Unieco, verifiche su prestiti e quote
di Tiziano Soresina
Dopo il fascicolo sulle fatture fasulle, la Procura ora fa accertamenti sulle somme date in garanzia alle banche nel 2013
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REGGIO EMILIA. Il crollo verticale dei colossi cooperativi edili – un miliardo e mezzo di debiti accumulati e 70 milioni di euro di risparmio sociale completamente bruciato – è sempre più nel mirino della procura.
Come prevede la legge, in automatico la sezione fallimentare smista copia degli atti alla procura relativi alle procedure in corso e in ambito penale viene aperto un fascicolo a modello 45 (senza ipotesi di reato e senza indagati).
In questi anni è accaduto per quelle che ormai erano le quattro cooperative big dell’edilizia reggiana: due sono in concordato preventivo (Cmr dal 2012, Orion dal 2013), la Coopsette è in liquidazione dal 2015, mentre è recentissima la richiesta di liquidazione coatta amministrativa da parte dell’Unieco.
Ora, però, da quanto “filtra” i movimenti investigativi in seno alla procura sono diventati più accelerati e il varo di valutazioni più approfondite avrebbe due obiettivi imprescindibili: in primis il coinvolgimento del personale specializzato in questo tipo di indagini della Finanza e in seconda battuta la presa di contatto con i liquidatori che stanno seguendo i destini – tutto lacrime e sangue – delle cooperative edili crollate, per avere relazioni e ragguagli non in tempi biblici.
Relativamente ad Unieco sono due i fascicoli aperti. Il primo è già stato chiuso dal procuratore Giorgio Grandinetti e si attende la fissazione dell’udienza preliminare: Mauro Casoli (ai tempi numero uno della coop edile Unieco) e 43 artigiani calabresi (fra cui anche Carmine Cappa) sono accusati di evasione fiscale tramite l’emissione (fra il 2008 e il 2010) di un consistente numero di fatture ritenute in gran parte fasulle perché riferite a lavori inesistenti. Ma è il secondo fascicolo – sempre marchiato Unieco e conseguente alla procedura fallimentare richiesta – che sta attirando l’attenzione degli inquirenti. Nello specifico è la manovra – rivelata dalla Gazzetta – che venne fatta quattro anni fa (relativa a prestito sociale e quote sociali) a rendere necessarie accurate verifiche investigative. Unieco nel 2013 aveva bisogno della conferma delle linee di credito per 70 milioni di euro da parte delle banche. Per farlo, però, l’azienda presieduta allora da Mauro Casoli ha dovuto mettere sull’altro piatto della bilancia parte del patrimonio e, al contempo, congelare il 60% del prestito sociale così come le quote sociali (85%). Una sorta di garanzia, che per il solo prestito sociale valeva circa 12 milioni di euro, proprio quei soldi che ora sembrano svaniti perché finiti nell’immenso calderone dei debiti di Unieco, un impasto formato da un passivo di quasi 700 milioni di euro nel quale dovrà infilare le mani un liquidatore. Quei 12 milioni di prestito sociale rappresentano infatti i risparmi affidati dai soci lavoratori (256) e dai pensionati (700) alla cooperativa delle costruzioni, che è ormai prossima alla liquidazione coatta amministrativa.
Un capitolo tra i più dolorosi, ora al centro della rivendicazione da parte di quel migliaio fra soci e pensionati che vogliono vederci chiaro e tentare di recuperare i risparmi di una vita (si sono rivolti ad associazioni come Federconsumatori e ai sindacati). Perché sono in molti ad affermare, consiglio di amministrazione uscente compreso, che di quel vincolo sul 60% del prestito sociale con le banche stipulato nel 2013 nessuno ha saputo nulla fino al novembre del 2015. Ma questa manovra del 2013 è stata lecita? Due le ipotesi di reato che potrebbero configurarsi, cioè bancarotta preferenziale o appropriazione indebita aggravata. Una configurabilità ancora tutta da dimostrare, perché le verifiche degli inquirenti sono solo agli inizi.
Come prevede la legge, in automatico la sezione fallimentare smista copia degli atti alla procura relativi alle procedure in corso e in ambito penale viene aperto un fascicolo a modello 45 (senza ipotesi di reato e senza indagati).
In questi anni è accaduto per quelle che ormai erano le quattro cooperative big dell’edilizia reggiana: due sono in concordato preventivo (Cmr dal 2012, Orion dal 2013), la Coopsette è in liquidazione dal 2015, mentre è recentissima la richiesta di liquidazione coatta amministrativa da parte dell’Unieco.
Ora, però, da quanto “filtra” i movimenti investigativi in seno alla procura sono diventati più accelerati e il varo di valutazioni più approfondite avrebbe due obiettivi imprescindibili: in primis il coinvolgimento del personale specializzato in questo tipo di indagini della Finanza e in seconda battuta la presa di contatto con i liquidatori che stanno seguendo i destini – tutto lacrime e sangue – delle cooperative edili crollate, per avere relazioni e ragguagli non in tempi biblici.
Relativamente ad Unieco sono due i fascicoli aperti. Il primo è già stato chiuso dal procuratore Giorgio Grandinetti e si attende la fissazione dell’udienza preliminare: Mauro Casoli (ai tempi numero uno della coop edile Unieco) e 43 artigiani calabresi (fra cui anche Carmine Cappa) sono accusati di evasione fiscale tramite l’emissione (fra il 2008 e il 2010) di un consistente numero di fatture ritenute in gran parte fasulle perché riferite a lavori inesistenti. Ma è il secondo fascicolo – sempre marchiato Unieco e conseguente alla procedura fallimentare richiesta – che sta attirando l’attenzione degli inquirenti. Nello specifico è la manovra – rivelata dalla Gazzetta – che venne fatta quattro anni fa (relativa a prestito sociale e quote sociali) a rendere necessarie accurate verifiche investigative. Unieco nel 2013 aveva bisogno della conferma delle linee di credito per 70 milioni di euro da parte delle banche. Per farlo, però, l’azienda presieduta allora da Mauro Casoli ha dovuto mettere sull’altro piatto della bilancia parte del patrimonio e, al contempo, congelare il 60% del prestito sociale così come le quote sociali (85%). Una sorta di garanzia, che per il solo prestito sociale valeva circa 12 milioni di euro, proprio quei soldi che ora sembrano svaniti perché finiti nell’immenso calderone dei debiti di Unieco, un impasto formato da un passivo di quasi 700 milioni di euro nel quale dovrà infilare le mani un liquidatore. Quei 12 milioni di prestito sociale rappresentano infatti i risparmi affidati dai soci lavoratori (256) e dai pensionati (700) alla cooperativa delle costruzioni, che è ormai prossima alla liquidazione coatta amministrativa.
Un capitolo tra i più dolorosi, ora al centro della rivendicazione da parte di quel migliaio fra soci e pensionati che vogliono vederci chiaro e tentare di recuperare i risparmi di una vita (si sono rivolti ad associazioni come Federconsumatori e ai sindacati). Perché sono in molti ad affermare, consiglio di amministrazione uscente compreso, che di quel vincolo sul 60% del prestito sociale con le banche stipulato nel 2013 nessuno ha saputo nulla fino al novembre del 2015. Ma questa manovra del 2013 è stata lecita? Due le ipotesi di reato che potrebbero configurarsi, cioè bancarotta preferenziale o appropriazione indebita aggravata. Una configurabilità ancora tutta da dimostrare, perché le verifiche degli inquirenti sono solo agli inizi.
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