La lezione di giustizia del partigiano Diavolo al ministro Orlando
Il ministro della Giustizia Orlando è andato a casa del 97enne partigiano Diavolo: «Comandante, sono onorato»
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REGGIO EMILIA. «Non sono un personaggio, sono diventato qualcosa che hanno voluto farmi diventare. Ho un passato drammatico, è vero, perché la gente quando pensa a me non pensa al partigiano, ma all’uomo che ha fatto dieci anni e che per cinquant’anni si è battuto da solo per essere riconosciuto innocente. Lei è il ministro di Grazia e Giustizia e sappia che i magistrati non sono al di fuori della politica».
Giustizia. È questa in fondo la stella polare che guida la vita del partigiano Diavolo, il 97enne Germano Nicolini, protagonista della Resistenza che solo dopo una battaglia combattuta in solitaria per quasi cinquant’anni ha potuto dimostrare la sua totale innocenza.
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Una richiesta di verità che racchiude in sé diritti e doveri, virtù morali e applicazioni giuridiche, messi in fila dal Diavolo con disarmante lucidità in un incontro privato con il Guardasigilli, Andrea Orlando, che nel tour reggiano per le primarie Pd non ha mancato di rendere omaggio nella sua casa di Correggio al leggendario comandante che si è battuto una vita intera, per la giustizia del popolo e per ottenere la verità di fronte allo storico torto subito.
Ingiustamente accusato dell’omicidio del parroco, Umberto Pessina, avvenuto il 18 giugno 1946 nella parrocchia a San Martino Piccolo a Correggio, il Diavolo fu condannato a 22 anni di carcere. Ne scontò dieci grazie ad un indulto, venendo scagionato in maniera definitiva soltanto nel 1994. «Comandante, per me è un onore e un piacere», le parole del ministro, che di fronte alle considerazioni del Diavolo non può che annuire, ammirato dalla saggezza e dalla profonda consapevolezza di un uomo che si è trovato incastrato fra le pieghe della Storia, come lo stesso Nicolini ricorda, quando non ancora trentenne venne eletto sindaco di Correggio anche con i voti di tre consiglieri dell’opposizione democristiana.
La guerra era già finita. Ma il clima era ancora caratterizzato da una scia di vendette e di delitti di stampo politico, dove la conflittualità fra Chiesa e Partito Comunista sembrava senza possibilità di mediazione.
È in quel clima che avviene l’omicidio Pessina, con l’ingiusta accusa al Diavolo: una vicenda contrassegnata per decenni da interessi taciuti e reticenze sia del mondo cattolico che di quello comunista, prima dell’assoluzione definitiva in cassazione, dopo quasi mezzo secolo: «Io ero quel poveretto che era lì in mezzo – ammette il Diavolo – Sono stato sindaco per tre mesi. E in tre mesi mi hanno fatto subito le scarpe». Il ministro ascolta in silenzio, quasi a voler catturare ogni singolo istante di quella visita storica: il titolare del ministero di Grazia e Giustizia per la prima volta nella casa di un uomo la cui vita è stata scandita da vicende processuali ingiuste.
«È per questo mio passato che lei mi è venuto a trovare», dice il Diavolo al Guardasigilli, al quale non risparmia di conferire un significato d’attualità alla sua lunga esperienza, parlando anche della sfida che domenica metterà l’uno contro l’altro per la guida del Pd lo stesso Orlando, l’ex premier, Matteo Renzi, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano.
Una sfida interna a un partito logorato da una nuova conflittualità, reduce dalla scissione di una sua componente storica: «Quello che a me interessa – dice Nicolini – è che nasca nel Pd un certo equilibrio, non si annullano queste differenze nel giro di dieci o venti anni. Sono due culture che hanno bisogno di secoli per integrarsi politicamente. E allora io voterò per cercare un equilibrio».
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