«Feudalesimo dei capi, errore da evitare»
Tito Menzani, docente all’Università di Bologna: «Alcuni dirigenti non sanno cos’è la mutualità»
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REGGIO EMILIA. «Io penso che gli amministratori abbiano delle responsabilità ogniqualvolta si verificano in cooperativa i seguenti problemi: l’infeudamento delle figure apicali, nel senso che il presidente non è una carica a vita, la cortocircuitazione della governance, con una sovrapposizione fra manager e cda, una disaffezione dei soci, un mancato investimento sul capitale umano, l’incapacità di innovare, l’impreparazione a gestire il ricambio generazionale». Così Tito Menzani, docente di Storia economica e Storia dell’impresa all’Università di Bologna e autore di numerosi libri tra i quali “Cooperative: persone oltre che imprese” (Rubbettino, 2016), interviene sull’inchiesta della Gazzetta sulla crisi del modello cooperativo.
Professore, un tracollo da 1,5 miliardi. Come è stato possibile?
«Premetto che il movimento cooperativo è un network ampio, variegato e in buona salute. Sono in crescita le cooperative della distribuzione commerciale (Coop e Conad), agroalimentari, di servizi, sociali, di credito. E ci sono realtà parzialmente nuove molto interessanti, come i workers’ buyout (cooperative nate dalle ceneri di un’impresa tradizionale) o come le cooperative di comunità. Detto questo, il settore delle costruzioni è quello davvero in crisi. E questa crisi ha prodotto ridimensionamenti e fallimenti in tutte le imprese edili, comprese le cooperative».
Non crede che il rapporto con la politica qui in Emilia sia stato nocivo?
«L’idea che le cooperative abbiano un rapporto forte con la politica è molto radicata. Ma non è così e non è questo il punto. Tutte le imprese, soprattutto se grandi, hanno un rapporto con la politica. Ci sono imprenditori che dialogano con i politici e politici che dialogano con imprenditori. Spesso si tratta di relazioni utili, virtuose e non fraudolente. In questo schema ci sono anche le cooperative. Non sono un’eccezione».
Cosa si può fare nelle cooperative “sane” per evitare il ripetersi di scenari simili?
«Tre cose. Il movimento ha delle organizzazioni di rappresentanza, le centrali (Legacoop, Confcooperative, Agci) che debbono tornare ad essere un pivot proattivo e dinamico, incentivando la rete a fare sistema e vigilando davvero su di essa. In secondo luogo, siccome oggi molte cooperative sono grandi, bisogna declinare in maniera differente la partecipazione, con strumenti nuovi come i focus group, le pre-assemblee, la comunicazione generativa. Terzo: occorre formare di più e meglio le basi sociali sull’identità del movimento cooperativo».
Ovvero?
«Non è possibile che soci, anche in ruoli di responsabilità, non sappiano definire cos’è la mutualità. Né sappiano dire se le cooperative sono imprese a scopo di lucro o meno. Né sappiano raccontare come e perché queste imprese sono nate e si sono evolute. Né sappiano spiegare in pochi semplici concetti qual è la differenza fra una cooperativa e una ditta privata tradizionale. Una volta un presidente disse pubblicamente che le cooperative sono quelle imprese dove si fanno le cose assieme. Falso. Anche da McDonald’s si fanno cose assieme. La vera differenza riguarda la proprietà dell’impresa e le sue regole. Questa consapevolezza è cruciale».
Rispetto al tracollo, il prezzo da pagare ricade soprattutto su soci e i lavoratori più che sui dirigenti. Lo trova giusto?
«Anche questo è un pregiudizio molto diffuso. Nelle aziende private tradizionali avviene lo stesso, se non peggio: lavoratori a casa e manager con un nuovo impiego. Inoltre, mentre un dissesto di un’impresa privata convenzionale non provoca una critica generalizzata nei confronti del capitalismo, il fallimento di una cooperativa comporta polemiche rivolte contro il movimento. Questo è il prodotto di uno storico deficit comunicativo della cooperazione che sul lungo periodo ha provocato il radicarsi di stereotipi e preconcetti».
Quale sarà il futuro della cooperazione di fronte ai nuovi scenari economici?
«Credo che il movimento abbia buoni anticorpi. La storia ci dice che le cooperative hanno attraversato tre secoli, ovvero il XIX, il XX e il XXI, che hanno saputo trasformarsi e adattarsi al contesto istituzionale e di mercato, che hanno prodotto cultura, innovazione e fatto impresa in maniera convincente e vincente. Il settore edile non avrà più Unieco, Orion, Coopsette. Ma le altre cooperative hanno una storica occasione. Imparare dai fallimenti e avviare un’autoriforma che va nella direzione accennata». (e.spa.)
Professore, un tracollo da 1,5 miliardi. Come è stato possibile?
«Premetto che il movimento cooperativo è un network ampio, variegato e in buona salute. Sono in crescita le cooperative della distribuzione commerciale (Coop e Conad), agroalimentari, di servizi, sociali, di credito. E ci sono realtà parzialmente nuove molto interessanti, come i workers’ buyout (cooperative nate dalle ceneri di un’impresa tradizionale) o come le cooperative di comunità. Detto questo, il settore delle costruzioni è quello davvero in crisi. E questa crisi ha prodotto ridimensionamenti e fallimenti in tutte le imprese edili, comprese le cooperative».
Non crede che il rapporto con la politica qui in Emilia sia stato nocivo?
«L’idea che le cooperative abbiano un rapporto forte con la politica è molto radicata. Ma non è così e non è questo il punto. Tutte le imprese, soprattutto se grandi, hanno un rapporto con la politica. Ci sono imprenditori che dialogano con i politici e politici che dialogano con imprenditori. Spesso si tratta di relazioni utili, virtuose e non fraudolente. In questo schema ci sono anche le cooperative. Non sono un’eccezione».
Cosa si può fare nelle cooperative “sane” per evitare il ripetersi di scenari simili?
«Tre cose. Il movimento ha delle organizzazioni di rappresentanza, le centrali (Legacoop, Confcooperative, Agci) che debbono tornare ad essere un pivot proattivo e dinamico, incentivando la rete a fare sistema e vigilando davvero su di essa. In secondo luogo, siccome oggi molte cooperative sono grandi, bisogna declinare in maniera differente la partecipazione, con strumenti nuovi come i focus group, le pre-assemblee, la comunicazione generativa. Terzo: occorre formare di più e meglio le basi sociali sull’identità del movimento cooperativo».
Ovvero?
«Non è possibile che soci, anche in ruoli di responsabilità, non sappiano definire cos’è la mutualità. Né sappiano dire se le cooperative sono imprese a scopo di lucro o meno. Né sappiano raccontare come e perché queste imprese sono nate e si sono evolute. Né sappiano spiegare in pochi semplici concetti qual è la differenza fra una cooperativa e una ditta privata tradizionale. Una volta un presidente disse pubblicamente che le cooperative sono quelle imprese dove si fanno le cose assieme. Falso. Anche da McDonald’s si fanno cose assieme. La vera differenza riguarda la proprietà dell’impresa e le sue regole. Questa consapevolezza è cruciale».
Rispetto al tracollo, il prezzo da pagare ricade soprattutto su soci e i lavoratori più che sui dirigenti. Lo trova giusto?
«Anche questo è un pregiudizio molto diffuso. Nelle aziende private tradizionali avviene lo stesso, se non peggio: lavoratori a casa e manager con un nuovo impiego. Inoltre, mentre un dissesto di un’impresa privata convenzionale non provoca una critica generalizzata nei confronti del capitalismo, il fallimento di una cooperativa comporta polemiche rivolte contro il movimento. Questo è il prodotto di uno storico deficit comunicativo della cooperazione che sul lungo periodo ha provocato il radicarsi di stereotipi e preconcetti».
Quale sarà il futuro della cooperazione di fronte ai nuovi scenari economici?
«Credo che il movimento abbia buoni anticorpi. La storia ci dice che le cooperative hanno attraversato tre secoli, ovvero il XIX, il XX e il XXI, che hanno saputo trasformarsi e adattarsi al contesto istituzionale e di mercato, che hanno prodotto cultura, innovazione e fatto impresa in maniera convincente e vincente. Il settore edile non avrà più Unieco, Orion, Coopsette. Ma le altre cooperative hanno una storica occasione. Imparare dai fallimenti e avviare un’autoriforma che va nella direzione accennata». (e.spa.)
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