Monti: «Casoli via dal Ccpl»
di Enrico Lorenzo Tidona
Il capo regionale di Legacoop: «Va sostituito: non può restare presidente della coop»
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REGGIO EMILIA. «Siam qua ad intervenire contro queste crisi. Questo è il messaggio che vogliamo dare ai soci. E mi interessa molto anche che Mauro Casoli appena è possibile, quindi dalla prossima assemblea, se ne vada anche da presidente del Ccpl. Perché si vive anche di simboli». Giovanni Monti è romagnolo, presidente di Legacoop Emilia-Romagna, ravennate da 40 anni nella cooperazione rossa e salito ieri fino a Reggio Emilia per dare man forte ai più giovani Andrea Volta (presidente Legacoop Emilia Ovest) e Luca Bosi (presidente Sicrea e di Boorea, vice presidente Legacoop Emilia Ovest) durante una conferenza stampa sulla crisi di Unieco e della cooperazione su più larga scala. Monti ha voluto offrire rassicurazioni, per quanto possibile, ai cooperatori dell’edilizia rimasti senza lavoro, ai risparmiatori rimasti senza soldi e ai territori rimasti senza punti di riferimento. Ma il bazooka di Legacoop è quasi scarico e coprire i buchi miliardari lasciati dalle coop in crisi è durissima. Via quindi al patto per il lavoro, che Monti vuole stringere con la Regione e i territori, finanziando con 5 milioni di euro nuove iniziative imprenditoriali in settori promettenti, come il turismo. Questa la potenza di fuoco contro passivi che solo a Reggio Emilia superano agevolmente 1,5 miliardi di euro. Ecco allora, che la mancanza di soldi freschi lascia posto a promesse forti. La prima è dare ascolto ai cooperatori di Unieco che hanno chiesto - visti i risultati - che l’ex presidente della cooperativa reggiana ora in liquidazione coatta, Mauro Casoli, esca anche dal Ccpl, altra grande cooperativa industriale reggiana, nella quale ha mantenuto la presidenza. Con 450 posti di lavoro cancellati e 12 milioni di prestito sociale svanito, il mantenimento di Casoli al vertice del sistema stride alle orecchie dei cooperatori. «Si doveva fare sistema mentre nel 2006 c’era chi rivendicava maggiore autonomia delle proprie cooperative, che all’epoca avevano effettivamente bilanci sani - dice Volta - facendo squadra all’epoca si sarebbe evitata questa crisi. Invece si è intervenuti quando era già troppo tardi». Monti ha promesso di spingere affinché anche i lavoratori di Unieco, finora esclusi, riescano ad avere uno scampolo di cassa integrazione, mentre Bosi ha ribadito «che c’è anche chi rifiuta le nostre offerte di lavoro e preferisce starsene a casa e prendere la cassa».
Certo, ora, è difficile mettere una pezza visti i numeri in campo della Grande Crisi che ha colpito Reggio Emilia, capitale italiana della cooperazione. Allargando lo sguardo, poi, si vede l’entità reale dell’impatto generato dal crollo delle coop rosse dell’edilizia, che ha prodotto scosse verso Parma (coop Di Vittorio su tutte) e verso la Riviera. Un’onda d’urto che oltre alle quattro sorelle reggiane Unieco, Coopsette, Cmr e Orion (oltre 1,5 miliardi di passivo e prestito sociale in fumo per 70 milioni) ha steso anche altre medie e grandi realtà in Emilia-Romagna. Parliamo della Coop Costruzioni di Bologna, liquidata nel 2016, 400 dipendenti, debiti per 250 milioni, 1.850 creditori. A Modena c’è la Cdc, 280 dipendenti, passivo da 600 milioni, incorporata in Sicrea, società di capitali creata da Legacoop, e che dal 2012 sta acquisendo i rami sani delle coop per salvare fatturati, posti di lavoro e in parte anche la faccia. Poco più in là è saltata la coop Muratori San Possidonio. Facendo un salto verso Imola c’è l’altro caso emblematico, la Cesi di Imola, area sotto l’egida del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, finita in liquidazione nel 2014: aveva un attivo circolante di 886 milioni di euro e debiti a breve 950 milioni di euro. Una situazione grave, con distruzione di patrimoni collettivi formati dai risparmi dei soci cooperatori e dei pensionati, messa al centro di un esame generale da parte di Volta: «Nel quadro di una crisi del settore costruzioni - ha aggiunto - a Reggio Emilia è accaduto qualcosa di particolare, perché sono fallite quasi tutte le realtà medio grandi del settore. A Modena invece Cmb ha resistito, e ne siamo orgogliosi».
A chi accusa Legacoop di aver avuto responsabilità nella crisi di Unieco, l’associazione risponde in una nota che «sin dal 2013 abbiamo messo nero su bianco, tramite le periodiche revisioni, tutti i rischi che l’azienda stava correndo. Fino ad arrivare, con la revisione del 2016, a chiedere la messa in liquidazione della stessa cooperativa».
Salvo, però, non prendere forse nella dovuta considerazione la revisione dei conti 2014, che riportava alla fine parole lapidarie: «È necessaria a strettissimo giro una profonda ristrutturazione organizzativa partendo dai vertici aziendali», fase necessaria «per salvare se non tutta, almeno la parte di Unieco più efficiente ed apprezzabile dal mercato».
Certo, ora, è difficile mettere una pezza visti i numeri in campo della Grande Crisi che ha colpito Reggio Emilia, capitale italiana della cooperazione. Allargando lo sguardo, poi, si vede l’entità reale dell’impatto generato dal crollo delle coop rosse dell’edilizia, che ha prodotto scosse verso Parma (coop Di Vittorio su tutte) e verso la Riviera. Un’onda d’urto che oltre alle quattro sorelle reggiane Unieco, Coopsette, Cmr e Orion (oltre 1,5 miliardi di passivo e prestito sociale in fumo per 70 milioni) ha steso anche altre medie e grandi realtà in Emilia-Romagna. Parliamo della Coop Costruzioni di Bologna, liquidata nel 2016, 400 dipendenti, debiti per 250 milioni, 1.850 creditori. A Modena c’è la Cdc, 280 dipendenti, passivo da 600 milioni, incorporata in Sicrea, società di capitali creata da Legacoop, e che dal 2012 sta acquisendo i rami sani delle coop per salvare fatturati, posti di lavoro e in parte anche la faccia. Poco più in là è saltata la coop Muratori San Possidonio. Facendo un salto verso Imola c’è l’altro caso emblematico, la Cesi di Imola, area sotto l’egida del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, finita in liquidazione nel 2014: aveva un attivo circolante di 886 milioni di euro e debiti a breve 950 milioni di euro. Una situazione grave, con distruzione di patrimoni collettivi formati dai risparmi dei soci cooperatori e dei pensionati, messa al centro di un esame generale da parte di Volta: «Nel quadro di una crisi del settore costruzioni - ha aggiunto - a Reggio Emilia è accaduto qualcosa di particolare, perché sono fallite quasi tutte le realtà medio grandi del settore. A Modena invece Cmb ha resistito, e ne siamo orgogliosi».
A chi accusa Legacoop di aver avuto responsabilità nella crisi di Unieco, l’associazione risponde in una nota che «sin dal 2013 abbiamo messo nero su bianco, tramite le periodiche revisioni, tutti i rischi che l’azienda stava correndo. Fino ad arrivare, con la revisione del 2016, a chiedere la messa in liquidazione della stessa cooperativa».
Salvo, però, non prendere forse nella dovuta considerazione la revisione dei conti 2014, che riportava alla fine parole lapidarie: «È necessaria a strettissimo giro una profonda ristrutturazione organizzativa partendo dai vertici aziendali», fase necessaria «per salvare se non tutta, almeno la parte di Unieco più efficiente ed apprezzabile dal mercato».
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