Gazzetta di Reggio

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Unieco, la lettera: «Papà lavoratore tradito»  

di DANIELE PELLICIARDI*
Unieco, la lettera: «Papà lavoratore tradito»  

Muratore di Unieco per 40 anni, diceva «i risparmi mettiamoli nella cooperativa»

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Caro Direttore,
mio padre ha lavorato come muratore, prima all'Unicoop, poi all'Unieco, per quarant'anni, fino al suo pensionamento, circa quindici anni fa. A quanto pare mio padre perderà buona parte dei risparmi di una vita di lavoro, il suo e di quello di mia madre. “Mettiamoli all'Unieco, sono sicuri” ha sempre detto. Mio padre non ha mai cercato la speculazione, non ha mai seguito la finanza, ha semplicemente cercato di tutelare il frutto del proprio lavoro lasciandolo nelle mani di cooperatori come lui.

Ho voluto scrivere questa lettera perché credo che il nocciolo della questione sia tutto qui. Luca Bosi, Raffaella Curioni e altri dirigenti del mondo cooperativo, istituzionale, politico (li metto tutti insieme perché come si fa a distinguerli? Sembra che per diventare un dirigente nel nostro territorio devi avere nel curriculum un’esperienza in cooperativa e una nel partito, l’ordine non importa) che hanno fornito, dopo varie sollecitazioni, il loro punto di vista sulla vicenda, dimostrano nelle loro dichiarazioni di non essere molto diversi dai loro cattivi maestri, se non per l’utilizzo del mezzo. Mi chiedo a quanti soci e dipendenti Unieco pensassero di parlare scrivendo su Facebook.

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Quando sento che l’azienda cooperativa è un’azienda come le altre e quindi, come le altre, può fallire mi si rizzano i capelli e mi viene da pensare quanto poco abbiano compreso dei valori cooperativi di cui si riempiono la bocca ogni volta che ne parlano nelle aziende, nei convegni, nelle interviste .

Certo, tecnicamente l’azienda cooperativa può fallire ma non amministrando il capitale come fa qualsiasi altra azienda non cooperativa. Il capitale sociale non può essere investito in modo spregiudicato o ipotecato come è stato fatto in Unieco. A Ivan Lusetti, che si è permesso di parlare a nome di Unieco (non c’è limite al pudore) dicendo ai soci che la finanza è ossigeno e che senza ossigeno si muore, vorrei ricordare che mio padre non ha mai inteso fare un investimento finanziario lasciando gran parte dei risparmi della famiglia sul libretto, e sono pronto a scommettere che come lui, nessun altro socio, prestatore o lavoratore.

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Un’azienda cooperativa non è un’azienda come le altre caro Bosi, e cara Curioni, e non può essere amministrata allo stesso modo e quindi non può fallire allo stesso modo. Credo che la responsabilità maggiore di Mauro Casoli, Fabrizio Davoli, Alberto Rebuzzi e tutti gli altri dirigenti che hanno distrutto un pezzo di economia del nostro territorio, vada ben oltre alla perdita di milioni di euro del risparmio di brava gente, che si guarda bene dall’alzare la voce perché non è buona educazione, e del lavoro di migliaia di dipendenti e artigiani. La più grande responsabilità è l'aver dissipato un patrimonio ancor più grande fatto di rapporto di fiducia, di senso di appartenenza che legava il cooperatore alla sua cooperativa.

Mio padre mi ha educato secondo questi valori, li ho respirati fin da piccolo e quando nei mesi estivi andavo a lavorare alla Fornace di Fosdondo ero felice perché sentivo, era palpabile perfino per un quindicenne, cosa significava essere parte di una comunità, lavorare per qualcosa di più grande.

I miei genitori hanno rinunciato a tanto per farmi laureare. Mio padre voleva che studiassi perché non dovessi fare il muratore come lui, ma il suo desiderio più grande era che trovassi impiego in una cooperativa.
Io ho quarantacinque anni e ringrazio mio padre e tutti gli altri cooperatori, quelli veri, i lavoratori, quelli che oggi magari non hanno più il lavoro e i risparmi perché qualche incompetente, irresponsabile, ha mandato tutto in malora. Ringrazio mio padre e tutti gli altri perché hanno costruito qualcosa di importante, un modello di lavoro, un modello sociale che ha determinato la mia formazione e di cui ne vado fiero. Purtroppo, temo che non potrò fare lo stesso con le mie figlie.

Concludo chiedendo a Luca Bosi un semplice, piccolo gesto, concreto e coraggioso. Chieda pubblicamente a Mauro Casoli di dimettersi da presidente del Ccpl.
È una umiliazione, una mancanza di rispetto insopportabile per coloro che stanno subendo il fallimento di Unieco, vedere il principale responsabile a capo di un’altra cooperativa.
* lettore di Rio Saliceto.

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