«Tengo famiglia, ai giudici non parlo»
di Alberto Setti
Aemilia: ex operai della Bianchini ritrattano. La difesa: «Testi falsi». La Dda: «Sono intimiditi». Le buste paga da Bolognino
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REGGIO EMILIA. Un testimone falso costruito negli uffici dei carabinieri per dichiarare l’insostenibile al processo Aemilia, come sostiene la difesa dei Bianchini? Oppure un testimone che all’insegna del “tengo famiglia” (parole testuali) ha evidentemente paura, come ha invece sostenuto la Procura antimafia?
Certamente un testimone - per di più costituito parte civile - che ieri ha disseminato a piene mani imbarazzo, nel maxi processo Aemilia. Antonio, 33 anni, originario di Torre Annunziata, se n’è uscito con dichiarazioni mai sentite finora: «Presidente – ha detto a Francesco Caruso, durante il controesame delle difese – denunciatemi pure, ma io mi sono scocciato, e non parlo più». Dopo una breve sospensione dell’udienza Antonio ha dapprima fatto sapere che avrebbe ripreso a parlare, poi si è di nuovo rifiutato. Antonio lavorava alla Bianchini costruzioni, nel 2012 del dopo sisma. Fa parte del “lotto” di muratori procurati al costruttore sanfeliciano da imputati della ’ndrangheta emiliana, ovvero Lauro Alleluia che reclutava e Michele Bolognino che comandava, minacciava e tratteneva (i soldi). «Non ho mai avuto il coraggio di denunciare, perché Michele mi avrebbe aggredito, e rischiavo di non lavorare più», aveva dichiarato ai carabinieri di Modena nel 2016, aggiungendo che “Michele” il calabrese, si tratteneva parte della sua busta paga. Emanuele, 35 anni, originario di Torre del Greco, collega dai Bianchini e amico di Antonio, nella veste di testimone che lo seguiva, ha finito per fare la stessa fine: parole sfarfugliate, incomprensibili, conferme e ritrattazioni al tempo stesso: «E che ne so io? Io non ne voglio sapere nulla... Minacciato io? Ma quando mai, a me non mi minaccia nessuno...», ha detto rispondendo - si fa per dire - al pm Beatrice Ronchi e agli avvocati. Al sicuro, nella caserma dei carabinieri di Modena, aveva detto tutt’altro: «;Mi sentivo intimidito da Michele che secondo me era un tipo poco raccomandabile. Non mi piaceva, così me ne sono andato». Un cinema, insomma. Tanto che la Corte ha sospeso l’udienza, per decidere corressero gli estremi di una possibile minaccia della ’ndrangheta, tesa a far ritrattare i due testimoni. Alla fine i magistrati hanno scelto ancora una mediazione. Considerando comunque valida la testimonianza di Emanuele e riconvocando le la prossima udienza Antonio. Di certo gli avvocati Giulio Garuti e Simone Bonfante (difensori dei Bianchini) hanno mostrato documenti dai quali risultavano pagamenti regolari, partecipazione ai corsi di formazione, versamento della Cassa Edile e del tfr... Un’altra visione delle cose. «Mi davano 5 euro all’ora, la cassa edile non l’ho mai ricevuta», ha ribattuto Antonio. Ma entrambi i testimoni su una circostanza sono stati irremovibili: pur essendo formalmente assunti dalla Bianchini Costruzioni, pur ricevendo (secondo la tesi difensiva) lo stipendio dalla Bianchini Costruzioni, per ritirare la busta paga e i “rimborsi spese fuori busta” si recavano - con altri operai - «nel capannone di Montecchio». Dove ad accoglierli, c’erano Lauro Alleluia e «un altro calabrese alto e grosso e Michele». Ovvero quel Michele Bolognino oggi al carcere duro, all’epoca capobastone della ’ndrangheta emiliana, secondo la Dda. E Michele tratteneva una quota dello stipendio «ma a me no, signor giudice». E aveva sul tavolo di Montecchio i buoni pasto dei Bianchini «che a me non venivano dati, signor giudice». Era Michele che faceva i conti delle ore e riceveva gli operai alle nove di sera. «Ma perché - ha chiesto il presidente Caruso - se lei riceveva regolare stipendio sul conto corrente, lavorava nei cantieri di Mirandola e Finale, era stato a firmare il contratto alla Bianchini di San Felice... Perché andava fino a Montecchio alle nove di sera per ritirare il foglio della busta paga?». Già, perché? «Che ne saccio io, signor giudice, quelli si tenevano 23 euro all’ora, mi pagavano 5-6 euro a me,... ma io ora non ne voglio sapere niente...».
Certamente un testimone - per di più costituito parte civile - che ieri ha disseminato a piene mani imbarazzo, nel maxi processo Aemilia. Antonio, 33 anni, originario di Torre Annunziata, se n’è uscito con dichiarazioni mai sentite finora: «Presidente – ha detto a Francesco Caruso, durante il controesame delle difese – denunciatemi pure, ma io mi sono scocciato, e non parlo più». Dopo una breve sospensione dell’udienza Antonio ha dapprima fatto sapere che avrebbe ripreso a parlare, poi si è di nuovo rifiutato. Antonio lavorava alla Bianchini costruzioni, nel 2012 del dopo sisma. Fa parte del “lotto” di muratori procurati al costruttore sanfeliciano da imputati della ’ndrangheta emiliana, ovvero Lauro Alleluia che reclutava e Michele Bolognino che comandava, minacciava e tratteneva (i soldi). «Non ho mai avuto il coraggio di denunciare, perché Michele mi avrebbe aggredito, e rischiavo di non lavorare più», aveva dichiarato ai carabinieri di Modena nel 2016, aggiungendo che “Michele” il calabrese, si tratteneva parte della sua busta paga. Emanuele, 35 anni, originario di Torre del Greco, collega dai Bianchini e amico di Antonio, nella veste di testimone che lo seguiva, ha finito per fare la stessa fine: parole sfarfugliate, incomprensibili, conferme e ritrattazioni al tempo stesso: «E che ne so io? Io non ne voglio sapere nulla... Minacciato io? Ma quando mai, a me non mi minaccia nessuno...», ha detto rispondendo - si fa per dire - al pm Beatrice Ronchi e agli avvocati. Al sicuro, nella caserma dei carabinieri di Modena, aveva detto tutt’altro: «;Mi sentivo intimidito da Michele che secondo me era un tipo poco raccomandabile. Non mi piaceva, così me ne sono andato». Un cinema, insomma. Tanto che la Corte ha sospeso l’udienza, per decidere corressero gli estremi di una possibile minaccia della ’ndrangheta, tesa a far ritrattare i due testimoni. Alla fine i magistrati hanno scelto ancora una mediazione. Considerando comunque valida la testimonianza di Emanuele e riconvocando le la prossima udienza Antonio. Di certo gli avvocati Giulio Garuti e Simone Bonfante (difensori dei Bianchini) hanno mostrato documenti dai quali risultavano pagamenti regolari, partecipazione ai corsi di formazione, versamento della Cassa Edile e del tfr... Un’altra visione delle cose. «Mi davano 5 euro all’ora, la cassa edile non l’ho mai ricevuta», ha ribattuto Antonio. Ma entrambi i testimoni su una circostanza sono stati irremovibili: pur essendo formalmente assunti dalla Bianchini Costruzioni, pur ricevendo (secondo la tesi difensiva) lo stipendio dalla Bianchini Costruzioni, per ritirare la busta paga e i “rimborsi spese fuori busta” si recavano - con altri operai - «nel capannone di Montecchio». Dove ad accoglierli, c’erano Lauro Alleluia e «un altro calabrese alto e grosso e Michele». Ovvero quel Michele Bolognino oggi al carcere duro, all’epoca capobastone della ’ndrangheta emiliana, secondo la Dda. E Michele tratteneva una quota dello stipendio «ma a me no, signor giudice». E aveva sul tavolo di Montecchio i buoni pasto dei Bianchini «che a me non venivano dati, signor giudice». Era Michele che faceva i conti delle ore e riceveva gli operai alle nove di sera. «Ma perché - ha chiesto il presidente Caruso - se lei riceveva regolare stipendio sul conto corrente, lavorava nei cantieri di Mirandola e Finale, era stato a firmare il contratto alla Bianchini di San Felice... Perché andava fino a Montecchio alle nove di sera per ritirare il foglio della busta paga?». Già, perché? «Che ne saccio io, signor giudice, quelli si tenevano 23 euro all’ora, mi pagavano 5-6 euro a me,... ma io ora non ne voglio sapere niente...».
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