Ricerche di petrolio e terremoti «La tecnica di AleAnna è sicura»
di Giuseppe Boi
Novellara, l’esperto dell’Ingv sulla relazione tra le ricerche nell’area Fantozza e possibili rischi sismici «Non ci sono evidenze scientifiche e l’uso del Vibroseis è poco invasivo. Più prevenzione, non paure»
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NOVELLARA. I terremoti non si possono prevedere né, tanto meno, si può escludere che le attività dell’uomo nel sottosuolo possano causarli. «Tuttavia non vi sono evidenze scientifiche fra le ricerche di idrocarburi e i fenomeni sismici». Ancor più se per trovare i giacimenti si usa il sistema Vibroseis «tecnica usata per le ricerche scientifiche e tra le meno invasive». Ossia il sistema che l’azienda statunitense AleAnna intende usare per sondare la Bassa reggiana a caccia di gas e petrolio. Tuttavia resta la preoccupazione che questi studi possano intaccare l’equilibrio sismico in una zona già colpita dal terremoto del 2002, ossia l’area “Fantozza”: circa 104 chilometri quadrati tra i Comuni di Campagnola Emilia, Fabbrico, Guastalla, Novellara, Reggiolo, Rio Saliceto e Rolo in provincia di Reggio Emilia, Carpi e Novi nella provincia di Modena. Per questo abbiamo contattato Gaetano De Luca, esperto dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia). Gli abbiamo posto una serie di domande non certo con l’ambizione di dare certezze su un tema di per se incerto, ma quanto meno di fare chiarezza dal punto di vista scientifico su cosa sono gli studi in programma sulla sponda destra del Po.
Esiste una correlazione tra l’operato dell’uomo nel sottosuolo e i terremoti?
«In bibliografia c’è solo una certezza: ossia l’esistenza dei cosi detti “colpi di tensione”».
Di che si tratta?
«Sono movimenti tellurici, più o meno intensi, che si verificano quando vengono effettuati dei lavori come lo scavo di gallerie nelle miniere. In pratica il terreno si riassesta producendo dei terremoti che possono essere anche accompagnati da rumori violenti».
Possono verificarsi anche in caso di ricerche nel sottosuolo come quelle usate per trovare idrocarburi?
«Scientificamente la questione non è chiara e va approfondita, ma va sottolineato un fattore importante».
Quale?
«I terremoti distruttivi in area appenninica si sviluppano a una profondità tra gli 8 e i 13 chilometri. Abbiamo esempi minori (l’ipocentro della scossa principale del sisma del 2012 in Emilia avvenne a 6,3 chilometri, ndr), ma le ricerche di giacimenti di idrocarburi avvengono a una profondità tra i 2 e i 3 chilometri. Sono pochi e non esistono dei modelli scientifici che colleghino eventi importanti con movimenti nel sottosuolo a quell’altezza».
In questo caso a creare timori è il sistema che AleAnna vuole utilizzare per sondare la Bassa reggiana, ossia la tecnica del Vibroseis.
«È una tecnica usata per la ricerca scientifica. È molto utile perché permette di registrare vibrazioni su più punti. Non viene usata solo per sondare il terreno a caccia di idrocarburi, ma per tante altre cose».
Ossia?
«È utilizzata ad esempio per effettuare test sulla tenuta sismica degli edifici. Prima che venisse messa a punto la tecnica del Vibroseis si installavano delle centraline pronte a registrare la risposta delle strutture in ponti, palazzi e case. In pratica si aspettava un piccolo terremoto per effettuare l’indagine dinamica. Ora si usano le tecniche di vibrazione per accelerare le ricerche ma, soprattutto, perché sono meno invasive e violente di qualsiasi altro mezzo di ricerca».
In che senso?
«Prima, tanto negli studi scientifici quanto nella ricerca di idrocarburi, si usavano gli esplosivi. Durante uno studio nel Vesuvio, ad esempio, siamo arrivati ad usare ordigni da mezza tonnellata per “provocare” le vibrazioni. Per effettuare le ricerche ci siamo dovuti far aiutare dall’esercito. Insomma, stiamo parlando di situazioni ben più impattanti rispetto a masse vibranti a basse frequenze generate da piastre montate su autocarri, ossia i Vibroseis».
Resta comunque la paura terremoto e la necessità di fare prevenzione.
«Ecco, la parola giusta è prevenzione: ossia mettere in sicurezza gli edifici prima che si verifichi l’evento sismico. I terremoti non si possono prevedere, ma ci si può preparare ad affrontarli. Facendo, per l’appunto, prevenzione per evitare che gli “sciacalli” dell’emergenza sismica facciamo affari e siano “autorizzati” a fare le peggiori stupidaggini e, soprattutto, per salvare vite umane».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Esiste una correlazione tra l’operato dell’uomo nel sottosuolo e i terremoti?
«In bibliografia c’è solo una certezza: ossia l’esistenza dei cosi detti “colpi di tensione”».
Di che si tratta?
«Sono movimenti tellurici, più o meno intensi, che si verificano quando vengono effettuati dei lavori come lo scavo di gallerie nelle miniere. In pratica il terreno si riassesta producendo dei terremoti che possono essere anche accompagnati da rumori violenti».
Possono verificarsi anche in caso di ricerche nel sottosuolo come quelle usate per trovare idrocarburi?
«Scientificamente la questione non è chiara e va approfondita, ma va sottolineato un fattore importante».
Quale?
«I terremoti distruttivi in area appenninica si sviluppano a una profondità tra gli 8 e i 13 chilometri. Abbiamo esempi minori (l’ipocentro della scossa principale del sisma del 2012 in Emilia avvenne a 6,3 chilometri, ndr), ma le ricerche di giacimenti di idrocarburi avvengono a una profondità tra i 2 e i 3 chilometri. Sono pochi e non esistono dei modelli scientifici che colleghino eventi importanti con movimenti nel sottosuolo a quell’altezza».
In questo caso a creare timori è il sistema che AleAnna vuole utilizzare per sondare la Bassa reggiana, ossia la tecnica del Vibroseis.
«È una tecnica usata per la ricerca scientifica. È molto utile perché permette di registrare vibrazioni su più punti. Non viene usata solo per sondare il terreno a caccia di idrocarburi, ma per tante altre cose».
Ossia?
«È utilizzata ad esempio per effettuare test sulla tenuta sismica degli edifici. Prima che venisse messa a punto la tecnica del Vibroseis si installavano delle centraline pronte a registrare la risposta delle strutture in ponti, palazzi e case. In pratica si aspettava un piccolo terremoto per effettuare l’indagine dinamica. Ora si usano le tecniche di vibrazione per accelerare le ricerche ma, soprattutto, perché sono meno invasive e violente di qualsiasi altro mezzo di ricerca».
In che senso?
«Prima, tanto negli studi scientifici quanto nella ricerca di idrocarburi, si usavano gli esplosivi. Durante uno studio nel Vesuvio, ad esempio, siamo arrivati ad usare ordigni da mezza tonnellata per “provocare” le vibrazioni. Per effettuare le ricerche ci siamo dovuti far aiutare dall’esercito. Insomma, stiamo parlando di situazioni ben più impattanti rispetto a masse vibranti a basse frequenze generate da piastre montate su autocarri, ossia i Vibroseis».
Resta comunque la paura terremoto e la necessità di fare prevenzione.
«Ecco, la parola giusta è prevenzione: ossia mettere in sicurezza gli edifici prima che si verifichi l’evento sismico. I terremoti non si possono prevedere, ma ci si può preparare ad affrontarli. Facendo, per l’appunto, prevenzione per evitare che gli “sciacalli” dell’emergenza sismica facciamo affari e siano “autorizzati” a fare le peggiori stupidaggini e, soprattutto, per salvare vite umane».
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