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I due giovani accusati di omicidio «Risponderemo alle domande» 

I due giovani accusati di omicidio «Risponderemo alle domande» 

Cadelbosco Sopra: rito abbreviato l’8 giugno per i due pakistani sotto processo per il delitto La vittima, un connazionale di 44 anni, fu abbandonato al freddo con un ovulo di eroina in pancia

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CADELBOSCO SOPRA. Hanno deciso di rispondere alle domande dei giudici. Lo faranno il prossimo 8 giugno, data in cui il 28enne Aziz Usman (difeso dal legale Federico De Belvis) e il 25enne Muhammad Muezz, entrambi pakistani, saranno processati con rito abbreviato per l’omicidio di Muhammad Asghar. Il 44enne, anch’egli di origine pakistana ma da tempo residente in Spagna, vicino a Barcellona, venne trovato agonizzante il 24 dicembre del 2015 a Cadelbosco, in via Molino Vico Zoaro. Poche ore dopo è morto in ospedale: nell’intestino aveva un ovulo di eroina liquida ma, secondo la procura, a ucciderlo fu il comportamento dei due connazionali che, anziché portarlo in ospedale, lo lasciarono solo, mezzo nudo e al freddo in una strada isolata.
Muhammad Asghar era un body packer o, come si dice in gergo, un “ovulatore”. In pratica un corriere della droga che ingerisce degli ovuli, ossia dei piccoli pacchetti con dentro tra i 3 ai 5 grammi di droga, per evitare i controlli doganali. Un’attività molto pericolosa sia perché gli ovuli possono aprirsi nello stomaco generando morte improvvisa, sia perché possono provocare un’occlusione intestinale.
Proprio quello che accadde ad Ashgar. Il 20 dicembre del 2015, l’ovulatore pakistano era arrivato in aereo da Barcellona a Milano con un carico di ovuli di droga. Dal capoluogo lombardo si trasferì in un’abitazione di via Nevio 3 a Bagnolo San Vito (Mantova). Qui espulse tutti gli ovuli ingeriti eccetto uno. Il pakistano cominciò a stare male. Le ripetute richieste di aiuto per essere portato in ospedale non solo rimasero inascoltate, ma i due connazionali, dopo tre giorni di agonia, decisero di abbandonarlo al suo destino in una stradina di campagna.
Una decisione non solo crudele ma che, secondo la procura, è stata la vera causa della morte del pakistano. Secondo l’autopsia, infatti, il corriere della droga è morto per assideramento. Se i suoi complici lo avessero portato in ospedale, probabilmente si sarebbe salvato.
Un comportamento confermato dal supertestimone della vicenda: un altro pakistano protagonista dell’incidente probatorio tenuto lo scorso dicembre. L’uomo, che ora vive in Germania ma all’epoca dei fatti abitava con uno dei due imputati (Aziz Usman), ha assistito all’agonia di Muhammad Asghar. Davanti ai giudici ha detto che nei primi due giorni il 44enne aveva cominciato ad avere dei leggeri malesseri, poi il terzo giorno la situazione era talmente precipitata («non parlava nemmeno più») che egli stesso aveva insistito affinché fosse portato in ospedale. Il quarto giorno Ussam e Muezz caricarono in macchina il 44enne, facendo credere che lo stavano portando in ospedale. Al loro ritorno rassicurarono quello che è ora il loro principale accusatore che, solo dopo essere stato rintracciato dai carabinieri, ha scoperto la tremenda fine riservata ad Asghar. (g.b.)
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