Sulle tracce dei reggiani che dissero no alla guerra
di Adriano Arati
Si è chiusa l’edizione 2017 dell’esperienza di studio organizzata da Istoreco Le storie degli ottomila militari di Reggio deportati per non aver aderito alla Rsi
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REGGIO EMILIA. Un’intera provincia coinvolta, famiglie e scuole dall’Appennino al Po, dal liceo al professionale. Ragazze e ragazzi in esplorazione in una delle città più vitali del mondo, un tempo capitale del nazismo, luogo di dolore come di modernità, propaganda e riflessione. Tornano a casa da Berlino con tante storie e tante emozioni da macinare e da elaborare, i mille e cento studenti delle scuole superiori di Reggio Emilia coinvolti nell’edizione 2017 del Viaggio della Memoria organizzato da Istoreco e come sempre raccontato dalla Gazzetta con il diario cartaceo e online.
È uno dei viaggi più solidi a livello nazionale e uno dei principali per capacità di coinvolgimento: tutte le scuole superiori hanno partecipato, e per il sesto anno di fila le presenze sono sopra al migliaio. Senza contare che i principali sponsor del Viaggio sono proprio i reggiani: in momenti di difficoltà del mondo economico, oltre l’80% dei costi è pagato dalle famiglie, testimonianza di un interesse forte per il progetto.
LA META. Nel 2017 il fulcro del Viaggio era Berlino, non vista solo come centro del potere e della comunicazione nazista, ma anche come luogo di resistenze. Resistenze che spesso non sono state riconosciute: nel 2017 il lavoro di Istoreco si è infatti concentrato sugli Imi, i deportati militari italiani, oltre 600mila soldati che dopo l’armistizio non accettarono di arruolarsi nelle Ss italiane, prima, e nella Rsi, dopo. Non volevano più combattere, e pagarono prezzi altissimi, con la deportazione, anni di lavori forzati e di schiavitù uniti a maltrattamenti e disprezzo. Loro non erano solo “schiavi”, erano i traditori di Badoglio. Il cammino di avvicinamento al Viaggio ha visto quindi varie tappe. Un ciclo di incontri in ogni singola classe, con approfondimenti storici sulla guerra e sugli Imi, per iniziare.
LE PIETRE. A Reggio Emilia sono poi state posate quindici nuove pietre d’inciampo, alla presenza dell’ideatore del monumento Gunter Demnig, e molte di queste sono dedicate a Imi o a deportati civili morti in prigionia. Nel gennaio 2017, poi, nella sinagoga cittadina è stata organizzata la mostra “I soldati che dissero No”, incentrata sulle vicende dei quasi 8mila Imi reggiani, fra testimonianze e ricostruzioni postume. L’ultimo atto prima del Viaggio ha visto invece come graditissima ospite Mirella Stanzione, una delle pochissime italiane sopravvissute alla detenzione a Ravensbruck, il principale campo di concentramento nazista, costruito a nord di Berlino. La Stanzione ha incontrato tutti i futuri viaggiatori in un bellissimo incontro al teatro Valli, dove ha raccontato la sua esperienza di giovane deportata assieme alla madre, catturata come ostaggio per stanare il padre e i fratelli, componenti della resistenza a Spezia.
I CAMPI. Il Viaggio vero e proprio ha poi portato a Ravensbruck e a un altro campo dall’enorme valore, Sachsenhausen, un lager aperto nel 1936, nei giorni delle Olimpiadi, spesso indicato come modello per il sistema concentrazionario tedesco. Fra i momenti più apprezzati, quelli allo Stadio Olimpico, perfetto esempio della visione e dell’abilità propagandistica del nazismo.
RESISTENZA. Non poteva poi mancare la resistenza. Quella passiva degli Imi italiani, con tantissime classi a conoscere il memoriale ai deportati di Schoneweide, ex campo di lavoro nel bel mezzo di un quartiere operaio berlinese. E quella interna. Berlino ospita un curatissimo Museo della Resistenza che ricorda tutte le opposizioni a Hitler e al nazismo, dai primi tentativi degli anni ’20 alla nascita dell’Orchestra Rossa, dall’attentato solitario del coraggioso operaio comunista Georg Elser alla ben più celebrata Operazione Valchiria. Un programma che ha portato anche in altri luoghi simbolo, come la fabbrica di Papa Weidt, dove un imprenditore tedesco salvò tanti bimbi disabili di origine ebraica. Senza contare gli apprezzatissimi affondi sulla storia del Muro e nello splendido museo ebraico realizzato da Daniel Libeskind. Privilegi garantiti da una città in continua evoluzione chiamata Berlino.
CONFRONTO. L’ultimo atto, chiusura del cerchio, vedeva le varie classi della settimana ritrovarsi per una volta insieme in un momento di confronto in cui chiunque poteva parlare delle proprie emozioni. C’è chi letto, chi ha improvvisato, chi ha cantato. Tutti lo hanno fatto in un boschetto a Treuenbrietzen, nella campagna al sud di Berlino, nei resti di una cava di sabbia che durante la guerra ha ospitato una fabbrica. Lì lavoravano tanti Imi italiani e solo loro vennero uccisi il 23 aprile 1945. I nazisti ormai scacciati tornarono al campo per vendicarsi dei “traditori” italiani. Li separarono dagli altri prigionieri e li fucilarono. Erano 131 ragazzi, solo 4 sopravvissero, salvati dai corpi dei compagni. Fra i 127 caduti un reggiano dal nome inequivocabile, Allenin Barbieri. A Cadelbosco, dove ha vissuto libero per l’ultima volta, ora c’è una pietra d’inciampo a suo nome. Un cerchio che si chiude, per molti versi, dalla nostra storia reggiana alla storia dell’Europa e del mondo. La commemorazione è stata anche un’occasione per un “gemellaggio” informale ma molto intenso. A ogni cerimonia hanno preso parte il sindaco e diversi abitanti di Treuenbrietzen, fra cui un anziano insegnante di storia che, bambino, ricorda chiaramente il periodo della fabbrica e delle fucilazioni. Un altro legame reggiano-tedesco. Albinea è gemellata con la municipalità berlinese di Treptow grazie al sacrificio di alcuni disertori tedeschi nel 1944; Castelnovo Monti sta costruendo un legame con Kahla, il luogo dove centinaia di montanari finirono deportati. E ora Treuenbrietzen, un’amicizia che unisce nel nome del giovane Allenin.
IL FUTURO. Il viaggio non si è ancora fermato e già iniziano i lavori per l’edizione 2018, che porterà a Cracovia e Auschwitz. L’ultima tappa ufficiale è in programma il 10 e l’11 aprile al teatro Ariosto. In due turni, tutti i viaggiatori potranno ascoltare le testimonianze di due resistenti reggiani, per chiudere un altro cerchio in vista del 25 aprile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È uno dei viaggi più solidi a livello nazionale e uno dei principali per capacità di coinvolgimento: tutte le scuole superiori hanno partecipato, e per il sesto anno di fila le presenze sono sopra al migliaio. Senza contare che i principali sponsor del Viaggio sono proprio i reggiani: in momenti di difficoltà del mondo economico, oltre l’80% dei costi è pagato dalle famiglie, testimonianza di un interesse forte per il progetto.
LA META. Nel 2017 il fulcro del Viaggio era Berlino, non vista solo come centro del potere e della comunicazione nazista, ma anche come luogo di resistenze. Resistenze che spesso non sono state riconosciute: nel 2017 il lavoro di Istoreco si è infatti concentrato sugli Imi, i deportati militari italiani, oltre 600mila soldati che dopo l’armistizio non accettarono di arruolarsi nelle Ss italiane, prima, e nella Rsi, dopo. Non volevano più combattere, e pagarono prezzi altissimi, con la deportazione, anni di lavori forzati e di schiavitù uniti a maltrattamenti e disprezzo. Loro non erano solo “schiavi”, erano i traditori di Badoglio. Il cammino di avvicinamento al Viaggio ha visto quindi varie tappe. Un ciclo di incontri in ogni singola classe, con approfondimenti storici sulla guerra e sugli Imi, per iniziare.
LE PIETRE. A Reggio Emilia sono poi state posate quindici nuove pietre d’inciampo, alla presenza dell’ideatore del monumento Gunter Demnig, e molte di queste sono dedicate a Imi o a deportati civili morti in prigionia. Nel gennaio 2017, poi, nella sinagoga cittadina è stata organizzata la mostra “I soldati che dissero No”, incentrata sulle vicende dei quasi 8mila Imi reggiani, fra testimonianze e ricostruzioni postume. L’ultimo atto prima del Viaggio ha visto invece come graditissima ospite Mirella Stanzione, una delle pochissime italiane sopravvissute alla detenzione a Ravensbruck, il principale campo di concentramento nazista, costruito a nord di Berlino. La Stanzione ha incontrato tutti i futuri viaggiatori in un bellissimo incontro al teatro Valli, dove ha raccontato la sua esperienza di giovane deportata assieme alla madre, catturata come ostaggio per stanare il padre e i fratelli, componenti della resistenza a Spezia.
I CAMPI. Il Viaggio vero e proprio ha poi portato a Ravensbruck e a un altro campo dall’enorme valore, Sachsenhausen, un lager aperto nel 1936, nei giorni delle Olimpiadi, spesso indicato come modello per il sistema concentrazionario tedesco. Fra i momenti più apprezzati, quelli allo Stadio Olimpico, perfetto esempio della visione e dell’abilità propagandistica del nazismo.
RESISTENZA. Non poteva poi mancare la resistenza. Quella passiva degli Imi italiani, con tantissime classi a conoscere il memoriale ai deportati di Schoneweide, ex campo di lavoro nel bel mezzo di un quartiere operaio berlinese. E quella interna. Berlino ospita un curatissimo Museo della Resistenza che ricorda tutte le opposizioni a Hitler e al nazismo, dai primi tentativi degli anni ’20 alla nascita dell’Orchestra Rossa, dall’attentato solitario del coraggioso operaio comunista Georg Elser alla ben più celebrata Operazione Valchiria. Un programma che ha portato anche in altri luoghi simbolo, come la fabbrica di Papa Weidt, dove un imprenditore tedesco salvò tanti bimbi disabili di origine ebraica. Senza contare gli apprezzatissimi affondi sulla storia del Muro e nello splendido museo ebraico realizzato da Daniel Libeskind. Privilegi garantiti da una città in continua evoluzione chiamata Berlino.
CONFRONTO. L’ultimo atto, chiusura del cerchio, vedeva le varie classi della settimana ritrovarsi per una volta insieme in un momento di confronto in cui chiunque poteva parlare delle proprie emozioni. C’è chi letto, chi ha improvvisato, chi ha cantato. Tutti lo hanno fatto in un boschetto a Treuenbrietzen, nella campagna al sud di Berlino, nei resti di una cava di sabbia che durante la guerra ha ospitato una fabbrica. Lì lavoravano tanti Imi italiani e solo loro vennero uccisi il 23 aprile 1945. I nazisti ormai scacciati tornarono al campo per vendicarsi dei “traditori” italiani. Li separarono dagli altri prigionieri e li fucilarono. Erano 131 ragazzi, solo 4 sopravvissero, salvati dai corpi dei compagni. Fra i 127 caduti un reggiano dal nome inequivocabile, Allenin Barbieri. A Cadelbosco, dove ha vissuto libero per l’ultima volta, ora c’è una pietra d’inciampo a suo nome. Un cerchio che si chiude, per molti versi, dalla nostra storia reggiana alla storia dell’Europa e del mondo. La commemorazione è stata anche un’occasione per un “gemellaggio” informale ma molto intenso. A ogni cerimonia hanno preso parte il sindaco e diversi abitanti di Treuenbrietzen, fra cui un anziano insegnante di storia che, bambino, ricorda chiaramente il periodo della fabbrica e delle fucilazioni. Un altro legame reggiano-tedesco. Albinea è gemellata con la municipalità berlinese di Treptow grazie al sacrificio di alcuni disertori tedeschi nel 1944; Castelnovo Monti sta costruendo un legame con Kahla, il luogo dove centinaia di montanari finirono deportati. E ora Treuenbrietzen, un’amicizia che unisce nel nome del giovane Allenin.
IL FUTURO. Il viaggio non si è ancora fermato e già iniziano i lavori per l’edizione 2018, che porterà a Cracovia e Auschwitz. L’ultima tappa ufficiale è in programma il 10 e l’11 aprile al teatro Ariosto. In due turni, tutti i viaggiatori potranno ascoltare le testimonianze di due resistenti reggiani, per chiudere un altro cerchio in vista del 25 aprile.
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