Le sorti del processo in mano ai consulenti
Il giudice ha affidato a due esperti l’incarico di chiarire se i lavoratori si sono ammalati in azienda
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CORREGGIO . Una consulenza per fare luce sulle condizioni di lavoro alla Cemental e, soprattutto, per verificare se esiste un nesso causale tra il lavoro in azienda e le malattie che hanno colpito Luciano Nanetti, deceduto per un mesotelioma, e Paolo Montanari, al quale nel 2010 è stata diagnosticata l’asbestosi.
Ieri mattina il giudice Luca Ramponi ha conferito l’incarico per effettuare una consulenza, che si annuncia decisiva per l’esito del processo, al professor Stefano Candura, specialista in medicina del lavoro, e al medico legale Yao Chen, entrambi dell’Università di Pavia.
Nella prossima udienza dell’11 maggio i consulenti saranno in aula per accettare l’incarico e poi diranno di quanto tempo hanno bisogno, presumibilmente alcuni mesi, per espletare il loro importante compito.
Nell’udienza di ieri ha anche preso la parola un testimone della difesa, Daniele Boni di Rio Saliceto che ha lavorato come manutentore alla Cemental dal 1968 al 1975 prima di mettersi in proprio come gommista. L’uomo ha detto che «l’azienda era pulita come un caseificio» e che non c’era polvere d’amianto nei reparti. Boni ha detto che l’amianto era sempre bagnato e l’acqua scorreva nei reparti per pulire per terra.
L’ex dipendente ha detto che nel reparto nuovo dell’azienda erano inoltre stati installati degli aspiratori vicino ai macchinari, e poi, in un certo periodo, furono distribuiti ai dipendenti mascherine, guanti, stivali e latte, «credo per decisione dell’Ausl».
L’avvocato delle parti offese, Ernesto D’Andrea, ha sottolineato come il testimone abbia firmato un documento a favore dell’imputato prima dell’udienza. Boni ha detto di averlo sottoscritto «perché aveva letto delle cose non vere sui giornali»: a chiedergli di firmare il documento è stato lo stesso Ponti con una telefonata.
Sempre l’avvocato Ernesto D’Andrea ha poi fatto emergere con le sue domande che Daniele Boni non era presente quando venivano aperti i sacchi di amianto e non sapeva dove il materiale venisse stoccato.
Il testimone era infatti addetto alla manutenzione e lavorava in un’officina, dunque non era sempre presente nell’area produttiva.
Le parti offese hanno contestato vivacemente la versione del testimone della difesa. (j.d.p.)
Ieri mattina il giudice Luca Ramponi ha conferito l’incarico per effettuare una consulenza, che si annuncia decisiva per l’esito del processo, al professor Stefano Candura, specialista in medicina del lavoro, e al medico legale Yao Chen, entrambi dell’Università di Pavia.
Nella prossima udienza dell’11 maggio i consulenti saranno in aula per accettare l’incarico e poi diranno di quanto tempo hanno bisogno, presumibilmente alcuni mesi, per espletare il loro importante compito.
Nell’udienza di ieri ha anche preso la parola un testimone della difesa, Daniele Boni di Rio Saliceto che ha lavorato come manutentore alla Cemental dal 1968 al 1975 prima di mettersi in proprio come gommista. L’uomo ha detto che «l’azienda era pulita come un caseificio» e che non c’era polvere d’amianto nei reparti. Boni ha detto che l’amianto era sempre bagnato e l’acqua scorreva nei reparti per pulire per terra.
L’ex dipendente ha detto che nel reparto nuovo dell’azienda erano inoltre stati installati degli aspiratori vicino ai macchinari, e poi, in un certo periodo, furono distribuiti ai dipendenti mascherine, guanti, stivali e latte, «credo per decisione dell’Ausl».
L’avvocato delle parti offese, Ernesto D’Andrea, ha sottolineato come il testimone abbia firmato un documento a favore dell’imputato prima dell’udienza. Boni ha detto di averlo sottoscritto «perché aveva letto delle cose non vere sui giornali»: a chiedergli di firmare il documento è stato lo stesso Ponti con una telefonata.
Sempre l’avvocato Ernesto D’Andrea ha poi fatto emergere con le sue domande che Daniele Boni non era presente quando venivano aperti i sacchi di amianto e non sapeva dove il materiale venisse stoccato.
Il testimone era infatti addetto alla manutenzione e lavorava in un’officina, dunque non era sempre presente nell’area produttiva.
Le parti offese hanno contestato vivacemente la versione del testimone della difesa. (j.d.p.)
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