le accuse
Dda: « Norme aggirate con diversi prestanomi»
REGGIO EMILIA. Sono dodici gli imputati del processo Aemilia bis che è partito ieri in tribunale a Reggio.In carcere sono in tre: i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli (rispettivamente di 55 e 54...
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REGGIO EMILIA. Sono dodici gli imputati del processo Aemilia bis che è partito ieri in tribunale a Reggio.
In carcere sono in tre: i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli (rispettivamente di 55 e 54 anni) e Donato Agostino Clausi, tutti presenti ieri in aula.
Per la Dda di Bologna, al centro del procedimento vi sono vorticose intestazioni fittizie a prestanome per nascondere i patrimoni degli uomini della ’ndrangheta legati al clan Grande Aracri: i fratelli imprenditori Palmo e Giuseppe Vertinelli vengono considerati affaristi di spessore del clan reggiano-cutrese e il commercialista Donato Agostino Clausi è indicato come uomo di fiducia di Giuseppe Giglio (ora è un pentito) e specialista nell’occultare l’effettivo proprietario delle società costituite. Gli avvocati dei Vertinelli negano la volontà dei loro assistiti di agevolare il clan, rimarcando invece il poter continuare a lavorare nonostante gli stringenti provvedimenti di sequestro preventivo, appoggiandosi sui figli Antonio e Giuseppe e sul geometra Daniele Bonaccio.
Sempre con l’aggravante mafiosa, nei guai i figli dei Vertinelli (con l’aggiunta del 26enne Antonio), Giovanna Schettini (moglie del 54enne Giuseppe Vertinelli) e Tania Giglio (figlia del pentito Giuseppe) per aver sottratto somme all’amministrazione giudiziaria (sul versante dei maxi sequestri preventivi di beni). Per i difensori hanno invece agito «solo per esigenze personali, non per favorire la cosca», stigmatizzando poi un dato: «L’aggravante mafiosa non può discendere semplicemente da un rapporto di parentela». In udienza preliminare anche l’avvocato Franco Beretti – che tutela il reggiano Mario Mazzotti – aveva replicato all’accusa di prestanome: «C’è un preconcetto su quanto fa Giuseppe Giglio, non sempre è fittizio: cedette le quote della “Tmc srl” a Mazzotti che è un vero imprenditore». Ma l’accusa al momento resta, come pure per Antonio e Francesco Giglio, nonché Gaetana Crugliano.(t.s.)
In carcere sono in tre: i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli (rispettivamente di 55 e 54 anni) e Donato Agostino Clausi, tutti presenti ieri in aula.
Per la Dda di Bologna, al centro del procedimento vi sono vorticose intestazioni fittizie a prestanome per nascondere i patrimoni degli uomini della ’ndrangheta legati al clan Grande Aracri: i fratelli imprenditori Palmo e Giuseppe Vertinelli vengono considerati affaristi di spessore del clan reggiano-cutrese e il commercialista Donato Agostino Clausi è indicato come uomo di fiducia di Giuseppe Giglio (ora è un pentito) e specialista nell’occultare l’effettivo proprietario delle società costituite. Gli avvocati dei Vertinelli negano la volontà dei loro assistiti di agevolare il clan, rimarcando invece il poter continuare a lavorare nonostante gli stringenti provvedimenti di sequestro preventivo, appoggiandosi sui figli Antonio e Giuseppe e sul geometra Daniele Bonaccio.
Sempre con l’aggravante mafiosa, nei guai i figli dei Vertinelli (con l’aggiunta del 26enne Antonio), Giovanna Schettini (moglie del 54enne Giuseppe Vertinelli) e Tania Giglio (figlia del pentito Giuseppe) per aver sottratto somme all’amministrazione giudiziaria (sul versante dei maxi sequestri preventivi di beni). Per i difensori hanno invece agito «solo per esigenze personali, non per favorire la cosca», stigmatizzando poi un dato: «L’aggravante mafiosa non può discendere semplicemente da un rapporto di parentela». In udienza preliminare anche l’avvocato Franco Beretti – che tutela il reggiano Mario Mazzotti – aveva replicato all’accusa di prestanome: «C’è un preconcetto su quanto fa Giuseppe Giglio, non sempre è fittizio: cedette le quote della “Tmc srl” a Mazzotti che è un vero imprenditore». Ma l’accusa al momento resta, come pure per Antonio e Francesco Giglio, nonché Gaetana Crugliano.(t.s.)
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