«Così la sinistra ha perso di vista la sua missione»
di MATTEO SASSI e MIRKO TUTINO
Vicesindaco e assessore di Reggio sul crac coop «La politica era essa stessa parte del problema»
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Nell’ambito del dibattito sulla cooperazione e la crisi riceviamo questa riflessione da Matteo Sassi (vicesindaco e assessore al Welfare del Comune) e Mirko Tutino (assessore a Infrastrutture del territorio e Beni comuni). Entrambi si sono scissi dal Pd e ora fanno parte del Coordinamento Articolo Uno – Mdp Reggio Emilia.
Il dibattito sul fallimento di Unieco ci chiama a fare alcune riflessioni, come amministratori di questa città e come cittadini impegnati nel nascente movimento politico Articolo Uno, che al centro del suo impegno pone il lavoro e l’eguaglianza sociale.
Partiamo da quello che non diremo. Non diremo che negli ultimi anni i fallimenti aziendali sono stati tanti e che non comprendiamo perché ci si concentri soltanto sulle cooperative. È legittimo ritenere che il mondo cooperativo, non essendo nato per accumulare ricchezze ma per generare lavoro, avrebbe dovuto reagire diversamente alla crisi di alcuni settori economici.
Non diremo che la politica e le coop non hanno avuto percorsi comuni. Partiti, associazioni, movimenti politici ed enti locali per molti anni hanno ricercato e avuto rapporti con quella che era la principale forza economica della città. Anche la stampa non è stata immune al fascino di cooperatori che per più di un ventennio hanno avuto ruoli di rilievo e che oggi sono ritenuti i responsabili dei fallimenti più clamorosi.
Non diremo, perché lo diamo per scontato, che il saldo occupazionale del settore cooperativo nella nostra provincia nell'ultimo decennio resta comunque positivo. Così come non serve dire che la mutualità tra imprese cooperative – dote assente tra aziende di capitali – ha consentito a centinaia di soci lavoratori, negli ultimi anni, di non perdere completamente interi risparmi.
Infine non diremo che, siccome abbiamo 70 anni in due, non c'entriamo con la storia del movimento cooperativo reggiano. Sarebbe inaudito sia per i valori con cui siamo cresciuti, sia per la nostra vita professionale precedente all'impegno amministrativo. Come decine di migliaia di reggiani anche noi abbiamo lavorato, in ruoli subordinati, per due cooperative di servizi sane e ben lontane dalle discussioni di questi giorni. Una collaborazione di cui andiamo orgogliosi.
Diremo invece che per molti anni in Emilia, e a Reggio in particolare, l’economia è cresciuta grazie ad aziende che si occupavano principalmente di infrastrutture e mercato immobiliare. Anni in cui si costruivano case (tante, troppe), ferrovie e superstrade, si attivavano cave e frantoi, si ampliavano le discariche, si trasportavano merci, nascevano come funghi nuovi centri commerciali o distributori di carburante. Era il mondo che arrivava dal "secolo breve" e che, in un territorio dove la cooperazione aveva una storia, ha visto espandersi tante imprese cooperative.
Prima del 2008 i più erano convinti di poter andare avanti così per sempre, senza porsi troppe domande sui rischi che il mercato immobiliare portava con sé e sulla competitività delle grandi cooperative nei mercati nazionali e internazionali. In quegli anni, mentre noi facevamo le scuole superiori, crescevano il prestigio e la forza di chi stava facendo compiere il salto di qualità a tante medie coop emiliane.
Le cooperative di servizi hanno saputo proporsi e crescere, superando colossi del settore privato fino ad allora monopolisti. Una crescita non solo nei numeri, ma anche nell'innovazione e nella capacità di progetto. La cultura dei servizi e dell'attenzione alla persona del nostro territorio si è trasformata in un'offerta appetibile per tante realtà nazionali e internazionali. Il resto l’ha fatto la capacità di rinnovarsi, perché la competizione nel settore dei servizi impone il continuo aggiornamento e il ricambio delle classi dirigenti. Persone giovani e preparate, capaci di fare propria una storia e rilanciarla in un contesto internazionale in continuo mutamento.
Non è andata allo stesso modo per chi ha costruito il proprio destino sull'immobiliare, sul trasporto e sulle infrastrutture. Per diversi anni molti si sono dati da fare per salvare il salvabile nonostante la crisi, in alcuni casi scegliendo un ridimensionamento che non compromettesse i posti di lavoro e i risparmi di tante persone. Altri hanno perseverato sulla strada del decennio precedente senza fare i conti con il cambiamento. Scelte sbagliate, senso di onnipotenza, decisioni assunte da pochi e non condivise con i soci. Un'idea di cooperazione viziata dalle ambizioni di una stagione storica in cui l'intero paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
In quella stessa stagione la sinistra perdeva di vista la sua missione storica, obnubilata dall'idea che il mercato si potesse assecondare con qualche correzione. Come avrebbe potuto, la politica, richiamare a valori diversi la cooperazione quand’era essa stessa parte del problema?
Senza clamore, senza ricercare i titoli sui giornali e senza baldanzosi comunicati stampa, siamo parte di una generazione di amministratori che, di fronte a ogni nuova proposta di "old economy" l'ha respinta con decisione. Se non fosse così, ci sarebbero una seconda discarica a Poiatica, qualche centro commerciale in più, un nuovo inceneritore in città e altre aree consegnate a chi voleva renderle edificabili.
Con ulteriori voragini economiche da colmare. Abbiamo fatto valere senza tentennamenti la cultura competitiva nelle gare pubbliche, separando il nostro ruolo da quello dei tecnici che devono lavorare sui capitolati e sulle procedure di gara. Rivendichiamo questo cambio di mentalità che a oggi caratterizza gran parte del centrosinistra reggiano e dei sindaci del nostro territorio.
Che fare ora? Innanzitutto partiamo dalle persone che rischiano il risparmio e il lavoro. Nell'immediato è necessario che tutti gli attori in campo, a partire dalle istituzioni, agiscano come per qualsiasi altra crisi e cerchino soluzioni che riducano al minimo l'impatto sociale dei fallimenti.
Secondo punto: evitare che si insista sulle scelte che hanno portato a questo punto. Ciò deve valere sia per la gestione delle eredità sia per la scelta dei settori in cui può partire un rilancio. Il futuro non sono le cave, le discariche, gli inceneritori, la costruzione di nuove case. Il futuro è la capacità di promuovere il territorio valorizzando il paesaggio, la raccolta differenziata e il recupero dei materiali, la riqualificazione degli edifici e non l’edificazione ex novo. Per questa ragione, per esempio, siamo attenti e critici rispetto a una nuova legge urbanistica regionale che sembra lasciare campo libero a vecchi piani "ereditati", riducendo la forza che il sistema pubblico può avere nel cambiare direzione.
Infine crediamo che vadano sostenute le iniziative – nate in seno all'attuale gestione di Legacoop – volte a reindirizzare l'intera cooperazione ai servizi e all'innovazione. Abbiamo davanti agli occhi tante esperienze nuove, positive e di successo. Su questi risultati, riappropriandoci di quello spirito di condivisione dei saperi che ha caratterizzato la storia della cooperazione reggiana, si può riprendere un percorso.
Ricordando che ci vuole coerenza, perché nessuna rivoluzione si attua solo con buoni propositi. È ciò che facciamo ogni singolo giorno che rende chiaro se siamo o meno fedeli ai principi che portiamo avanti. Come amministratori, come cittadini impegnati in politica, come giovani genitori desiderosi che la terra in cui cresceranno i loro figli sia ancora una terra capace di dare opportunità, siamo pronti a fare la nostra parte.
Il dibattito sul fallimento di Unieco ci chiama a fare alcune riflessioni, come amministratori di questa città e come cittadini impegnati nel nascente movimento politico Articolo Uno, che al centro del suo impegno pone il lavoro e l’eguaglianza sociale.
Partiamo da quello che non diremo. Non diremo che negli ultimi anni i fallimenti aziendali sono stati tanti e che non comprendiamo perché ci si concentri soltanto sulle cooperative. È legittimo ritenere che il mondo cooperativo, non essendo nato per accumulare ricchezze ma per generare lavoro, avrebbe dovuto reagire diversamente alla crisi di alcuni settori economici.
Non diremo che la politica e le coop non hanno avuto percorsi comuni. Partiti, associazioni, movimenti politici ed enti locali per molti anni hanno ricercato e avuto rapporti con quella che era la principale forza economica della città. Anche la stampa non è stata immune al fascino di cooperatori che per più di un ventennio hanno avuto ruoli di rilievo e che oggi sono ritenuti i responsabili dei fallimenti più clamorosi.
Non diremo, perché lo diamo per scontato, che il saldo occupazionale del settore cooperativo nella nostra provincia nell'ultimo decennio resta comunque positivo. Così come non serve dire che la mutualità tra imprese cooperative – dote assente tra aziende di capitali – ha consentito a centinaia di soci lavoratori, negli ultimi anni, di non perdere completamente interi risparmi.
Infine non diremo che, siccome abbiamo 70 anni in due, non c'entriamo con la storia del movimento cooperativo reggiano. Sarebbe inaudito sia per i valori con cui siamo cresciuti, sia per la nostra vita professionale precedente all'impegno amministrativo. Come decine di migliaia di reggiani anche noi abbiamo lavorato, in ruoli subordinati, per due cooperative di servizi sane e ben lontane dalle discussioni di questi giorni. Una collaborazione di cui andiamo orgogliosi.
Diremo invece che per molti anni in Emilia, e a Reggio in particolare, l’economia è cresciuta grazie ad aziende che si occupavano principalmente di infrastrutture e mercato immobiliare. Anni in cui si costruivano case (tante, troppe), ferrovie e superstrade, si attivavano cave e frantoi, si ampliavano le discariche, si trasportavano merci, nascevano come funghi nuovi centri commerciali o distributori di carburante. Era il mondo che arrivava dal "secolo breve" e che, in un territorio dove la cooperazione aveva una storia, ha visto espandersi tante imprese cooperative.
Prima del 2008 i più erano convinti di poter andare avanti così per sempre, senza porsi troppe domande sui rischi che il mercato immobiliare portava con sé e sulla competitività delle grandi cooperative nei mercati nazionali e internazionali. In quegli anni, mentre noi facevamo le scuole superiori, crescevano il prestigio e la forza di chi stava facendo compiere il salto di qualità a tante medie coop emiliane.
Le cooperative di servizi hanno saputo proporsi e crescere, superando colossi del settore privato fino ad allora monopolisti. Una crescita non solo nei numeri, ma anche nell'innovazione e nella capacità di progetto. La cultura dei servizi e dell'attenzione alla persona del nostro territorio si è trasformata in un'offerta appetibile per tante realtà nazionali e internazionali. Il resto l’ha fatto la capacità di rinnovarsi, perché la competizione nel settore dei servizi impone il continuo aggiornamento e il ricambio delle classi dirigenti. Persone giovani e preparate, capaci di fare propria una storia e rilanciarla in un contesto internazionale in continuo mutamento.
Non è andata allo stesso modo per chi ha costruito il proprio destino sull'immobiliare, sul trasporto e sulle infrastrutture. Per diversi anni molti si sono dati da fare per salvare il salvabile nonostante la crisi, in alcuni casi scegliendo un ridimensionamento che non compromettesse i posti di lavoro e i risparmi di tante persone. Altri hanno perseverato sulla strada del decennio precedente senza fare i conti con il cambiamento. Scelte sbagliate, senso di onnipotenza, decisioni assunte da pochi e non condivise con i soci. Un'idea di cooperazione viziata dalle ambizioni di una stagione storica in cui l'intero paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
In quella stessa stagione la sinistra perdeva di vista la sua missione storica, obnubilata dall'idea che il mercato si potesse assecondare con qualche correzione. Come avrebbe potuto, la politica, richiamare a valori diversi la cooperazione quand’era essa stessa parte del problema?
Senza clamore, senza ricercare i titoli sui giornali e senza baldanzosi comunicati stampa, siamo parte di una generazione di amministratori che, di fronte a ogni nuova proposta di "old economy" l'ha respinta con decisione. Se non fosse così, ci sarebbero una seconda discarica a Poiatica, qualche centro commerciale in più, un nuovo inceneritore in città e altre aree consegnate a chi voleva renderle edificabili.
Con ulteriori voragini economiche da colmare. Abbiamo fatto valere senza tentennamenti la cultura competitiva nelle gare pubbliche, separando il nostro ruolo da quello dei tecnici che devono lavorare sui capitolati e sulle procedure di gara. Rivendichiamo questo cambio di mentalità che a oggi caratterizza gran parte del centrosinistra reggiano e dei sindaci del nostro territorio.
Che fare ora? Innanzitutto partiamo dalle persone che rischiano il risparmio e il lavoro. Nell'immediato è necessario che tutti gli attori in campo, a partire dalle istituzioni, agiscano come per qualsiasi altra crisi e cerchino soluzioni che riducano al minimo l'impatto sociale dei fallimenti.
Secondo punto: evitare che si insista sulle scelte che hanno portato a questo punto. Ciò deve valere sia per la gestione delle eredità sia per la scelta dei settori in cui può partire un rilancio. Il futuro non sono le cave, le discariche, gli inceneritori, la costruzione di nuove case. Il futuro è la capacità di promuovere il territorio valorizzando il paesaggio, la raccolta differenziata e il recupero dei materiali, la riqualificazione degli edifici e non l’edificazione ex novo. Per questa ragione, per esempio, siamo attenti e critici rispetto a una nuova legge urbanistica regionale che sembra lasciare campo libero a vecchi piani "ereditati", riducendo la forza che il sistema pubblico può avere nel cambiare direzione.
Infine crediamo che vadano sostenute le iniziative – nate in seno all'attuale gestione di Legacoop – volte a reindirizzare l'intera cooperazione ai servizi e all'innovazione. Abbiamo davanti agli occhi tante esperienze nuove, positive e di successo. Su questi risultati, riappropriandoci di quello spirito di condivisione dei saperi che ha caratterizzato la storia della cooperazione reggiana, si può riprendere un percorso.
Ricordando che ci vuole coerenza, perché nessuna rivoluzione si attua solo con buoni propositi. È ciò che facciamo ogni singolo giorno che rende chiaro se siamo o meno fedeli ai principi che portiamo avanti. Come amministratori, come cittadini impegnati in politica, come giovani genitori desiderosi che la terra in cui cresceranno i loro figli sia ancora una terra capace di dare opportunità, siamo pronti a fare la nostra parte.
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