Gazzetta di Reggio

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Due nuove inchieste  

Aemilia tra pentiti e “spifferoni” di Stato 

di Alberto Setti
Aemilia tra pentiti e “spifferoni” di Stato 

REGGIO EMILIA. Intrecci tra equivoche società di consulenza con base in Croazia e sindacalisti che operano nella Bassa modenese, tra funzionari della Prefettura di Modena e politici, pressioni degli...

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REGGIO EMILIA. Intrecci tra equivoche società di consulenza con base in Croazia e sindacalisti che operano nella Bassa modenese, tra funzionari della Prefettura di Modena e politici, pressioni degli amministratori locali perché le autorità che seguivano il fallimento della Bianchini costruzioni assecondassero le intenzioni della stessa famiglia Bianchini. Poi, sullo sfondo, le dichiarazioni del pentito Pino Giglio: migliaia di pagine di trascrizioni che, ad avviso dei carabinieri, continuano a trovare riscontri concreti, consentendo una rinnovata e più puntuale lettura dei fatti.
Ha dell’incredibile il vaso di Pandora che l’inchiesta Aemilia sta disvelando. Un quadro preoccupante, come confermato dal procuratore antimafia Nicola Gratteri: l’altro giorno, nel considerare Aemilia un primo passo, ha parlato di continui contatti coi colleghi dell’antimafia di Bologna. Perché a questo punto dal processo Aemilia ne stanno per nascere di nuovi.
IL PENTITO GIGLIO. I pm della Dda Beatrice Ronchi e Marco Mescolini stanno riordinando le migliaia di pagine dei racconti di Pino Giglio, il “boss” dei trasporti cui Aemilia ha sequestrato e confiscato decine di camion per spezzare un mercato illegalmente “monopolizzato”, con annessi giri di fatture fasulle che andavano e venivano anche dai Bianchini.
GLI INFEDELI DI STATO. Un fascicolo invece è aperto da dicembre 2015 a carico di una decina di persone, per l’azione a “tridente” che i Bianchini avevano attuato. Prima per farsi riconsegnare l’iscrizione alla white list revocata dalla Prefettura su suggerimento degli investigatori, poi per ottenere l’iscrizione della nuova ditta del figlio Alessandro, la Ios, che nel frattempo – grazie alle entrature nel Comune di Finale – di lavori pubblici (pur senza white list) ne aveva già ottenuti. Il fatto che nella lunga e dettagliata testimonianza del maresciallo Emidio D’Agostino siano stati svelati i particolari e i video che accompagnarono quell’azione, dimostra che la Dda è pronta a giocare pubblicamente le sue carte, per cui c’è da attendersi a breve una nuova bordata, una Aemilia ter fatta di avvisi di garanzia e di contestazioni nel cuore del sistema pubblico, quel braccio malato dello Stato che stringeva dei patti con i Bianchini, passando informazioni riservate e consegnando i documenti chiusi nella cassaforte del Prefetto.
LA SAFI. I carabinieri hanno sequestrato alla Bianchini un mandato (un contratto) da 50mila euro con la società Safi, che fa capo a due persone: Alessandro Tufo e Ilaria Consi, con un procuratore che agiva per loro, Giulio Musto. La società ha sede formale a Milano, ma per i carabinieri la sede che conta è in Croazia. Safi entra in azione su suggerimento della Fratelli Baraldi di San Prospero. Quella che secondo Bianchini gli avrebbe “rifilato” materiali contaminati da amianto, con cui però collaborava. Safi, con i buoni auspici del senatore Giovanardi e di qualcuno all’interno della Prefettura, aveva ottenuto la riammissione alla white list della F.lli Baraldi, “schermando” gli ex titolari effettivi (Claudio Baraldi) con figure istituzionali e “pulite”. A benedire quel risultato erano stati i sindacati. In particolare un personaggio che tornerà anche in seguito nelle investigazioni. Ovvero quando si trattò di firmare un accordo con cui Alessandro Bianchini, in qualità di ex dipendente dei genitori, riusciva a farsi consegnare soldi e automezzi della ditta del padre, per aprire la sua “clonazione”. Il tutto “controfirmato” sempre da quel sindacalista, che validava l’accordo.
LE PRESSIONI DI GIOVANARDI. Che il senatore si sia prestato al tentativo di far riammettere i Bianchini, è notorio e documentato. Al processo però è emerso che Alessandro lo ha filmato e registrato mentre gli racconta delle sue “risse” con Questore e Prefetto per favorire i Bianchini, delle sue intenzioni di aggirare il Girer che si era opposto parlando direttamente con il prefetto Bruno Frattasi, a Roma. Nientemeno che il capo dipartimento del Ministero dell’Interno. Le parole di Giovanardi sull’uso delle armi (“Gli ho detto che se fossi in Bianchini...”) nelle registrazioni sono ingombranti.
Ed è impossibile che una Dda non le prenda in esame, valutando tutti e 23 i filmati di Alessandro, sequestrati nel blitz di gennaio 2015 nei computer dei Bianchini. «Hanno mostrato solo dei pezzi, quei video vanno visti tutti», si è difeso Alessandro. Intanto, nella nuova inchiesta, sono confluite anche le 5 mail indirizzate dalla Bianchini allo stesso Giovanardi.

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