COOPERAZIONE E CRISI
Libera Socialista Giustizia. Era il nome della mia bisnonna classe 1899. Nella vicenda del tracollo delle coop edilizie non ho trovato nulla dei valori di quel nome figlio di un sentimento forte alle...
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Libera Socialista Giustizia. Era il nome della mia bisnonna classe 1899. Nella vicenda del tracollo delle coop edilizie non ho trovato nulla dei valori di quel nome figlio di un sentimento forte alle nostre latitudini e di una tensione mossa dall’ansia di riscatto sociale e da una visione alternativa del mondo. Dell’etica prampoliniana ora non resta più nulla.
Per questo il sogno (o l’utopia) da tempo tramontato sotto il profilo politico, non poteva che consumare questo tragico momento nel suo campo economico. E non si tratta di uno sgradito effetto congiunturale, perché la crisi economica figlia della globalizzazione dei mercati ha solo messo in trasparenza una dinamica prima di tutto culturale.
Perché cooperazione e politica in Emilia sono culturalmente una cosa sola anche nell’autoreferenzialità.
Ecco perché gli eredi politici di quella storia tacciono: come potrebbe ad esempio il sindaco di Reggio, profondo conoscitore di bilanci e commercialista di molte coop, ammettere il completo fallimento politico di un ideale costruito con i sacrifici delle generazioni che hanno attraversato un secolo?
Il silenzio che circonda questo dramma è di per sé una risposta. Vale a dire che nel mondo cooperativo non può esserci un solo capro espiatorio, poiché anche nel fallimento la responsabilità è collettiva: di tutti coloro che non hanno visto o voluto vedere, di chi ha minimizzato o sottovalutato le situazioni e di chi ha sopportato o supportato la distorsione dell’essenza stessa dell’essere cooperativa.
In ciò credo risieda buona parte degli effetti di questa vicenda, che non è legata solo all’assenza di un cambio generazionale nei vertici, ma il non essere stati in grado di innovare un modello che con l’ingigantimento dimensionale, patrimoniale e finanziario, ha finito per assimilarsi nei fatti al modello capitalista. Con l’aggravante, da parte dei dirigenti d’oro, di avere sclerotizzato il sistema, di avere creato al proprio interno le caste e di avere bruciato in pochi anni una eredità fatta d’impegno e sacrificio collettivo. Di ciò che resta di quel mondo, nei settori della distribuzione e dei servizi che pure stanno affrontando i loro problemi, perché il ramo sociale è pressoché totalmente sostenuto dal denaro pubblico, sarebbe bene che si levasse un profondo, trasparente esame di coscienza ed una elaborazione progettuale che abbozzi il recupero dei valori fondativi della cooperazione. O anche dentro la Legacoop pensano solo al calcetto?
* vicepresidente di Alleanza Civica
Per questo il sogno (o l’utopia) da tempo tramontato sotto il profilo politico, non poteva che consumare questo tragico momento nel suo campo economico. E non si tratta di uno sgradito effetto congiunturale, perché la crisi economica figlia della globalizzazione dei mercati ha solo messo in trasparenza una dinamica prima di tutto culturale.
Perché cooperazione e politica in Emilia sono culturalmente una cosa sola anche nell’autoreferenzialità.
Ecco perché gli eredi politici di quella storia tacciono: come potrebbe ad esempio il sindaco di Reggio, profondo conoscitore di bilanci e commercialista di molte coop, ammettere il completo fallimento politico di un ideale costruito con i sacrifici delle generazioni che hanno attraversato un secolo?
Il silenzio che circonda questo dramma è di per sé una risposta. Vale a dire che nel mondo cooperativo non può esserci un solo capro espiatorio, poiché anche nel fallimento la responsabilità è collettiva: di tutti coloro che non hanno visto o voluto vedere, di chi ha minimizzato o sottovalutato le situazioni e di chi ha sopportato o supportato la distorsione dell’essenza stessa dell’essere cooperativa.
In ciò credo risieda buona parte degli effetti di questa vicenda, che non è legata solo all’assenza di un cambio generazionale nei vertici, ma il non essere stati in grado di innovare un modello che con l’ingigantimento dimensionale, patrimoniale e finanziario, ha finito per assimilarsi nei fatti al modello capitalista. Con l’aggravante, da parte dei dirigenti d’oro, di avere sclerotizzato il sistema, di avere creato al proprio interno le caste e di avere bruciato in pochi anni una eredità fatta d’impegno e sacrificio collettivo. Di ciò che resta di quel mondo, nei settori della distribuzione e dei servizi che pure stanno affrontando i loro problemi, perché il ramo sociale è pressoché totalmente sostenuto dal denaro pubblico, sarebbe bene che si levasse un profondo, trasparente esame di coscienza ed una elaborazione progettuale che abbozzi il recupero dei valori fondativi della cooperazione. O anche dentro la Legacoop pensano solo al calcetto?
* vicepresidente di Alleanza Civica
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