"Unieco dentro al meccanismo"
L'ex presidente Mauro Casoli, per la Finanza, si affidava a Cappa per le false fatture
REGGIO EMILIA. Lo sciopero degli avvocati penalisti ha fatto slittare a fine giugno il procedimento legato alla misura di prevenzione patrimoniale che ha da tempo colpito l’imprenditore d’origine cutrese Carmine Cappa, 75 anni, titolare a Reggio del Consorzio artigiani muratori (Cam).
Non ancora ultimata la perizia da parte del professionista Luigi Attilio Mazzocchi (incaricato dalla Corte), comunque nella ricostruzione di come si è arrivati al blocco dei beni di Cappa ritroviamo gli esiti di una complessa indagine della Finanza che si è poi biforcata quanto a conseguenze giudiziarie: da una parte il maxi sequestro all’imprenditore (per sperequazione tra i redditi dichiarati e il patrimonio a disposizione del 75enne e della sua famiglia), dall’altro l’inchiesta penale (ora chiusa, si attende la fissazione dell’udienza preliminare) in cui Mauro Casoli (ai tempi numero uno della cooperativa edile Unieco) e 43 artigiani calabresi (fra cui anche Carmine Cappa) sono accusati di evasione fiscale tramite l’emissione (fra il 2008 e il 2010) di un consistente numero di fatture ritenute in gran parte fasulle perché riferite a lavori inesistenti.
La Finanza sarebbe partita da una verifica fiscale fatta nel febbraio 2010 nei confronti di Unieco , a cui aveva poi fatto seguito una perquisizione nella sede del Consorzio Artigiani Muratori (in cui veniva reperita la documentazione contabile 2005-2010, ma non la contabilità di cantiere). E per i finanzieri Cappa fungeva da “cerniera” fra Unieco e gli artigiani edili aderenti al Consorzio. Relativamente al maxi sequestro di beni, la Corte (presieduta da Francesco Caruso) ha fatto sue le conclusioni della Finanza (coordinata in questi accertamenti dal pm Maria Rita Pantani).
Per i giudici Cappa “si relazionava personalmente con la ccoperativa committente, gestiva i flussi finanziari – scrivono – non solo attraverso l’emissione delle fatture del Consorzio con il relativo incasso, ma anche con la predisposizione delle fatture fittizie dei singoli artigiani consorziati, che erano iscritti al Consorzio solo per avere la garanzia di un lavoro duraturo con la sola preoccupazione di ricevere la paga oraria o, addirittura, il compenso per l’emissione di fatture inesistenti. Il funzionamento del meccanismo illecito – rimarcano – che vedeva nel Consorzio (e nel Cappa in prima persona) il soggetto frapposto tra i consorziati e la cooperativa appaltante richiedeva, dunque, la compiacenza, se non il coinvolgimento, non solo di alcuni singoli consorziati ma anche, dall’altro, della cooperativa Unieco”.
Sempre per la Corte l’allora colosso cooperativo “poteva beneficiare non solo di non trascurabili vantaggi di carattere prettamente economico, amministrativo e giuslavoristico, ma altresì di illeciti vantaggi di natura fiscale, penalmente rilevanti, rappresentati dall’evasione fiscale ottenuta grazie alla fraudolenta indicazione, nelle dichiarazione dei redditi annuali, di elementi passivi fittizi mediante l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti”.
Ma in entrambi i tronconi giudiziari sia i difensori di Cappa (Enrico Della Capanna e Gianni Franzoni) sia quelli di Casoli (Roberto Bassi e Alberto Accordi) replicano a questa ricostruzione investigativa, negando che si tratti di fatture fasulle. Partendo dal presupposto che su questo “tasto” Unieco è già stata scagionata a livello di Commissione tributaria, le difese si dicono sicure di poter provare che quelle fatture si riferiscono a lavori eseguiti (a riprova le foto dei lavoratori in attività nei cantieri, ma anche le testimonianze degli artigiani che vi lavorarono, i collaudi delle opere).
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