Gazzetta di Reggio

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Rimpatriata alla Papa Giovanni, le ospiti tornano dopo 23 anni  

di Ambra Prati
Rimpatriata alla Papa Giovanni, le ospiti tornano dopo 23 anni  

Arrivate a Reggio Emilia da tutta Italia: tanti abbracci a don Ercole Artoni 

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REGGIO EMILIA. Una reunion con qualche momento di commozione (tanti gli abbracci, con gli lucidi, a don Ercole Artoni), ma con uno spirito allegro e nella quale la fitta conversazione al femminile lascia spazio a tante risate. Si è svolto ieri, nella sede della Papa Giovanni XXIII, il ritrovo delle ragazze del primo nucleo di quella che ora è una grande comunità di recupero. Si tratta delle ragazze che nel 1988 furono le prime ospiti della struttura di Case Melli, a Castelnovo Sotto: una “casa” solo per donne, tutte dipendenti da eroina, che a distanza di 23 anni hanno voluto ritrovarsi e dire grazie a don Ercole.

Racconta Daniela Suella, 47 anni, sarda: «In tutti questi anni non abbiamo mai avuto contatti. Mi è venuto il desiderio di reincontrare le ragazze, per aggiornarci sulle reciproche vite. Così ho cercato le mie ex “sorelle” (noi ci chiamavamo così) su Facebook e abbiamo organizzato questa giornata».
Per le madri di famiglia ancora vive; perché tante, dopo essere uscite, sono morte per malattia o per overdose. Il primo ricordo va a loro, quelle che non ce l’hanno fatta. «La Manu, poveretta».

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Le “sorelle” provengono da tutta Italia e sono ormai delle quarantenni: da Sardegna, Pontremoli, Ravenna, Bologna. Alcune hanno il marito al seguito, altre la sorella, un’altra ancora la figlia. «A lei insegno quelle regole che mostrarono a me: se fai una cosa male, rifalla tre volte – spiega Maria Albano, 43 anni – io avevo appena 14 anni, sono uscita a 18, con una educazione completamente diversa. La comunità è stata la mia famiglia».

Erano anni pionieristici, sul fronte della lotta alla droga, e i metodi erano severi. Debora Siro, 41enne di Castelnovo Monti: «Ricordo le punizioni. Io avevo 19 anni, ma ho avuto problemi anche in seguito, don Ercole mi ha aiutato più di una volta. Ora finalmente ho trovato il mio equilibrio».

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Tra le regole dell’epoca, l’assoluto isolamento. «Mio papà, pur di vedermi, partiva da Ravenna con l’auto carica di mele», rievoca Sabrina Pichetti, 45enne. «Niente telefono (i cellulari non esistevano), i genitori potevamo vederli una volta al mese», ricorda Catia Zangan, 46enne.

«In un primo tempo avevamo avuto problemi con i vicini, poi abbiamo dovuto tenerli lontani», afferma Maurizio Tamburini, uno dei tre operatori di Case Melli – oggi, alla Papa Giovanni, lavorano ben 147 operatori. «Era un vecchio casolare, molto diverso da questa sede moderna, ma immerso in una campagna bellissima, con quattro biolche di terra: le ragazze lavoravano i campi, coltivavano fiori nella serra oppure assemblavano lampadari – spiega Maurizio, che ora si occupa delle missioni all’estero per i frati di San Martino – c’erano 27 ospiti e la struttura restò aperta per dieci anni».

Le donne ricordano quando Maurizio faceva la notte. «Girava con la torcia, non gli scappava niente», ridono.

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