Gazzetta di Reggio

Reggio

«Minacce di morte da Matteo: ho paura» 

di Tiziano Soresina
«Minacce di morte da Matteo: ho paura» 

La moglie di Hykay teme per sé e suo figlio. Il cognato: «Seppi i nomi dal sito della Gazzetta il 4 febbraio», ma viene smentito 

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QUATTRO CASTELLA. Con grinta ma anche con qualche momento di scoramento che l’ha fatta scoppiare in lacrime: per un’ora e mezza – ieri mattina – ha deposto l’albanese 24enne Daniela Gripshi, moglie di Fatmir Hykay (cioè del 29enne che con il connazionale Daniel Tufa è sotto processo per il delitto e il tentato omicidio dei fratelli Montruccoli).
Nella lunga testimonianza la giovane ha sottolineato due aspetti evidenziati da tempo anche dagli imputati: il debito contratto con Matteo Montruccoli («Mio marito gli chiese dei soldi perché eravamo in difficoltà economiche: ricordo gli 8mila euro per il matrimonio, ma so di ulteriori prestiti») e in che vesti conosceva sempre Matteo, cioè come spacciatore: «Il nostro amico Valter Re ci disse che Montruccoli da vent’anni in qua faceva quel “lavoro”, grandi quantità, non uno spaccino. Ci raccontò anche che una volta tirò fuori una pistola a Capodanno e sparò in aria, inoltre che in Liguria aveva nascosto 100mila euro in un letto del fiume e poi non li aveva più ritrovati per un’inondazione»). Ma parlando proprio di Montruccoli la 24enne, fra le lacrime, rivela d’aver saputo sempre da Re una cosa ancor più pesante: «Valter dopo il fatto andò a trovarlo in ospedale e lui gli disse: “Il figlio di Hykay è nato il giorno in cui è morto mio fratello Marco: ora gli ammazzo moglie e figlio”. Per me saperlo è stato un incubo». Piange, dice che da quel giorno è terrorizzata e nessuno la tutela, che un carabiniere a Modena non volle prendere la sua denuncia perché non era una minaccia diretta, costringendola poi a presentarla tramite l’avvocato Carlo Taormina. Successivamente la testimone s’ingarbuglia su quando seppe – in ospedale – cos’era accaduto al marito, sparito il 2 febbraio 2015 poche ore prima del parto: prima dice d’aver saputo del fatto di sangue in cui era coinvolto leggendo la sera del 4 febbraio un articolo sul sito web della “Gazzetta” , per poi correggersi spiegando che i carabinieri avevano già fatto la perquisizione in casa sua il 3 febbraio e i familiari gli avevano spiegato il perché di quel blitz.
Per il pm Maria Rita Pantani è un’incongruenza che ne mina la credibilità e la stessa cosa accade quando l’avvocato di parte civile Giovanni Tarquini smentisce il 37enne Ervin Myftin, cognato dell’altro imputato (ne ha sposato la sorella). L’albanese poco prima ha detto che per due giorni non era riuscito a sapere nulla del cognato («Avevo chiamato anche il 118») e solo il 4 febbraio, digitando sul sito sempre della “Gazzetta” il nome Daniel Tufa aveva capito: «Facendo la ricerca su Internet era uscito che era successo un casino».
Ma la replica dell’avvocato Tarquini è perentoria: afferma che i nomi degli imputati sul sito della “Gazzetta” sono apparsi solo due mesi dopo il fatto (l’articolo a cui si riferisce è in effetti dell’11 aprile 2015), cioè al momento dell’arresto in Germania. Sul punto l’avvocato difensore Taormina si è riservato di fornire la necessaria documentazione-web.
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