Gazzetta di Reggio

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Chiesti 2 milioni per la morte di Carletto 

di Enrico Lorenzo Tidona
Chiesti 2 milioni per la morte di Carletto 

È il risarcimento preteso dai famigliari del bimbo che bevve detersivo. Ieri dieci parti civili ammesse al processo

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SAN MARTINO IN RIO. Genitori, nonni e zii. In tutto sono dieci le parti civili ammesse al processo per la morte del piccolo Carlo Russo, sette delle quali hanno chiesto un risarcimento di poco inferiore ai 2 milioni di euro. Una cifra venuta a galla ieri alla prima udienza davanti al gup Angela Baraldi, durante la quale è stata ricostruita la tragica vicenda de bimbo di 2 anni arrivato al pronto soccorso del Santa Maria Nuova di Reggio mercoledì 25 agosto 2015 dopo che, nel bar Black&White di via dell'Artigianato a San Martino in Rio, gestito dai genitori, aveva ingerito accidentalmente del detersivo per lavastoviglie che era in un bicchierino. La mamma, quando si era accorta dell’accaduto, era subito intervenuta per cercare di far rimettere al piccolo il pericoloso liquido ingerito. Poi, era scattata la corsa all’ospedale Santa Maria dove il bambino era deceduto alle 7 del 28 agosto. Ieri i sostituti procuratori Giulia Stignani e Giacomo Forte hanno reiterato la richiesta di rinvio a giudizio per cinque persone accusate, in concorso, di omicidio colposo: la madre Giusy Cataldo (su cui pesa, secondo gli investigatori, l’omessa vigilanza) e quattro medici dell'ospedale Santa Maria Nuova di Reggio (nel mirino della procura le cure prestate al bimbo durante quei tre giorni di ricovero chiusasi nella maniera più amara). Un’inchiesta delicata, in cui la madre di Carlo, Giusy Cataldo, si trova in udienza nella duplice veste di imputata (assistita dall’avvocato Alessandro Conti) e di parte civile, tutelata insieme agli altri familiari dall’avvocato Alessandro Carrara, mentre i nonni partecipano come parti civili con l’avvocato Carlo Taormina. «Bastava ci dicessero almeno “siamo uomini, la medicina non è una scienza esatta. Abbiamo sbagliato” - si è sfogato ieri il padre del bimbo, Antonio Russo, al termine dell’udienza - E invece niente. Perché non hanno trasferito Carlo? Se il bambino era come dicono loro grave, perché non l’hanno trasferito a Bologna. Noi non ci siamo opposti. Noi gli abbiamo portato Carlo in piedi me l'hanno restituito in una casa di zinco». L’ipotesi dei famigliari è che il bimbo sia morto per colpe mediche. «Non è stata riscontrata perforazione – sostiene infatti l’avvocato Carrara –. Manca quindi il presupposto della morte causata dal liquido». «Quando mi ha visto in ospedale Carlo rideva e voleva andare subito a casa: gli ho detto che doveva aspettare perché stava male – dice la nonna Filippa Catanzaro –. Ci siamo andati a casa, ma con la bara bianca».
«Il giudice ha inteso dare un possibilità al pubblico ministero e alle parti civili di replicare a quanto detto dalle tre difese – spiega Roberto Bassi, che difende i medici assieme a Franco Mazza –. Perché sono stati sollevati alcuni elementi: abbiamo depositato due perizie medico-legali che stabiliscono l’inesistenza della sindrome da infusione dovuta al propofol. E si è contestato anche il fatto che i medici siano stati oggetto di un capo di imputazione che non tiene presente delle singole responsabilità». Il giudice si pronuncerà in merito il prossimo 26 aprile.
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