Quando la Rosta era un’opera del canale
Dove oggi sorge il quartiere, prima della guerra c’era una cancellata per la regimazione delle acque
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REGGIO EMILIA. Per la maggior parte dei reggiani, Rosta Nuova è solo un aggregato di case, un quartiere qualificato dalla firma di un grande architetto Franco Albini, che nel dopoguerra progettò questo modello di edilizia popolare finalizzata a creare una dimensione comunitaria nell’anonimato della periferia urbana. Per i meno giovani è, invece, quanto restava, nella prima metà del Novecento, della città medievale che traeva energia e vita dalle acque, muovendo grazie a esse ogni sorta di mulini e macchine idrauliche. La “rosta” era un’opera di regimazione del canale di Secchia che, prima di penetrare entro le mura da Porta Castello, veniva drenato da una sorta di cancellata. Con il termine rosta, infatti, si indicava sia un’opera di regimazione dei corsi d’acqua sia, per analogia, l’inferriata metallica a raggiera posta al di sopra di una porta. Prima della guerra, quando la campagna incominciava subito “fuori porta”, il canale, ancora in gran parte scoperto, era un luogo di scorribande per i bambini e un rifugio amoroso per i fidanzati. All’interno della circonvallazione, invece, era inglobato da tempo nella rete fognaria sotterranea. Peraltro rimangono nella toponomastica tracce evidentissime delle attività artigianali che traevano la forza motrice e l’apporto idrico dal canale di Secchia e dai canaletti che da esso si diramavano per poi confluire nella “veggia” o “botte”, che passava sotto le mura facendo uscire le acque dalla città all’altezza della stradina, parallela a via Leopoldo Nobili, che si chiama ancora via della Veza. In quel punto, in cui la la corrente aveva il massimo impeto, si trovava il mulino più importante della città, usato sia per macinare il frumento sia per brunire le armi dei militi dell’attigua Cittadella. Altrove erano in funzione impianti che richiedevano meno forza. Servivano, in primo luogo, all’industria della lana e delle altre fibre tessili. Sono due le strade che ne conservano il nome, la via del Follo, laterale di via Emilia san Pietro, e il vicolo del Folletto, tra via del Cristo e via Squadroni. La follatura era la battitura dei panni con pesanti magli finalizzata a compattarne la trama. Ma l’acqua serviva, almeno per lo scarico dei rifiuti, a tutte le lavorazioni artigianali, in primo luogo le seterie, da cui Reggio traeva la sua ricchezza. Le si trovava raggruppate nelle medesime strade. Sulla targa di via Calderini, quasi di fronte a via Roma, è scritta anche la storica denominazione di via delle Beccherie, cioè delle macellerie, che erano state sfrattate dopo un incendio dalla primitiva sede nei pressi della chiesa di San Prospero. Via Farini, invece, era la strada degli Spadai. Aveva altrettanto bisogno di acqua il “guazzatoio”, cioè l’abbeveratoio per i cavalli immortalato dalla strada parallela a via Ariosto che ne mantiene il nome. Nè potevano farne a meno il “brolo” e il “broletto”, cioè gli orti di pertinenza dei canonici che si trovavano nelle vie omonime, vicine alla chiesa dei Cappuccini e al Duomo. Ugualmente ne facevano uso coloro, forse ortolani, che abitavano in via dell’Erba. (l.s.)
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