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Il vescovo: «Se si vogliono fare i soldi non bisogna fare le coop»

Stefano Scansani
Il vescovo: «Se si vogliono fare i soldi non bisogna fare le coop»

Monsignor Camisasca in visita alla redazione della Gazzetta parla dei crac nel mondo delle coop: «Non si può gestire un evento cooperativo con i criteri del capitalismo avanzato»

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REGGIO EMILIA. Nell’arco di un’ora sono successe due cose. Che forniscono misura della febbre da crac delle cooperative delle costruzioni. L’ufficio stampa della diocesi ha inviato un comunicato–appello del vescovo che chiede di risarcire i soci risparmiatori.

Monsignor Massimo Camisasca è stato quindi ospite della nostra redazione e ha rilasciato un’intervista sul tema. Il suo pensiero è anche politico ed economico, non gira intorno al problema, non esita a indicare la causa primaria dei dissesti: “Se si vogliono fare i soldi non bisogna fare le cooperative”.

In viva voce qui alla Gazzetta, al di là della comunicazione arrivata dalla Curia, può commentare la crisi delle cooperative?
«Semplicemente mi sono chiesto: io, vescovo di questa terra, che comunque ho una responsabilità verso tutte le persone, posso restare senza voce di fronte a ciò che sta accadendo? Posso chiudermi nel silenzio? No. Qualcosa devo dire. Nello stesso tempo devo schierarmi? Non è il mio compito.

Sono arrivato qui quattro anni e mezzo fa. Non conosco perciò le storie passate e benché cerchi di informarmi, di leggere – al riguardo devo dire che la Gazzetta di Reggio mi ha aiutato a capire tante cose -, è chiaro che non ho vissuto i venti anni trascorsi. Ero a Roma. Non posso però esimermi dal parlare».

Qual è il quadro osservato da lei?
«Innanzi tutto ci sono delle persone che stanno perdendo il lavoro, tante forse. E poi, situazione ancora più grave, ci sono delle famiglie che hanno affidato i loro risparmi, magari raccolti per una vita, e le loro speranze. Non posso sottrarmi alla responsabilità di dire “facciamo tutto il possibile perché queste persone siano aiutate”. Poi certamente un giornale vorrebbe che il vescovo spiegasse il suo pensiero sulle responsabilità...».

Ecco, appunto, qual è il suo pensiero?
«Per un certo verso le responsabilità sono abbastanza evidenti. Basta leggere le cronache e vedere quello che è successo. E sia chiaro che per quel che affermo non mi lascio tirare per la giacca da nessuno. Dico che non si può gestire un evento cooperativo con i criteri del capitalismo avanzato. Se si vogliono fare soldi, non si devono fare le cooperative. Se si vogliono fare le cooperative, non è questa la strada per fare soldi».

La sua esortazione in prossimità della Pasqua?
«Dobbiamo davvero darci una mano tutti per aiutare le persone. Non possiamo essere lontani dal dramma di tutti questi reggiani. Penso che questo sarà una difficoltà che accompagnerà la nostra vita ancora per tanto e tanto tempo. Dobbiamo prepararci a fare il possibile affinché questa gente possa essere aiutata».

Monsignore, qui al tavolo della cronaca, la vedo bene come caporedattore. Quale titolo vorrebbe vedere per Pasqua sul giornale ideale di questa città, di questa provincia, di questa diocesi?
«Eccolo qua: “Visita pastorale, non c’è solo la paura fra di noi, c’è anche la possibilità di cominciare a costruire il futuro”. Oggi vedo una grande paura generalizzata.
E l’origine di questa paura non è soltanto la crisi del momento, ma è molto più profonda. È dovuta alla difficoltà di affrontare la vita che proviene da tanti buchi del passato».

C’è una responsabilità che ha determinato questa paura generalizzata?
«Non possiamo incolpare le generazioni di oggi di tutte le difficoltà e di tutte le paure che vivono. Però occorre anche ricominciare.

Come vescovo il mio compito più importante è quello di aiutare a vedere le luci, cioè i segni del nuovo che comincia, sapendo che c’è un vecchio che è tramontato.
La paura deriva dal fatto che queste luci si vedono con difficoltà e perciò sembra che non via sia più il passato. Al tempo stesso non si riesce a immaginare un futuro».

E secondo lei c’è una strada per sfuggire alla paura?
«Dobbiamo aiutare come buoni Caronte la gente, che va presa per mano. Bisogna traghettarla verso un futuro, che è domani, domattina.

È vero, ad esempio ci sono tante difficoltà fra marito e moglie, ma forse ci sono anche delle luci. Ci sono tante difficoltà con i figli, ma cerchiamo di aiutarci col rapporto con loro. Ci sono tante difficoltà per il lavoro, forse non possiamo avere il lavoro che desidereremmo. Ci sono però tanti lavori possibili. Non voglio dire che così tutto si risolve. Sarei un mago e non un prete.

Tuttavia possiamo aiutarci a camminare in avanti. È possibile che un Paese risorto da una guerra mondiale non sappia risorgere dalla guerra che abbiamo vissuto e forse stiamo ancora vivendo? Essa è forse ancora più drammatica perché non vediamo le case crollate, non sentiamo i bollettini di guerra, però ci sono tante case crollate, tanti bollettini di guerra attorno a noi. Esistono anche delle luci a cui guardare che possono riscaldarci e indicare la strada».
 

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