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Quando Erdogan diceva "pace"

Quando Erdogan diceva "pace"

Il premier turco 12 anni fa convocò i leader delle religioni. Una testimonianza diretta del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani

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REGGIO EMILIA. Di qua si dice sinir. Di là si dice alhudud. È la traduzione di frontiera in turco e in arabo. Gabriele Del Grande questa parola deve averla sentita quando i poliziotti di Hatay l’hanno arrestato non si sa perché, e poco prima, mentre intervistava i rifugiati siriani in fuga dalla guerra.

La vita del giornalista di frontiera può essere questa: o l’arrestano o gli sparano. A Gabriele è capitata la prima opzione in un angolo di mondo che per la sola geografia o la storia passata è una spina, una punta.

Hatay è il nome nuovo e turco dell’antichissima Antiochia di Siria che però dal 1939 è parte della repubblica turca, annessione mai riconosciuta dal governo di Damasco.

Già questo la dice lunga sul “limitare del fronte” che è la provincia di Hatay, infilata come un’appendicite (sì, un’appendicite, infiammata dentro l’intestino del mondo) di roccia gialla nei territori che furono dominati da Assad padre, a soli cento chilometri da Aleppo e altrettanti dalla città portuale di Latakia, la greca Laodicea, piazzaforte russa sul Mediterraneo.

È qui dove iniziano a premere tutti i conflitti mediorientali, fino a scorrere lungo l’Eufrate e raggiungere Raqqa e, lungo il Tigri, Mosul, capitali assediate dell’Isis.

È la faglia dei conflitti dove dodici anni fa partecipai al Meeting of Civilizations, cioè al convegno interreligioso per la pace nel Mediterraneo. Un’occasione datata 20-25 settembre 2005: vista da oggi è un’inverosimile trovata, un’inversione politica, un incredibile paradosso per Gabriele Del Grande da qualche giorno trasferito nel carcere di Mugla, sull’Egeo.

Inverosimile trovata quel convegno, ma non per Erdogan che l’evento aveva voluto, organizzato, egemonizzato, proprio sul sinir, la frontiera con la Siria.

In quel tempo l’attuale presidente della repubblica presidenziale nata col referendum di domenica scorsa, era già primo ministro e radunò ad Antiochia tutti gli uomini di Dio, le gerarchie in terra delle tre fedi monoteiste e loro ripartizioni, tonache e preghiere.

C’erano il Gran Muftì, il Gran Rabbino, il patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I, una serie di pope e arcivescovi delle Chiese orientali, un drappello di prelati cattolici inviati dal Vaticano, e poi giornalisti e commentatori, radio e televisioni. Folla. Perché il sogno turco stava sulla soglia delle porte d’Europa, ma allora pareva democratico e multiculturale, multireligioso e laico.

Un’altra Turchia, un diverso Erdogan che parlò all’aperto fra mezzelune, kippà, stelle di Davide e croci.
Il premier proclamò che quelle giornate dovevano rappresentare la “piattaforma internazionale contro il terrorismo globale”.

Turchia paladina (strano capovolgimento contemporaneo del mondo medievale), e giornalisti benvenuti.
Si capiva che lo scomodo vicino siriano guardava alle aperture del premier turco europeista con sospetto e uno spirito concorrenziale. Basta un esempio minimo. Una telefonata.

Un cordiale daewa. Al capo del nostro gruppo arrivò l’invito del governatore della provincia di Aleppo che pretendeva di portare cronisti e preti in corriera, al di là del confine, dentro la Cittadella oggi polverizzata dai bombardamenti.

Saremmo stati ospiti di Assad figlio, perché quella Siria era altrettanto – dicevano – multiculturale, multireligiosa e laica. Non se ne fece niente, perché i tempi erano stretti e le autorità turche mostrarono contrarietà.
E poi, a dire il vero, ci accorgemmo di quell’apprensione.

Polizia, militari e un elicottero scortavano-controllavano i nostri convogli, su e giù per quell’appendicite di roccia gialla, nell’andirivieni fra l’hotel di Iskènderun e il centro conferenze di Hatay, cioè dall’ellenistica Alessandretta che sta nel golfo dove sembra essersi staccata l’isola di Cipro, e Antiochia che fu metropoli d’epoca romana e dove Pietro e Paolo ebbero la prima contesa politico-religiosa. Zona calda.

Nella delegazione cattolica c’era anche il vescovo Luigi Padovese, un cappuccino rappresentante del Papa in Anatolia, assassinato con una coltellata alla gola dal suo autista (un islamista fanatico) nel giugno di cinque anni dopo.

Qualcosa o parecchio era mutato nella Turchia post-Atatürk e ora erdoganiana.
Padovese a cena disse: “Se oggi mi si chiedesse se sono contento di essere dove sono, risponderei certamente di sì”.

Si tratta della passione per il sinir o l’alhudud, la frontiera. Che in quell’angolo, orlato di pini d’Aleppo e rovine d’ogni secolo, è invisibile e non accetta libertà. Ne sa qualcosa Gabriele Del Grande.
s.scansani@gazzettadireggio.it
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