Gazzetta di Reggio

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Borsellino: «La mafia si combatte restando nella propria terra» 

di Luigi Vinceti
Borsellino: «La mafia si combatte restando nella propria terra» 

Il fratello del giudice assassinato ammette di aver sbagliato «Non dovevo fuggire da Palermo per cercare un’altra vita» 

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REGGIO EMILIA. «Ragazzi non fuggite, restate nella vostra terra e combattete la mafia. Che effettivamente è nata al Sud ma ormai è diffusa un po’ovunque e il processo Aemilia che si svolge a Reggio lo dimostra chiaramente. Purtroppo le istituzioni non riescono a fermarla e nemmeno la politica ne è capace, anzi spesso ne viene coinvolta. Va combattuta, ma non fuggendo bensì restando a lottare. È l’unico sistema per riprendere la vera libertà».
Sono calde e appassionate le parole che Salvatore Borsellino ha usato nel rivolgersi agli allievi dell’Istituto Tecnico Scaruffi-Levi-Tricolore durante il “monte ore” di una mattinata apparentemente normale ma segnata dalla presenza, nel cortile della scuola, di due auto di scorta dei carabinieri. Sì, perché chi lotta contro la mafia rischia e va tutelato. È indispensabile per evitare che si ripeta ciò che è accaduto a suo fratello, il giudice Paolo, e ad altri coraggiosi rappresentanti del Paese (come Falcone e Dalla Chiesa) che si sono opposti al malaffare e purtroppo sono stati uccisi.
Addirittura la vicenda Borsellino dopo quasi 25 anni (accadde il 19 luglio 1992) non è ancora arrivata al capolinea e fra depistaggi ed errori giudiziari resta ammantata da numerosi misteri. E lo stesso accade con i morti di Portella della Ginestra, con le vittime dell’Italicus, della Banca dell’Agricoltura di Milano, della stazione di Bologna. «Non si conoscono i mandanti — l’amara annotazione di Borsellino — al massimo gli esecutori. Si può piangere un fratello che rimane ucciso in guerra. Immaginate come si ricorda quello fulminato a tradimento: resta una ferita ancora più sanguinante».
E se non bastavano queste dolorose spiegazioni ecco un’altra cruda testimonianza portata da un giovane campano, l’ex imprenditore di Scampia Luigi Leonardi. Che comincia dicendo: «La loro forza è la nostra paura. Abbiate il coraggio di contrastare i mafiosi». Parla con la voce velata dall’emozione mentre narra la propria storia di vittima delle estorsioni. Due racconti coinvolgenti ascoltati in grande silenzio da studenti e docenti in un’aula magna tanto gremita quanto silenziosa e attenta. Le parole sono ammantate di pathos e alla fine i due ospiti, vittime in vari modi della barbarie mafiosa, si abbracciano commossi davanti alla platea dei giovani che li applaude.
E se non bastasse ecco una appendice al racconto: ambedue ammettono di aver sbagliato. Borsellino perché afferma di essere fuggito dalla sua città, Palermo, a 27 anni per trasferirsi a Milano e cercare una vita diversa.
È rammaricato di non essere stato accanto al fratello per aiutarlo nella lotta al malaffare che si nasconde nei più reconditi angoli dell’economia, addirittura sino alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti. Leonardi perché confessa di aver ceduto ai ricatti e alle intimidazioni a mano armata pagando un “pizzo” sempre più pesante che alla fine lo ha portato alla miseria. Solo allora si è deciso a denunciare tutto. Però ha dovuto smettere di lavorare ed ora vive sotto scorta.
«Pensate a queste cose — concludono entrambi — quando andate a votare, a scegliere chi guiderà il vostro futuro. Solo voi giovani potete cambiare il mondo che ci circonda. Abbiate il coraggio di scendere in campo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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