Profughi, Sassi: «Non parteciperemo ad alcun bando»
di Chiara Cabassa
L’assessore al Welfare sull’ordine del giorno di De Lucia «Il suo scopo? Creare un solco tra pubblico e terzo settore»
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REGGIO EMILIA. L’ordine del giorno presentato in Sala Tricolore dal consigliere Dario De Lucia (Pd) in ordine alla gestione dell'accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo è stato approvato all’unanimità. Ma mai come in questo caso la definizione “all’unanimità” va presa con le molle e con tutti i distinguo del caso. Il giorno dopo, a tornare sull’argomento è Matteo Sassi, vicesindaco e assessore al Welfare recentemente approdato all’Mdp. Puntualizzando che «l’Asp “Reggio Emilia-Città delle Persone” non parteciperà ad alcun bando della Prefettura per i richiedenti asilo così come prospettato dal consigliere De Lucia».
In realtà, nell’ordine del giorno approvato in consiglio comunale non si parla di bandi.
«La proposta iniziale prevedeva espressamente la partecipazione ai bandi. Lo stesso De Lucia ha poi cancellato quella parte sapendo che l’ordine del giorno, in quel caso, non sarebbe mai stato approvato. Ma il problema rimane. Non è accettabile mettere un ente pubblico (il Comune) o una sua azienda partecipata (Asp) sullo stesso piano di chi gestisce l’accoglienza e più in generale del terzo settore, che siano realtà cattoliche o laiche».
De Lucia non ha mai nascosto il suo atteggiamento critico nei confronti della Dimora d’Abramo chiedendo un maggior controllo pubblico.
«Il problema è proprio questo. Il tentativo di De Lucia è quello di creare un solco tra pubblico e terzo settore, quel terzo settore che negli anni è stato foriero di cose positive che contraddistinguono una storia ormai centenaria del welfare a Reggio Emilia. Tutto, certo, può essere migliorabile. Ma dobbiamo riconoscere come gli operatori che hanno fatto fronte al fenomeno dell’accoglienza in questi anni abbiano lavorato molto e bene, consentendo la tenuta della coesione sociale. Così come è innegabile che da sempre il welfare reggiano è in grado di attirare le risorse migliori».
Detto questo, come si pone il Comune?
«I Comuni sono stati fin dall’inizio estromessi dalla catena di comando dell’accoglienza, con il governo che ha sempre escluso gli enti locali da questa vicenda. Nella convinzione che il mancato coinvolgimento degli enti locali resti un grave vulnus, va detto che non essendo i Comuni seduti ad alcun tavolo per quanto riguarda i temi dell’accoglienza non si capisce come possano prendere delle decisioni in questo senso. Certo, il confronto c’è ed è costante, ma è postumo rispetto a quello che è stato deciso. Quando abbiamo dovuto farci carico, ed è solo un esempio, dei minori non accompagnati arrivati qui con i barconi, lo abbiamo fatto. Così come continuiamo a dare il nostro contributo».
Mentre, alla Camera, è appena stato approvato il decreto Minniti che dà indicazioni precise sulla gestione dell’immigrazione.
«Il decreto Minniti ha una colpa e un vizio: trasformare una sfida euromediterranea in un problema di ordine pubblico. Ma noi dobbiamo affrancarci da questa visione e fare un salto di qualità: affrontare una situazione strutturale (che può durare per più di una generazione) come se si trattasse di un’emergenza, significa essere miopi. Oltre al fatto che le risposte contenute nel decreto sono di dubbia costituzionalità e di difficile applicazione. Quello che manca è una strategia perché, accontentandoci di misure di corto respiro, rischiamo che anche i territori virtuosi come il nostro non ce la facciano».
Oggi, a Reggio Emilia e provincia, ci sono circa 1.600 richiedenti asilo. Si può già fare qualche previsione per i prossimi mesi?
«Ufficiosamente sappiamo che nel 2017 ci saranno ancora più arrivi rispetto ai flussi a cui siamo abituati. Questo significa che si deve andare oltre la politica dell’accoglienza locale. L’Italia deve chiamare a raccolta l’Europa, ma anche i paesi del Sud Europa per un progetto che apra nuovi scenari».
In realtà, nell’ordine del giorno approvato in consiglio comunale non si parla di bandi.
«La proposta iniziale prevedeva espressamente la partecipazione ai bandi. Lo stesso De Lucia ha poi cancellato quella parte sapendo che l’ordine del giorno, in quel caso, non sarebbe mai stato approvato. Ma il problema rimane. Non è accettabile mettere un ente pubblico (il Comune) o una sua azienda partecipata (Asp) sullo stesso piano di chi gestisce l’accoglienza e più in generale del terzo settore, che siano realtà cattoliche o laiche».
De Lucia non ha mai nascosto il suo atteggiamento critico nei confronti della Dimora d’Abramo chiedendo un maggior controllo pubblico.
«Il problema è proprio questo. Il tentativo di De Lucia è quello di creare un solco tra pubblico e terzo settore, quel terzo settore che negli anni è stato foriero di cose positive che contraddistinguono una storia ormai centenaria del welfare a Reggio Emilia. Tutto, certo, può essere migliorabile. Ma dobbiamo riconoscere come gli operatori che hanno fatto fronte al fenomeno dell’accoglienza in questi anni abbiano lavorato molto e bene, consentendo la tenuta della coesione sociale. Così come è innegabile che da sempre il welfare reggiano è in grado di attirare le risorse migliori».
Detto questo, come si pone il Comune?
«I Comuni sono stati fin dall’inizio estromessi dalla catena di comando dell’accoglienza, con il governo che ha sempre escluso gli enti locali da questa vicenda. Nella convinzione che il mancato coinvolgimento degli enti locali resti un grave vulnus, va detto che non essendo i Comuni seduti ad alcun tavolo per quanto riguarda i temi dell’accoglienza non si capisce come possano prendere delle decisioni in questo senso. Certo, il confronto c’è ed è costante, ma è postumo rispetto a quello che è stato deciso. Quando abbiamo dovuto farci carico, ed è solo un esempio, dei minori non accompagnati arrivati qui con i barconi, lo abbiamo fatto. Così come continuiamo a dare il nostro contributo».
Mentre, alla Camera, è appena stato approvato il decreto Minniti che dà indicazioni precise sulla gestione dell’immigrazione.
«Il decreto Minniti ha una colpa e un vizio: trasformare una sfida euromediterranea in un problema di ordine pubblico. Ma noi dobbiamo affrancarci da questa visione e fare un salto di qualità: affrontare una situazione strutturale (che può durare per più di una generazione) come se si trattasse di un’emergenza, significa essere miopi. Oltre al fatto che le risposte contenute nel decreto sono di dubbia costituzionalità e di difficile applicazione. Quello che manca è una strategia perché, accontentandoci di misure di corto respiro, rischiamo che anche i territori virtuosi come il nostro non ce la facciano».
Oggi, a Reggio Emilia e provincia, ci sono circa 1.600 richiedenti asilo. Si può già fare qualche previsione per i prossimi mesi?
«Ufficiosamente sappiamo che nel 2017 ci saranno ancora più arrivi rispetto ai flussi a cui siamo abituati. Questo significa che si deve andare oltre la politica dell’accoglienza locale. L’Italia deve chiamare a raccolta l’Europa, ma anche i paesi del Sud Europa per un progetto che apra nuovi scenari».
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