Signori e padroni di Reggio
L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani, sulle parole del vescovo e sul crac delle cooperative reggiane
REGGIO EMILIA. Se qualcuno ancora non se n’è accorto qui a Reggio sta capitando qualcosa di oculistico. È un nuovo fenomeno che si chiama apertura degli occhi sull’ipertrofia e la vulnerabilità del sistema della cooperazione, polpa e sangue di Reggio e dei reggiani.
I dissesti delle coop delle costruzioni e la vaporizzazione dei prestiti sociali dovrebbero suonare la sveglia. Quella della discussione e riforma del meccanismo socio-economico-politico in cui siamo storicamente immersi e che ha fatto un ciclopico crac.
INSUBORDINAZIONE. Eppure i reggiani, nonostante siano apprezzati come spumeggianti, esuberanti ed estroversi, sul tema hanno sguainato la più alta e ampia sordina. La dirigenza della cooperazione se n’è stata zitta o si è preoccupata di scavare un vallo tra le responsabilità di Unieco e il ruolo di Legacoop. La politica ha mandato a dire che chissà da quale congresso del Pci non esistono più le porte girevoli fra papaveri politici e papaveri cooperatori (chi ci crede?).
Infine i soci per disciplina, dignità e tradizione hanno subìto passivamente, anche se negli ultimi giorni si va registrando una umana insubordinazione.
COMUNISTA. Inatteso, l’unico a dire in due e due quattro le cose come sono andate è stato il vescovo. Nell’intervista rilasciata durante la visita in Gazzetta, mercoledì, monsignor Camisasca ha fatto scorrere il suo pensiero su due concetti contrapposti.
Il vescovo ha detto: “Se si vogliono fare soldi, non si devono fare le cooperative. Se si vogliono fare le cooperative, non è questa la strada per fare soldi”. Chiaro e universale (per le coop rosse e per le coop bianche, quelle di lavoro, quelle dei servizi e quelle sociali). Ancor più quando il capo della diocesi ha usato un lieto lanciafiamme socioeconomico: “Dico che non si può gestire un evento cooperativo con i criteri del capitalismo avanzato”.
Sapete quali reazioni raminghe ho captato, quali giudizi peregrini ho incrociato nei giorni seguenti? “Comunista”. Il ragionamento del vescovo è “comunista”.
CAPITALISMO D’ASSALTO. Chi indugia ancora in queste preistoriche considerazioni ha la vista corta ed è ottenebrato da chissà quale archiviato congresso del Pci. Ma ammettiamo che davvero la riflessione di sua eccellenza sia “comunista”, dunque a sinistra del mondo cooperativo: vorrebbe dire allora che certe coop hanno perduto l’anima.
Nello stesso giorno nel quale abbiamo pubblicato l’intervista al vescovo sulla Gazzetta è apparsa la lettera della segretaria dello Spi Cgil di Reggio Emilia, Marzia Dall’Aglio che con altra intonazione ha enunciato concetti identici a quelli di Camisasca: “Gruppi dirigenti delle cooperative non hanno avuto remore nell’affrontare con estrema superficialità le difficoltà economiche delle aziende con gli stessi mezzi in uso da parte dell’imprenditoria capitalistica d’assalto”.
CI VOLEVA UN PRETE. Sono due conferme da altrettanti punti di vista, diversi. Ciò significa che il giudizio di Camisasca e la sentenza della Dall’Aglio non sono “di parte”, ma suscitati dal pensiero morale. Una reazione del buon senso.
Come ha confermato Papa Francesco rispondendo alle accuse alla “sua” impostazione pastorale: “Io comunista? Non ho detto una cosa in più di quanto scritto nella dottrina sociale del Vangelo”. Affermazione pontificia che si connette all’osservazione di un laico laico dell’intervista di Camisasca: “Toh, per sentire una cosa di sinistra è dovuto venire un prete”.
Altro lampante commento è stato quello del collega Enrico Lorenzo Tidona tra la folla di soci cooperatori: “Arrabbiati ma mai furenti. Già rassegnati. Il vero fondo di salvaguardia del prestito sociale sono loro, che sopportano in silenzio. Ultimo retaggio del comunismo emiliano. Condividono il bene e il male”.
TEMPO PERTURBATO. Proprio su queste considerazioni Reggio dovrebbe riflettere partendo dal dato che la cooperazione è signora e padrona della nostra realtà e sul fatto che la sua rotta unitaria e umanitaria è entrata in un tempo perturbato. La situazione è mutata.
Reggio dovrebbe riflettere partendo dalla difficoltà dell’apertura degli occhi su un fenomeno di crescita e caduta abnormi. Questa crisi di sfiducia del modello reggiano, paradossalmente, entra nella porta girevole e potrebbe intaccare la politica. Contrappasso.
ALIBI-SCIOGLILINGUA. E sarebbe insopportabile riascoltare prima o poi il ritornello “non ce ne eravamo accorti, “non eravamo pronti”, “non avevamo gli anticorpi”. Questo è un alibi-scioglilingua molto in voga in questa città, purtroppo in diversi ambiti, inascoltabile ad esempio dal padre della cooperazione, Camillo Prampolini.
DI PESO. Prendo e riporto di peso alcune righe dal libro “Il primo cooperatore – Contardo Vinsani, il riformista utopistico”, scritto da Mauro Del Bue: “Vinsani, con la schiettezza che gli era consueta, dirà a un vecchio compagno, e per questo sarà rimbrottato da Prampolini: “Se io, Prampolini e Maffei fossimo andati d’accordo saremmo i padroni di Reggio”. Padroni di che? Ribatterà indignato Prampolini che un socialista non sogna “la padroneria di alcunché”. Era il 1895. Buona Pasqua.
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it
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