Incontro col sacerdote anti-’ndrine
Oggi don Panizza a Scandiano: «La madre di un boss dice che sono il demonio»
2 MINUTI DI LETTURA
SCANDIANO. Educare alla legalità nel cuore della ’ndrangheta. È l’obiettivo che giorno dopo giorno cerca di portare avanti don Giacomo Panizza, sacerdote bresciano che dagli anni ’70 opera a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro. Da quindici anni vive sotto scorta, dopo le minacce concrete di una delle più potenti ’ndrine calabresi. Questa sera don Panizza sarà a Scandiano, alle 21 alla sala Casini di via Diaz, protagonista del convegno “Mentalità mafiosa & regole criminali”, una delle iniziative della rassegna provinciale “Noi contro le mafie”. Dialogherà con l’assessore Alberto Pighini e con il giornalista Emanuele Tirelli, partendo dal suo ultimo libro, “Cattivi maestri”.
«I cattivi maestri sono tutti quelli che, secondo la mentalità della ’ndrangheta, invita a un comportamento non adeguato secondo i loro valori», racconta don Panizza. «I mafiosi dicono di essere onorevoli, di essere buoni. Il loro linguaggio è un bluff, è un linguaggio che porta a una cultura di sottomissione invece che a una cultura di cittadinanza. Per i mafiosi bisogna diventare “prenditori”, gente che prende le cose, con le armi e con la violenza». Parole che non gli hanno provocato simpatie nei clan: «La mamma di un capoclan ha detto, davanti ai figli, che io sono un prete del demonio, non del Signore, e che lei va in chiesa più di me. Per loro anche la religione deve essere impastata con i clan. E chi dice cose diverse, diventa un cattivo maestro».
Cattivo maestro don Panizza lo è anche nella concretezza, con la sua comunità Progetto Sud. «Educare alla legalità è importante: lo si può fare con i concetti, certo, ma soprattutto con le esperienze. Abbiamo costituito a Lamezia un gruppo anti-racket con imprenditori e negozianti. È un percorso per fare cultura, non per difendere una persona o l’altra», spiega.
E questa è l’unica strada: «La mafia, e la ’ndrangheta in particolare, educa. Sostengono che l’unica cultura onorevole è la loro, non quella dello Stato. Mostrare altri esempi concreti è fondamentale: quando un mafioso mette una bomba nel negozio di un 70enne è un eroe? È un uomo buono e onorevole?». (adr.ar.)
«I cattivi maestri sono tutti quelli che, secondo la mentalità della ’ndrangheta, invita a un comportamento non adeguato secondo i loro valori», racconta don Panizza. «I mafiosi dicono di essere onorevoli, di essere buoni. Il loro linguaggio è un bluff, è un linguaggio che porta a una cultura di sottomissione invece che a una cultura di cittadinanza. Per i mafiosi bisogna diventare “prenditori”, gente che prende le cose, con le armi e con la violenza». Parole che non gli hanno provocato simpatie nei clan: «La mamma di un capoclan ha detto, davanti ai figli, che io sono un prete del demonio, non del Signore, e che lei va in chiesa più di me. Per loro anche la religione deve essere impastata con i clan. E chi dice cose diverse, diventa un cattivo maestro».
Cattivo maestro don Panizza lo è anche nella concretezza, con la sua comunità Progetto Sud. «Educare alla legalità è importante: lo si può fare con i concetti, certo, ma soprattutto con le esperienze. Abbiamo costituito a Lamezia un gruppo anti-racket con imprenditori e negozianti. È un percorso per fare cultura, non per difendere una persona o l’altra», spiega.
E questa è l’unica strada: «La mafia, e la ’ndrangheta in particolare, educa. Sostengono che l’unica cultura onorevole è la loro, non quella dello Stato. Mostrare altri esempi concreti è fondamentale: quando un mafioso mette una bomba nel negozio di un 70enne è un eroe? È un uomo buono e onorevole?». (adr.ar.)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google