Gazzetta di Reggio

Reggio

Il doppio scatto del monsignore 

di STEFANO SCANSANI
Il doppio scatto del monsignore 

Camisasca energico, dalla presa di posizione sul crac delle coop alla visita a Casa Cervi

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Monsignore, c’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria. Gli ambienti della curia risponderebbero prontamente di no, che non è vero, nel senso che i recenti pronunciamenti del vescovo di Reggio Emilia e Guastalla – così forti e decisi – sarebbero motivati da fatti contingenti. Più semplicemente monsignor Massimo Camisasca non può non occuparsene, per il suo magistero e per le sue responsabilità. Cioè del crac delle cooperative dei costruttori, del severo confronto con i vertici di Legacoop, della visita a Casa Cervi che ha coinciso con il ricordo del beato Rolando Rivi, e infine dell’ultimo suo libro il cui titolo potrebbe rappresentare una chiave per interpretare questa inedita mobilitazione: “La straniera - Meditazioni sulla Chiesa”.
Camisasca non è proprio l’uomo e il vescovo che vive distaccato dagli eventi di questo mondo. Ha tutt’altra formazione: storica, filosofica, pratica.
In questi giorni è stimabile una intensificazione delle sue parole e della loro portata. A queste si sono aggiunti gesti che non possono essere definiti ordinari o automatici. Qualcuno aggiunge inaspettati, non tanto per la personalità del monsignore (diretta e partecipante), ma per i fatti, gli accadimenti. E poi Camisasca è alla metà del suo percorso reggiano. È lui stesso che fa i conti tra il verde di Casa Cervi, all’aperto, durante una conversazione larga che è la trama su cui si svolge questa analisi.
Fa i conti. Nove anni a Reggio. Infatti Camisasca ha preso possesso della diocesi nel 2012 e nel 2021, quando compirà i 75 anni dovrà canonicamente rinunciarvi.
Sabato ha detto “quattro anni e mezzo sono passati e non potevo non venire a Casa Cervi”. Non credo che la decisione di visitare quel luogo sensibile di Gattatico sia stata dettata dal tempo cronologico. Ma perché – finalmente – si è fatto il tempo, dopo 74 anni dalla fucilazione dei sette fratelli e a 45 dalla consacrazione del museo di Gattatico alla storia antifascista, partigiana, resistenziale, libertaria, di sinistra.
“Si è fatto il tempo” è decisamente una modalità evangelica. L’andata a Gattatico del vescovo non ha interrotto una smemoratezza o il distacco della gerarchia cattolica su Casa Cervi, ma ha dato un taglio al sistema delle parti, delle controparti che ancora pervadono l’Italia. Nello stesso giorno di sabato Camisasca è stato infatti a San Valentino di Castellarano per una messa in memoria di Rolando Rivi, il seminarista ucciso da partigiani; e poi nel sacrario partigiano di Gattatico. Questa decisione pare assecondare la dichiarazione di Camisasca risalente al 2013 in risposta a chi temeva che la memoria di Rivi potesse infangare quella della Resistenza: “La riconciliazione non può avvenire attraverso la negazione della verità storica. Nessuno deve avere paura della verità storica. Se c’è un male che è stato compiuto dobbiamo denunciarlo: dobbiamo perdonare coloro che l’hanno compiuto, ma non nascondere ciò che è accaduto”.
Per individuare i passaggi salienti di queste giornate, proponiamo una lettura delle dichiarazioni di Camisasca, partendo da quella introduttiva, personale e anche intimista:

«La campagna è stata il polmone della mia vita. Perché ho sempre vissuto in città, malvolentieri. La mia memoria è là, alla terra, agli alberi, agli animali. Oggi la campagna invece viene sentita come schiavitù. Ho fatto la visita pastorale nella nostra montagna e si spacca il cuore nel vedere quanto è stata abbandonata, quanto non è stata capita dai nostri uomini politici, penso di nessun colore. Non è stata capita l’importanza della montagna, l’importanza di potere continuare a lavorare. Sì, adesso c’è qualche piccolo ritorno. Bisognerebbe creare davvero delle start up e altre cose per permettere alla gente di tonare alla terra, e forse ci guadagneremmo in equilibrio, in serenità, in capacità di lavorare senza vivere di lamento e a costruire».

Una questione di libertà e di democrazia. Così Camisasca motiva la sua scelta di essere il primo vescovo di Reggio che fa visita a Casa Cervi.

«Resterò qui a Reggio nove anni, quattro anni e mezzo sono passati e non potevo non venire a Casa Cervi. Posso dirlo, è un dato personale, ma è anche risaputa la mia amicizia con la senatrice Soliani che ha giustamente favorito questa mia venuta. E poi voglio dire una cosa profondamente cristiana e profondamente attinente a questo luogo: è la parola memoria.
La memoria è molto più del ricordo, perché è la consapevolezza attiva che dobbiamo operare nel presente perché vivano tutte le possibilità del sangue di chi si è battuto per la libertà del nostro Paese. Ancora oggi c’è bisogno di riscoprire che cosa vuol dire veramente democrazia».

Camisasca non rinuncia a motivare la sua presenza a Gatatico. Dice che non poteva non venire qui, come se quel viaggio di sabato scorso fosse programmato da tempo o prima o poi ineluttabile.

«L’incontro con i discendenti dei Fratelli Cervi più che un simbolo è un fatto. Io amo molto le relazioni personali. Penso che proprio queste servano a creare quei ponti di cui parla spesso Papa Francesco. È il sentimento profondo che ho nella mia vita: amo incontrare, capire, conoscere, stabilire rapporti. E concludo da dove sono partito, dal mio sentimento della vita. Non potevo non venire qui. La mia risposta non può che essere sì, dovevo venire».

Passiamo svelti al crac delle cooperative delle costruzioni. Il 12 aprile, ospite della nostra redazione, il vescovo aveva detto tre cose: “Se si vogliono fare soldi, non si devono fare le cooperative. Se si vogliono fare le cooperative, non è questa la strada per fare soldi. Non si può gestire un evento cooperativo con i criteri del capitalismo avanzato”.
Parlando con la stampa a Gattatico Camisasca, più che precisare, ha ribadito:

«Lasciatemi la libertà di dire che avete un po’ usato queste parole. Io non ho nulla contro le coop. Ne bianche ne rosse ne verdi. Conosco benissimo l’importanza che esse hanno e hanno avuto in questa terra, in questi luoghi. Dico soltanto che di fronte a questa situazione grave io, come vescovo di questa Chiesa, come pastore dei cristiani ma anche per la responsabilità che sento verso tutti non potevo non dire che ci sono delle persone che soffrono, che hanno investito dei soldi e che stanno perdendo il lavoro. Io non ho detto che voglio le cooperative magre o le cooperative grasse.
Ho detto semplicemente che la forma cooperativistica è nata per una ridistribuzione di eventuali utili e quindi non può essere gestita con una logica capitalistica. Mi era sembrato di dire una cosa ovvia, e poi forse non così profonda. E invece… ».

Infine il vescovo ha confermato la disponibilità a incontrare i vertici di Legacoop (Luca Bosi e Andrea Volta) che la settimana scorsa avevano replicato alle critiche di Camisasca ricorrendo-contrapponendo le lodi espresse da Papa Bergoglio per la realtà della cooperazione.

«Certo, incontrerò i vertici di Legacoop. Nei limiti del possibile, perché anch’io ho ventiquattro ore, incontro tutti, e anch’io un po’ dormo e un po’ mangio. Perché non dovrei incontrare loro? La polemica non è stata creata da me. Non ho nessuna ragione polemica. Io ho voluto soltanto dire stiamo attenti a queste persone che stanno soffrendo. Mi spiace soltanto che siano state prese frasi del Papa per contrapporle a me».

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