Anni di assemblee, comitati ed esposti
QUATTRO CASTELLA. Il caso dell’inquinamento da cromo esavalente scoppia il 22 ottobre 2010, quando a Boschi di Puianello, in un pozzo privato di proprietà di Silvano Grassi, viene rilevata la...
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QUATTRO CASTELLA. Il caso dell’inquinamento da cromo esavalente scoppia il 22 ottobre 2010, quando a Boschi di Puianello, in un pozzo privato di proprietà di Silvano Grassi, viene rilevata la presenza di cromo esavalente in quantità superiore ai livelli di guardia per l’acqua potabile.
Il sindaco emette un’ordinanza precauzionale con divieto assoluto prelevare acqua dai pozzi in una quindicina di vie, pari a 500 abitanti. Subito viene istituito un tavolo tecnico (costituito da carabinieri, Comune, Provincia, Ausl, Arpae), il Comune presenta un esposto in Procura, mentre iniziano campionamenti su oltre 35 pozzi di privati e aziende, nel tentativo di individuare la causa: ma i rilievi danno esito negativo. Vengono analizzate le urine di 17 persone esposte: valori superiori alla norma per nonno e nipote, all’epoca di 3 anni. Partono due denunce in Procura, del padre del bimbo (avvocato Matteo Marchesini) e del nonno (avvocato Vainer Burani). Nasce il “Comitato per la difesa della salute contro l’inquinamento da cromo esavalente”, formato da un centinaio di residenti, con lettere aperte e assemblee dal clima teso. Durante una di queste assemblee, il 31 marzo 2011 si ipotizza un atto volontario: qualcuno avrebbe immesso la sostanza nel pozzo. Tesi respinta dai Grassi, che la ritengono impossibile. A dicembre 2013 la Igr, azienda adiacente divenuta sospetta, dismette l’attività di cromatura in cambio di un ampliamento. L’ultimo incontro pubblico con i cittadini risale al 2015.
Il sindaco emette un’ordinanza precauzionale con divieto assoluto prelevare acqua dai pozzi in una quindicina di vie, pari a 500 abitanti. Subito viene istituito un tavolo tecnico (costituito da carabinieri, Comune, Provincia, Ausl, Arpae), il Comune presenta un esposto in Procura, mentre iniziano campionamenti su oltre 35 pozzi di privati e aziende, nel tentativo di individuare la causa: ma i rilievi danno esito negativo. Vengono analizzate le urine di 17 persone esposte: valori superiori alla norma per nonno e nipote, all’epoca di 3 anni. Partono due denunce in Procura, del padre del bimbo (avvocato Matteo Marchesini) e del nonno (avvocato Vainer Burani). Nasce il “Comitato per la difesa della salute contro l’inquinamento da cromo esavalente”, formato da un centinaio di residenti, con lettere aperte e assemblee dal clima teso. Durante una di queste assemblee, il 31 marzo 2011 si ipotizza un atto volontario: qualcuno avrebbe immesso la sostanza nel pozzo. Tesi respinta dai Grassi, che la ritengono impossibile. A dicembre 2013 la Igr, azienda adiacente divenuta sospetta, dismette l’attività di cromatura in cambio di un ampliamento. L’ultimo incontro pubblico con i cittadini risale al 2015.
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