OGGI ALLA PANIZZI
“Morire come schiavi”, storie di caporalato e omertà
REGGIO EMILIA. Oggi pomeriggio (ore 17.30) nella Sala del Planisfero della biblioteca, nell'ambito di Trecentosessantacinque Giorni Donna, in collaborazione con il Comune di Reggio e la Flai Cgil,...
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REGGIO EMILIA. Oggi pomeriggio (ore 17.30) nella Sala del Planisfero della biblioteca, nell'ambito di Trecentosessantacinque Giorni Donna, in collaborazione con il Comune di Reggio e la Flai Cgil, sarà presentato il libro “Morire come schiavi” della giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Enrica Simonetti sulla piaga del caporalato.
“Morire come schiavi”, edito da Imprimatur, racconta la storia di Paola Clemente, morta a quarantanove anni nei campi di Andria in un’estate piena di sole, sotto una cappa di silenzi e omertà che ha permesso a qualcuno di utilizzare le sue braccia per troppo tempo, con la ricompensa di due euro all’ora e nessun diritto. Paola. Ma anche molti altri: uomini e donne, braccianti stagionali sfruttati in modo vergognoso da caporali e mediatori capaci di produrre contratti fasulli. In questo viaggio on the road, o meglio in the fields, dal Gargano alla Calabria, si raccontano le storie di tante donne pugliesi, calabresi, lucane, di numerosi immigrati africani o rumeni, arrivati in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. Chiamati per !fare l’acinino” ai grappoli d’uva, raccogliere pomodori, olive, arance, mandarini, per necessità sono costretti a condizioni di lavoro stremanti. La precarietà fa accettare di tutto. E se questo accade al Sud, non si può dire che il Nord sia indenne, perché non c’è una geografia dello sfruttamento e dove c’è una campagna o un cantiere, spesso si “assume” manodopera in questo modo. Queste pagine vogliono essere innanzitutto un viaggio sociale utile a scuotere le coscienze.
“Morire come schiavi”, edito da Imprimatur, racconta la storia di Paola Clemente, morta a quarantanove anni nei campi di Andria in un’estate piena di sole, sotto una cappa di silenzi e omertà che ha permesso a qualcuno di utilizzare le sue braccia per troppo tempo, con la ricompensa di due euro all’ora e nessun diritto. Paola. Ma anche molti altri: uomini e donne, braccianti stagionali sfruttati in modo vergognoso da caporali e mediatori capaci di produrre contratti fasulli. In questo viaggio on the road, o meglio in the fields, dal Gargano alla Calabria, si raccontano le storie di tante donne pugliesi, calabresi, lucane, di numerosi immigrati africani o rumeni, arrivati in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. Chiamati per !fare l’acinino” ai grappoli d’uva, raccogliere pomodori, olive, arance, mandarini, per necessità sono costretti a condizioni di lavoro stremanti. La precarietà fa accettare di tutto. E se questo accade al Sud, non si può dire che il Nord sia indenne, perché non c’è una geografia dello sfruttamento e dove c’è una campagna o un cantiere, spesso si “assume” manodopera in questo modo. Queste pagine vogliono essere innanzitutto un viaggio sociale utile a scuotere le coscienze.
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