Già nel 1951 l’Eni scoprì il metano
di Vittorio Ariosi
A Correggio furono scavati 52 pozzi, 3 attivi fino al 2002. Comitato No Triv nel 2012
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NOVELLARA . La presenza di gas metano in pianura padana è fatto notorio che risale al dopoguerra.
Già le ricerche promosse a suo tempo dall’Eni hanno accertato la presenza nella valle padana di un vasto bacino sedimentato di gas metano, con un importante giacimento nell’area compresa fra i Comuni di Correggio, Rio Saliceto, Bagnolo e Campagnola Emilia.
Una scoperta, quella del 1951, allora accolta con un certo interesse, perché la carenza di risorse energetiche era ed è sempre un problema del nostro Paese, all’epoca spasmodicamente teso alla ricostruzione dopo i disastri della guerra.
Meno gradito oggi, specialmente dopo i disastri provocati dai recenti terremoti, anche se continuiamo a importare il 90% dei combustibili fossili di cui abbiamo bisogno.
Dopo l’individuazione del giacimento di Correggio, con metano puro al 98%, furono trivellati 52 pozzi a diverse profondità, e ne furono attivati tre, in località Canolo e Budrio, rimasti in produzione fino al 2002, anche se la concessione scadeva nel 2017, perché risultava che «il livello maggiormente produttivo del campo era esaurito».
Nel 2012 una società australiana ha iniziato di nuovo a perforare il terreno a Correggio, suscitando la «ferma contrarietà» del sindaco dell’epoca Marzio Iotti e la costituzione di un comitato No Triv. Il ministero dello Sviluppo economico, nei documenti emessi dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, ha comunque dichiarato l’area correggese «sito non idoneo allo stoccaggio», escludendo quindi a priori l’aspetto più problematico della questione per il territorio, vale a dire il fronte della sicurezza. Da notare che la pronuncia sulla compatibilità ambientale spetta alla Regione, che in questo caso l’ha già concessa: gli enti locali non hanno voce in capitolo, sul piano nazionale di ricerca idrocarburi stabilito dallo stato.
Già le ricerche promosse a suo tempo dall’Eni hanno accertato la presenza nella valle padana di un vasto bacino sedimentato di gas metano, con un importante giacimento nell’area compresa fra i Comuni di Correggio, Rio Saliceto, Bagnolo e Campagnola Emilia.
Una scoperta, quella del 1951, allora accolta con un certo interesse, perché la carenza di risorse energetiche era ed è sempre un problema del nostro Paese, all’epoca spasmodicamente teso alla ricostruzione dopo i disastri della guerra.
Meno gradito oggi, specialmente dopo i disastri provocati dai recenti terremoti, anche se continuiamo a importare il 90% dei combustibili fossili di cui abbiamo bisogno.
Dopo l’individuazione del giacimento di Correggio, con metano puro al 98%, furono trivellati 52 pozzi a diverse profondità, e ne furono attivati tre, in località Canolo e Budrio, rimasti in produzione fino al 2002, anche se la concessione scadeva nel 2017, perché risultava che «il livello maggiormente produttivo del campo era esaurito».
Nel 2012 una società australiana ha iniziato di nuovo a perforare il terreno a Correggio, suscitando la «ferma contrarietà» del sindaco dell’epoca Marzio Iotti e la costituzione di un comitato No Triv. Il ministero dello Sviluppo economico, nei documenti emessi dall’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse, ha comunque dichiarato l’area correggese «sito non idoneo allo stoccaggio», escludendo quindi a priori l’aspetto più problematico della questione per il territorio, vale a dire il fronte della sicurezza. Da notare che la pronuncia sulla compatibilità ambientale spetta alla Regione, che in questo caso l’ha già concessa: gli enti locali non hanno voce in capitolo, sul piano nazionale di ricerca idrocarburi stabilito dallo stato.
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