Gazzetta di Reggio

Reggio

COOPERAZIONE E CRISI

Unieco, il tramonto del modello Reggio

Evaristo Sparvieri
Unieco, il tramonto del modello Reggio

I rapporti con la politica che assiste in silenzio al tracollo annunciato. Un sistema che esce con le ossa rotte dopo decenni di intrecci e legami

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REGGIO EMILIA. Paradossalmente, se la politica ci fosse davvero stata il disastro forse sarebbe stato evitato. E, altrettanto paradossalmente, se la cooperazione edile avesse mantenuto la propria vocazione originaria, senza impelagarsi in azzardi fuori porta e fuori portata, non si sarebbe caduti nel baratro. I vasi erano comunicanti. E le porte, finché aperte, restavano girevoli, almeno quanto le balle dei pochissimi esclusi da un sistema collaudato. Dalle coop al partito. O meglio, ai partiti.

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Perché negli anni d’oro della cooperazione, a Reggio Emilia i partiti che comandavano, nelle amministrazioni e nelle coop erano due. Oltre al Pci – secondo un manuale Cencelli rigidissimo – c’era e c’è stato fino a quando non è stato spazzato via il Psi. Dalle coop ai partiti dunque. Fino alla pubblica amministrazione, possibilmente con un biglietto di andata e ritorno, secondo quel tacito teorema che un buon politico e un buon manager possano coincidere nella stessa persona, fino a formare un’intera classe dirigente.

Un intero sistema uscito sconfitto dal crac di 1,5 miliardi di euro targato Unieco, Coopsette, Cmr, Orion, colossi di un modello che non ha retto la complessità contemporanea, mostrando nell’attuale dissesto tutta la propria inadeguatezza.

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IL GIOCO SI È ROTTO. Il canto del cigno è noto a tutti. E ha le coordinate geografiche di Parco Ottavi. È qui che un miope dirigismo politico unito alla supponenza cooperativa dell’epoca d’oro confluiscono nel bagno di sangue reggiolese della Cmr guidata allora da Alberto Rebuzzi, “colpevole” di aver investito l’intero capitale dell’azienda in un’operazione destinata a naufragare in un acquitrino. Un capitale che in una coop si chiama “sociale” perché è fatto degli investimenti dei soci. Atti di fede di chi ha creduto che i risparmi di una vita fossero più sicuri lì che non in banca.

IL PUNTO DI SVOLTA. Il mondo è cambiato. E nessuno sembra prevederlo, anche se i segnali sono già tutti lì: gli albori della crisi dei partiti – e del partito – a fronte dell’ascesa delle leadership individuali, un mercato del mattone ormai saturo, stretto dalla morsa della finanza, un provincialismo di fondo che ambisce a costruire ovunque, senza tuttavia la lungimiranza e la capacità di una vera vocazione imprenditoriale, che avrebbe dovuto e potuto spingere a gettare lo sguardo anche oltre confine, dove il gioco si fa duro e si viaggia senza paracadute. La crisi dell’edilizia, in fondo, è solo il colpo di grazia, all’interno di uno scenario in cui la politica conta il giusto, la finanza prende il sopravvento e il legame con le banche trasforma le garanzie in esposizioni. Talora mortali.

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IL CROCEVIA. Parco Ottavi è un crocevia, dove i vasi comunicanti diventano binari paralleli, cancellando di colpo secolari corsie preferenziali e con esse spazzando via i brandelli di uno schema dove le coop – rosse o bianche – nel gioco delle relazioni diventano in realtà un interlocutore come un altro. E gli investimenti, che arrivino da un imprenditore estraneo alla cooperazione come Fulvio Montipò per riqualificare il centro o da una multiutility come Iren per il progetto delle ex Reggiane, in tempi di magra per le casse pubbliche fanno comodo più che mai e creano consenso.

SEGNALI. Mentre Unieco franava, Legacoop esultava per l’Arena al Campovolo, il progetto di rilancio per tutto il territorio reggiano targato Coopservice, quasi a voltare già pagina rispetto al tracollo da 1,5 miliardi di euro portato in seno come una dote avvelenata dalla stessa Unieco, da Coopsette, dalla Cmr, dalla Orion.

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CAMBIO DI PROSPETTIVA. È proprio qui, al Campovolo, che mutatis mutandis il sistema sembra riaffacciarsi e lo schema tradizionale sopravvivere. Il progetto da circa sei milioni di euro è targato Coopservice, ma Aliante del Pd si sfila di fronte a costi insostenibili. E il partenariato pubblico-privato prova a poggiare le basi in un’associazione temporanea di imprese in cui la cooperativa non è protagonista esclusiva, aprendosi verosimilmente a rapporti con l’imprenditoria privata. È lo spirito dei tempi, che affonda le radici in un humus inedito rispetto al passato, sul quale la politica è chiamata comunque a trovare risposte e formule nuove dopo il crollo di uno schema secolare.

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TERRA DI PRAMPOLINI. “Uniti siamo tutto, divisi siamo nulla”. Il motto, si sa, è prampoliniano, citato ad uso e consumo per indicare un’unione di intenti in grado di portare a casa il risultato: legami, intrecci, garbugli sui quale cade invece un profondo silenzio quando a volare sono gli stracci. E, mattone dopo mattone, l’unione di un tempo sembra sfaldarsi in attesa di tempi migliori. Unieco, Coopsette, Cmr, Orion: un dissesto occupazionale e di risparmi su cui finora la politica tace. Nonostante titoli per parlare ne avrebbe, così come curricula, dove almeno due righe per ricordare di far parte della grande famiglia cooperativa sembra una costante.

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CURRICULA. A cominciare proprio da Legacoop. È questa la provenienza ad esempio di Simona Caselli, assessore regionale all’Agricoltura. «Dirigente di Legacoop nazionale e regionale – si legge sul suo profilo – è stata presidente di Legacoop Emilia Ovest (che raggruppa le province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza), dopo aver guidato per quattro anni la Legacoop di Reggio Emilia. È stata anche Direttore Commerciale e Sviluppo del CCFS, il Consorzio finanziario nazionale di Legacoop con sede a Reggio Emilia. Ha ricoperto svariati incarichi come consigliere di amministrazione e di sindaco in società cooperative. In particolare è stata amministratore di Coopfond, il Fondo Nazionale di promozione cooperativa di Legacoop e di Quadir spa, società di alta formazione cooperativa; consigliera di amministrazione di Coop Consumatori Nordest e membro della Direzione Operativa dell’Associazione Nazionale delle Cooperative Agricole per le politiche finanziarie».

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LA VIA EMILIA. Da via Ruini a Reggio, sede di Legacoop, fino a viale Aldo Moro a Bologna, senza passare per piazza Prampolini, dove il sistema cooperativo ha da sempre attinto e attinge buona parte della classe dirigente.
Il sindaco, Luca Vecchi, di professione fa il commercialista. E sul suo curriculum vitae scrive nero su bianco: «Ho sviluppato una attività continuativa di presenza all’interno di molteplici collegi sindacali di società private, di società cooperative e di enti no profit. Dal 2003 ad oggi ho avuto modo di esercitare questa funzione professionale in oltre quaranta società. Trattasi in particolare di medie e grandi aziende costituite in forma di società di capitali, di società a responsabilità limitata, di società cooperative e di enti non commerciali operanti in molteplici settori industriali e commerciali».

CAMPAGNA ELETTORALE. Un’attività finita nel mirino delle opposizioni già in occasione della campagna elettorale 2014, quando gli sfidanti alla carica di primo cittadino non mancarono di puntare il dito contro i precedenti incarichi di Vecchi, fra in quali l’aver fatto parte dal 2007 per due anni anche del collegio sindacale di Coop Nordest.

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FOTO DI GRUPPO. Nel giugno 2014, la giunta Vecchi viene ufficialmente presentata in Comune. Ma alla foto di gruppo manca un volto. È quello dell’allora neo nominata assessore all’Educazione, Raffaella Curioni. Un piccolo giallo svelato all’indomani dalla Gazzetta, quando Curioni ammise che il giorno della presentazione era a Trieste, all’assemblea di Coop Nordest: «Non potevo mancare, sono nel consiglio di amministrazione», la sua dichiarazione dell’epoca. Il campo della Curioni è la formazione. Ed è in questo settore che lavora per Quadir, la Scuola di Alta Formazione Cooperativa che organizza corsi, seminari e laboratori per imprese cooperative di tutti i settori e territori.

REGOLE NUOVE. Sul fallimento Unieco, la Curioni ha lasciato un lungo commento privato su Facebook: un pensiero personale, ma formulato come se fosse a nome di tutto il movimento, nell’ambito di un dibattito innescato dalla condivisione sul profilo del collega Massimo Sesena dell’inchiesta della Gazzetta sulla crisi della cooperazione. «Le cooperative sono imprese – scrive Curioni – E come le imprese possono fallire. Come movimento, ci prendiamo le responsabilità che abbiamo nulla di più. Stiamo lavorando per il rinnovamento dei cooperatori perché sappiamo che il cambiamento è il miglior antidoto contro alcune degenerazioni e contro ogni personalismo. Ricambio, nuove regole e valori, quelli buoni, quelli che hanno fatto nascere le cooperative cento e più anni fa. Domani sarà il tempo di dare responsabilità e capire gli errori per non ripeterli ma oggi è solo il tempo per stringersi a quelle centinaia di soci che hanno perso tanto. Li conosco quasi tutti, uno ad uno e con molti ho condiviso un pezzo importante della mia storia di cooperatrice. Ad ognuno di loro va il mio pensiero, la mia stima, il mio affetto. Una serata triste questa».

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VITAE IN COMUNE. Nella giunta di Reggio Emilia, la Curioni non è certamente da sola. L’humus cooperativo, con gradi diversi di appartenenza e a prescindere dalla tipologia, sembra un passaggio consueto, se non obbligato. Quanto meno per la vastità della presenza cooperativa nel tessuto sociale ed economico reggiano. Nel curriculum del vicesindaco e assessore al Welfare, Matteo Sassi, figura un impiego in Coopselios, cooperativa sociale che si occupa di servizi alla persona. È un bacino simile quello dal quale proviene il neo assessore al Bilancio, Daniele Marchi, «socio-lavoratore della cooperativa sociale L'Ovile – scrive sul suo profilo – nella quale ricopre diversi incarichi e ruoli di responsabilità tra cui quello di amministratore per il mandato 2009-2011; nell'ultimo biennio assume l'incarico prima di vicedirettore, poi quello di direttore generale. L'Ovile è una delle realtà di impresa sociale più importanti e significative in regione: più di 8 milioni di fatturato e circa 300 dipendenti dei quali la gran parte con situazioni di disagio e fragilità».

Dall’ottobre 2009 al settembre 2010, anche l’assessore alle Infrastrutture, Mirko Tutino, ha avuto una parentesi in una coop sociale. Quale? E’ stato «responsabile unico dei servizi bibliotecari provinciali affidati all'Associazione Temporanea di Impresa Camelot-CSR dalla Provincia di Reggio Emilia».

NON SOLO IL CAPOLUOGO. Dall’Appennino alla Bassa, passando per la pianura fino al Po. Il rapporto tra politica e cooperazione è ampio ed esteso. E la crisi della cooperazione edilizia porta con sé nel baratro anche alcuni primi cittadini che una vita nella coop l’hanno pure trascorsa, quasi a testimoniare l’impotenza della politica di fronte al tracollo. Ma non per questo giustificando i silenzi.

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Lucio Malavasi, primo cittadino di Rio Saliceto, per trent’anni ha lavorato in Unieco, mettendoci piede per la prima volta nel 1981 e tornandoci nel 1991, dopo il padre e il nonno. «Ho lasciato il mio cuore a Unieco – ha spiegato prima dell’assemblea che ha segnato la fine del colosso – ci ho lavorato per tre decenni. Sono partito quando avevo 20 anni e l’ho lasciata nel 2014, quello che sta succedendo è un disastro.

Il giovane sindaco di Reggiolo, invece, Roberto Angeli, classe 1987, ha fatto appena in tempo a svolgere un tirocinio alla Cmr: poco più di tre mesi, dal gennaio all’aprile del 2009. L’ex sindaco di Poviglio, Stefano Carpi, e il sindaco di Castelnovo Sotto, Maurizio Bottazzi, come tanti altri lavoratori, hanno un destino comune. Entrambi sono lavoratori Coopsette. E, per Castelnovo Sotto, non è una novità, dal momento che la cooperativa ha espresso da sempre la maggior parte dei sindaci del paese.

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IL NUOVO CORSO. Le porte girevoli sembrano arrugginirsi. O andare in altre direzioni, ripetendo tuttavia schemi che sembrano ripartire dal passato, con prospettive diverse. Il volto nuovo della cooperazione edile ha le sembianze di Luca Bosi, esponente della nuova generazione di cooperatori, ex assessore a Luzzara, braccio destro del segretario provinciale Pd e sindaco sempre di Luzzara, Andrea Costa, presidente di Boorea e Sicrea (la holding usata come salvagente del settore, con diverse partecipate come Cmr, Orion, Cdc, San Possidonio e altre), vicepresidente Legacoop Emilia Ovest. Abbastanza per stare in sella al settore un altro ventennio, partendo però dal pesante fardello ereditato dal passato. Il tempo impiegato dalla precedente generazione di dirigenti cooperatori per arrivare al punto in cui ci troviamo oggi.
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