Unieco ore 10.46 la storia è finita
segue dalla prima
Faccia a faccia teso e commosso fra il cda e i 340 lavoratori Annunciata ai soci la liquidazione coatta amministrativa
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Liquidazione coatta amministrativa. Quello che tutti, fino all’ultimo, hanno creduto impossibile, si è invece avverato. Il re è caduto, e non ci sarà nessun erede a succedergli. Il consiglio di amministrazione ha rinunciato ufficialmente alla procedura di concordato preventivo e ora per la cooperativa di costruzioni reggiana, uno dei maggiori general contractor italiani fino alla crisi del settore edile e delle costruzioni, resta aperto solo il percorso che conduce alla liquidazione, per cui si attende il via libera dal ministero dell’Economia.
Le paure delle ultime settimane sono infine state confermate. Ma molti dei dipendenti di Unieco e dei soci sovventori, ieri mattina speravano ancora. L’assemblea, preclusa alla stampa, è stata convocata alle 10 al circolo Pigal. C’erano tutti, o quasi, i 340 lavoratori della cooperativa. Insieme a loro le mogli, i pensionati, qualche parente. Perché questa chiusura spesso non riguarda solo un posto di lavoro ma intere famiglie, che per generazioni hanno dedicato la loro vita a Unieco e da essa sono state mantenute.
Le facce sono tristi, qualcuno comincia già a commuoversi. La sensazione che le indiscrezioni saranno confermate è forte e la tensione, mentre i soci si incolonnano lentamente nel Pigal, è palpabile. È chiaro per tutti, anche senza bisogno di parlare, che quello che si sta vivendo è un momento storico per la comunità reggiana. Storico e sofferto.
Quando comincia l’assemblea, quarantacinque minuti dopo, la sala del circolo Arci è stracolma. Molti restano in piedi. Davanti alla platea, seduto su un piccolo palco rialzato, il consiglio di amministrazione al completo. E, proprio come quando si deve annunciare un lutto, la notizia viene data in modo secco, senza preamboli. Tanto ogni tentativo di indorare la pillola, a quel punto, sarebbe stato inutile. Essendo fallita la procedura di concordato preventivo, spiega il Cda, rimane solo l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo.
Per i lavoratori licenziati scatterà la copertura della Naspi, l’indennità di disoccupazione, che verrà erogata per due anni. Diversa questione invece per gli stipendi, uno degli argomenti che più interessavano ai 340 dipendenti. Con l’attuale disponibilità nelle casse della cooperativa, continuano in tono sommesso, è possibile consegnare metà della retribuzione di marzo e il pagamento del rimborso spese di febbraio. Ma resta solo un’eventualità. Anche questi pagamenti, infatti, saranno erogabili da Unieco solo se il liquidatore non si sarà insediato entro il 7 aprile. Altrimenti sarà lui stesso a dover decidere.
Questa è una frase che ritorna più volte durante le due ore di assemblea: «Spetterà al liquidatore decidere». Un assunto che non tranquillizza affatto i soci e che per tanti è solo un modo per lavarsi le mani da ogni responsabilità. Ma quali sono le cause di questa crisi?
Com’è possibile che si sia arrivati a questo punto e che una cooperativa così florida sia stata ridotta a uno scheletro? Tutto è partito nel 2011, continuano a spiegare gli amministratori, quando non si è riuscito ad affrontate adeguatamente la crisi dell’edilizia. E anziché vendere i gioielli di famiglia e ridurre i costi si è preferito aumentare l’indebitamento.
Nel frattempo però, per quasi un anno, non sono stati praticamente acquisiti lavori, l’indebitamento verso le banche non è stato saldato e ogni accordo tentato dall’attuale cda è fallito. Quindi non è rimasto altro da fare se non staccare la spina.
A quel punto nella sala del Pigal è calato il silenzio. Per cinque minuti nessuno fra le centinaia di presenti ha avuto il coraggio di prendere il microfono in mano. Madri e padri di famiglia, nonni e nonne, figli e figlie, tutti schiacciati e soffocati da quella terribile conferma.
C’è chi stringe il braccio al suo vicino in segno di conforto, chi nasconde il volto dentro le mani, chi fissa il vuoto e chi sussurra a qualche amico «quindi è vero? Siamo finiti davvero?». La prima domanda, alla fine, è sul prestito sociale.
Forse il dramma più vero all’interno di questo tragico crac. Soci che hanno dedicato la loro via a Unieco, finanziandola con parte dei loro risparmi. C’è chi ha lasciato qualche migliaia di euro, ma c’è anche chi ha investito tutto. I risparmi di una vita, centinaia di migliaia di euro. Andrà tutto in fumo? Non sarà più possibile recuperare nulla?
A rispondere è la presidente, Cinzia Viani. È la prima volta che prende la parola, prova a tranquillizzare la platea spiegando che la scelta sarà nelle mani del liquidatore e che in altri casi simili parte del prestito è poi stato salvaguardato. Che hanno fatto tutto il possibile, lavorando giorno e notte, per trovare una soluzione che salvasse la cooperativa. Ma non c’è stato nulla da fare.
Le domande, ora, fioccano più frequenti. Lo stupore e lo sbigottimento lasciano il posto alla rabbia e alla paura. Com’è possibile che non ve ne siate accorti prima? Come ha potuto il precedente consiglio di amministrazione compiere degli errori così grossolani? Adesso cosa possiamo fare? Sfoghi e ricerche di rassicurazioni, più che domande vere e proprie. Parole di amarezza, sconforto, paura per un futuro che adesso non si sa più come affrontare. Per molti, troppi, tutte le certezze sono crollate. Ma la risposta, l’unica che conta, già è stata data. I soldi non ci sono più, i risparmi di una vita si sono trasformati in cifre necessarie per saldare un debito macroscopico e 340 posti di lavoro sono saltati. E, quando dopo due ore di assemblea i soci escono dal Pigal, pochi hanno voglia di parlare. Molti, invece, piangono.
Leonardo Grilli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Le paure delle ultime settimane sono infine state confermate. Ma molti dei dipendenti di Unieco e dei soci sovventori, ieri mattina speravano ancora. L’assemblea, preclusa alla stampa, è stata convocata alle 10 al circolo Pigal. C’erano tutti, o quasi, i 340 lavoratori della cooperativa. Insieme a loro le mogli, i pensionati, qualche parente. Perché questa chiusura spesso non riguarda solo un posto di lavoro ma intere famiglie, che per generazioni hanno dedicato la loro vita a Unieco e da essa sono state mantenute.
Le facce sono tristi, qualcuno comincia già a commuoversi. La sensazione che le indiscrezioni saranno confermate è forte e la tensione, mentre i soci si incolonnano lentamente nel Pigal, è palpabile. È chiaro per tutti, anche senza bisogno di parlare, che quello che si sta vivendo è un momento storico per la comunità reggiana. Storico e sofferto.
Quando comincia l’assemblea, quarantacinque minuti dopo, la sala del circolo Arci è stracolma. Molti restano in piedi. Davanti alla platea, seduto su un piccolo palco rialzato, il consiglio di amministrazione al completo. E, proprio come quando si deve annunciare un lutto, la notizia viene data in modo secco, senza preamboli. Tanto ogni tentativo di indorare la pillola, a quel punto, sarebbe stato inutile. Essendo fallita la procedura di concordato preventivo, spiega il Cda, rimane solo l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo.
Per i lavoratori licenziati scatterà la copertura della Naspi, l’indennità di disoccupazione, che verrà erogata per due anni. Diversa questione invece per gli stipendi, uno degli argomenti che più interessavano ai 340 dipendenti. Con l’attuale disponibilità nelle casse della cooperativa, continuano in tono sommesso, è possibile consegnare metà della retribuzione di marzo e il pagamento del rimborso spese di febbraio. Ma resta solo un’eventualità. Anche questi pagamenti, infatti, saranno erogabili da Unieco solo se il liquidatore non si sarà insediato entro il 7 aprile. Altrimenti sarà lui stesso a dover decidere.
Questa è una frase che ritorna più volte durante le due ore di assemblea: «Spetterà al liquidatore decidere». Un assunto che non tranquillizza affatto i soci e che per tanti è solo un modo per lavarsi le mani da ogni responsabilità. Ma quali sono le cause di questa crisi?
Com’è possibile che si sia arrivati a questo punto e che una cooperativa così florida sia stata ridotta a uno scheletro? Tutto è partito nel 2011, continuano a spiegare gli amministratori, quando non si è riuscito ad affrontate adeguatamente la crisi dell’edilizia. E anziché vendere i gioielli di famiglia e ridurre i costi si è preferito aumentare l’indebitamento.
Nel frattempo però, per quasi un anno, non sono stati praticamente acquisiti lavori, l’indebitamento verso le banche non è stato saldato e ogni accordo tentato dall’attuale cda è fallito. Quindi non è rimasto altro da fare se non staccare la spina.
A quel punto nella sala del Pigal è calato il silenzio. Per cinque minuti nessuno fra le centinaia di presenti ha avuto il coraggio di prendere il microfono in mano. Madri e padri di famiglia, nonni e nonne, figli e figlie, tutti schiacciati e soffocati da quella terribile conferma.
C’è chi stringe il braccio al suo vicino in segno di conforto, chi nasconde il volto dentro le mani, chi fissa il vuoto e chi sussurra a qualche amico «quindi è vero? Siamo finiti davvero?». La prima domanda, alla fine, è sul prestito sociale.
Forse il dramma più vero all’interno di questo tragico crac. Soci che hanno dedicato la loro via a Unieco, finanziandola con parte dei loro risparmi. C’è chi ha lasciato qualche migliaia di euro, ma c’è anche chi ha investito tutto. I risparmi di una vita, centinaia di migliaia di euro. Andrà tutto in fumo? Non sarà più possibile recuperare nulla?
A rispondere è la presidente, Cinzia Viani. È la prima volta che prende la parola, prova a tranquillizzare la platea spiegando che la scelta sarà nelle mani del liquidatore e che in altri casi simili parte del prestito è poi stato salvaguardato. Che hanno fatto tutto il possibile, lavorando giorno e notte, per trovare una soluzione che salvasse la cooperativa. Ma non c’è stato nulla da fare.
Le domande, ora, fioccano più frequenti. Lo stupore e lo sbigottimento lasciano il posto alla rabbia e alla paura. Com’è possibile che non ve ne siate accorti prima? Come ha potuto il precedente consiglio di amministrazione compiere degli errori così grossolani? Adesso cosa possiamo fare? Sfoghi e ricerche di rassicurazioni, più che domande vere e proprie. Parole di amarezza, sconforto, paura per un futuro che adesso non si sa più come affrontare. Per molti, troppi, tutte le certezze sono crollate. Ma la risposta, l’unica che conta, già è stata data. I soldi non ci sono più, i risparmi di una vita si sono trasformati in cifre necessarie per saldare un debito macroscopico e 340 posti di lavoro sono saltati. E, quando dopo due ore di assemblea i soci escono dal Pigal, pochi hanno voglia di parlare. Molti, invece, piangono.
Leonardo Grilli
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