Gazzetta di Reggio

Reggio

Bimbo morto, a giudizio madre e medici 

di Tiziano Soresina
Bimbo morto, a giudizio madre e medici 

In arrivo un duro scontro legale. Le parti civili: «Carlo ucciso dall’anestetico». I quattro dottori: «Fatale il detersivo ingerito»

3 MINUTI DI LETTURA





SAN MARTINO IN RIO. Sarà un processo a fare chiarezza una volta per tutte sulla morte del piccolo Carlo Russo.
L’ha deciso – ieri mattina in tribunale a Reggio – il gup Angela Baraldi che ha rinviato a giudizio tutti e cinque gli imputati di questa delicata vicenda: alla madre 30enne Giusy Cataldo vengono contestati sia l’omessa vigilanza, sia il concorso in omicidio colposo assieme a quattro medici della Rianimazione (la 61enne Manuela Salsi, il 54enne Roberto Martini, la 52enne Rossana Buono e la 41enne Claudia Barbieri). Una decisione arrivata in un’udienza-lampo – se ne riparlerà nel processo che partirà a metà settembre – alla presenza di un solo imputato, cioè la mamma che si trova nella duplice amara veste di imputata e di parte civile. In aula anche le forze dell’ordine, temendo eccessive tensioni, ma tutto si è svolto in un ambiente asettico, senza clamori.
Comunque dalle dichiarazioni del post-udienza si capisce subito che le “scintille” non mancheranno nel futuro processo, sono solo slittate, perché siamo di fronte a posizioni molto distanti fra loro, anche sulla base di ben cinque perizie.
Sulla nuda cronaca della tragedia – il bimbo di 2 anni che il 25 agosto 2015 beve accidentalmente del detersivo per lavastoviglie nel bar dei genitori, la corsa in ospedale a Reggio dove Carlo morirà tre giorni dopo – s’innestano infatti valutazioni a dir poco differenti. L’avvocato Alessandro Conti – che difende la mamma del bimbo – va subito al sodo: «Quanto avvenuto al bar è un evento imponderabile. Non è vero che la pompa aspirante della lavastoviglie fosse funzionante, il detersivo veniva introdotto tramite quel bicchierino proprio perché era rotta. E il bimbo in quel momento era insieme alla nonna, quindi non era affidato alla vigilanza della mamma che, resasi conto dell’accaduto, è subito intervenuta per far rimettere al piccolo il liquido, avvertendo in contemporanea il 118. Carlo non è morto per quel detersivo, ma per l’errata sedazione in ospedale con il Propofol, un uso smodato e improprio del farmaco. Se il bimbo fosse stato trasferito in un reparto di Rianimazione pediatrica (i più vicini sono a Parma e a Bologna, ndr) non l’avrebbero sedato in quel modo e sarebbe vivo. Il Propofol è sconsigliato in età pediatrica». Gli fa eco l’avvocato di parte civile Alessandro Carrara che tutela la madre (come parte lesa), il padre, i due fratelli ed altrettanti zii: «Il giudice non ha ritenuto di chiedere ulteriori indagini come richiesto dai legali dei medici, quindi valuta evidenti i profili di responsabilità di chi ha agito in ospedale. Dalle perizie del pm e delle parti civili emerge chiaramente che la causa di morte non può essere il detersivo. La mamma non vive più da quando è morto il suo Carlo e non ha responsabilità. Per lei è un piccolo sollievo che siano stati rinviati a giudizio i medici». Hanno voce in questa vicenda giudiziaria altre due parti civili: la nonna materna (tutelata dal legale Nicola Gualdi) e il nonno materno (rappresentato dall’avvocato Carlo Taormina). Gli avvocati Franco Mazza e Roberto Bassi (difensori dei quattro dottori) ritengono inaccettabile un unico capo d’imputazione per il poker di medici («Non hanno mai cooperato in quei tre giorni, come lo dimostrano i cartellini e i turni osservati nel reparto») e soprattutto considerano provata come inesistente la sindrome da infusione di Propofol (alla luce delle due perizie depositate), indicando come causa di morte l’aver ingerito il detersivo (idrossido di potassio) che avrebbe pian piano intaccato gli organi del piccolo Carlo.
Fra quattro mesi e mezzo sarà dura battaglia legale.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google