e nemmeno quelle inferte al fratello Matteo. Ha solo un ricordo nitido: «Quando mi sono ripreso ho sentito Miri a terra che chiedeva aiuto: aveva sopra Matteo. Con le poche forze che mi erano rimaste ho colpito Matteo con la gamba di legno di un tavolo che ho trovato sul pavimento. C’era anche il machete, ma ho scelto quel pezzo di legno perché non volevo fare del male ad un amico. Non ho visto Marco morto». Poi parla della fuga con l’auto di un familiare di Hykay – prima in Belgio e poi in Germania – tenendosi in contatto telefonico con il padre. «Avevo il viso tumefatto e solo quando mi sono ripreso ho pensato di costituirmi, tutti e due volevamo costituirci. E ho detto a mio padre di prendere un avvocato». Arriverà prima la polizia tedesca che arresta i due latitanti. Ma quest’ultima risposta non convince il presidente Dario De Luca: «Secondo logica, uno va dalla polizia quando ha i segni addosso di quanto accaduto, non dopo». Tufa risponde così: «Avevo ancora la paura addosso e temevamo la vendetta di Montruccoli».
Per l’accusa la droga è il movente di questo fatto di sangue, ma l’imputato dice invece che doveva 15mila euro a Matteo («Un prestito usato per lo più per curare mia madre malata di tumore e poi morta»). Il pm gli elenca tutti i controlli in cui negli anni era incappato, sempre in compagnia di persone inguaite per spaccio di droga, facendogli nomi e cognomi: «Non lo sapevo, ero al corrente solo che uno di quelli si drogava». (t.s.)

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