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Resta a Roma il processo a Bonferroni e Zobbi 

Resta a Roma il processo a Bonferroni e Zobbi 

Corruzione: la Cassazione accoglie le richieste dei difensori sulla competenza  Per la Dda i due politici reggiani avrebbero "spinto" una maxi lottizzazione

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REGGIO EMILIA. Verranno giudicati a Roma – con altri cinque imputati – due politici reggiani di lungo corso come l’ex senatore democristiano 78enne Franco Bonferroni e il 66enne Tarcisio Zobbi (esponente dell’Udc ed ex consigliere regionale per la Dc) che sono finiti nel troncone processuale di “Pesci” su un intreccio politico-imprenditoriale che avrebbe avuto come “piatto” ricco la lottizzazione “Lagocastello” che prevedeva la costruzione – a ridosso del centro storico di Mantova – di 200 villette ed un hotel in prossimità della sponda sinistra del Lago Inferiore.
Così ha deciso la Corte di Cassazione, interrompendo il ping pong tra Brescia e la Capitale. Vicenda stralciata dal faldone dell’inchiesta Pesci – sulle infiltrazioni ’ndranghetiste nel tessuto mantovano – dal giudice per l’udienza preliminare di Brescia Vincenzo Nicolazzo, che nel gennaio del 2016 aveva trasferito gli atti a Roma. Ma nel luglio 2016 gli atti della presunta corruzione Lagocastello rimbalzano nuovamente a Brescia per iniziativa del gup romano (Donatella Pavone) che solleva un conflitto negativo di competenza.
Si arriva così alla Cassazione, chiamata a sbrogliare il nodo una volta per tutte. Così dopo la requisitoria del procuratore generale, che aveva avallato i pareri dei difensori, tutti concordi nell’indicare come sede naturale del processo Roma, dove sarebbe avvenuta la presunta corruzione. In punta di diritto, l’aggancio dei difensori è alla norma secondo cui è il reato più grave a stabilire la competenza territoriale: nel caso Lagocastello la corruzione in atti giudiziari, che prevede pene dai 6 ai 12 anni.
Secondo la ricostruzione fatta dagli investigatori il sindaco di Mantova (il 59enne Nicola Sodano) avrebbe appoggiato nel 2012 il conterraneo Antonio Muto (imprenditore edile cutrese 54enne ritenuto dalla Dda fiancheggiatore della cosca Grande Aracri, ma assolto in primo grado) per riprendersi l'appetitosissimo affare "Lagocastello" (poi definitivamente stoppato dal Consiglio di Stato) in cambio di incarichi professionali per lo studio di architettura che fa capo al primo cittadino stesso. Un "filone corruzione" in cui gli inquirenti collocano - come si legge nell'ordinanza - anche i due politici reggiani (Zobbi è sempre stato considerato, in politica a Reggio, il braccio destro di Bonferroni) che avrebbero agito non gratuitamente. Secondo la Dda il momento-chiave è il 3 luglio 2012, cioè quando il Consiglio di Stato boccia il mega progetto, ma Muto non demorde e vuole avanzare soluzioni alternative alla lottizzazione cassata. Modifiche progettuali elaborate poi, con tre possibili soluzioni, dallo studio professionale di Sodano: una copia, in cd, di questi elaborati tecnici “viene recapitata - scrivono gli inquirenti - in data 3 agosto a Reggiolo nelle mani di Zobbi che, a sua volta, si preoccupa di consegnarla a Bonferroni”. Poi gli investigatori parlano del 21agosto, quando Muto - sollecitato da Zobbi - avrebbe recapitato a Bonferroni “una memoria riguardante la vicenda Lagocastello aggiornata al mese di marzo 2012 e da integrare con gli esiti della sentenza del Consiglio di Stato”. E quella memoria l'ex senatore reggiano “l’avrebbe dovuta utilizzare in un successivo incontro con una persona non meglio identificata nell'interesse del Muto stesso”. Ma anche quest'ultimo tentativo pro-lottizzazione fallirà.

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