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«La mafia c’era, Reggio Emilia non la vedeva»

Stefano Scansani
«La mafia c’era, Reggio Emilia non la vedeva»

Reggio Emilia, Nando Dalla Chiesa parla dello strabismo della nostra città: «La mafia al nord compie una scalata progressiva E a furia di non vedere ci si va a spiaccicare contro un muro»

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REGGIO EMILIA. La ’ndrangheta e lo strabismo di Reggio Emilia. Li spiega alla Gazzetta di Reggio uno specialista di fenomeni mafiosi qual è Nando Dalla Chiesa. Già parlamentare, docente di sociologia della criminalità organizzata, con una nota, tragica e nazionale storia paterna, il presidente onorario di Libera è oggi nella nostra città. È a Reggio per presentare la ricerca commissionata da Legacoop. In sostanza Dalla Chiesa insiste sul “saper vedere” sul nascere l’insediamento originario della ‘ndrangheta perché poi il suo sviluppo è imponente, imprevedibile e appunto invisibile.

Il professore infatti nell’intervista parla di “scalata progressiva”, di “partenza dal basso”, per “avvolgere il sistema”.
Per farlo, spiega Dalla Chiesa, l’organizzazione mafiosa ha bisogno oltre che di una base sociale di relazione, anche di amministratori pubblici, professionisti e imprenditoria locale.
Il docente rileva che le mafie hanno cercato forme di intesa con pezzi dell’imprenditoria cooperativa italiana, e ricorda che il Ros segnalò il fenomeno nel rapporto consegnato a Falcone alla fine degli anni Ottanta.

Sa quale controrisposta circola a Reggio Emilia alle infiltrazioni mafiose e al processo Aemilia? Non avevamo gli anticorpi... È possibile?

«Gli anticorpi non li ha mai nessuno per definizione. Uno può essere più attrezzato o meno, ma è come dire non avevamo la porta blindata, la porta blindata non ce l’ha mai nessuno, può presentare più o meno difficoltà un ingresso indesiderato, ma nulla è in grado di impedire l’intrusione, soprattutto se ci sono degli amici di quelli dentro casa. Reggio Emilia è stata all’avanguardia anche nei gemellaggi al Sud, negli aiuti alle scuole, per le cooperative nate sui beni confiscati nel Meridione. Però poi bisogna contrastare le mafie in casa propria. C’è stata una specie di strabismo. I mafiosi li vediamo al Sud, ma non li vediamo qua. È andata così».
 
Certo che la ’ndrangheta per infiltrarsi e insediarsi, penetrare nell’economia, ha bisogno dei colletti bianchi. Cioè della politica, delle professioni, non soltanto degli appalti e dei subappalti. È d’accordo?
«La ‘ndrangheta ha bisogno di tutto, perché è una specie di sistema che si mette in azione, non è solo una banda di delinquenti, quindi ha necessità sicuramente dei colletti bianchi. La ‘ndrangheta spesso fra l’altro parte dal basso, avvolge la società, partendo appunto dal basso, trova tanti interlocutori sul suo cammino che possono andare dagli amministratori ai professionisti e agli imprenditori, anche di medio livello o di piccolo livello, perché la sua è una scalata progressiva, è difficile che parta dall’alto per conquistare un posto. La ‘ndrangheta è diversa da Cosa Nostra».
 
Che cosa ha avuto di tanto attraente il tessuto reggiano per le organizzazioni criminali?
«Era un’economia che tirava. C’è stato un modello emiliano che per molto tempo è stato un punto di riferimento per il Paese, per l’economia del Paese. E c’era soprattutto la miopia, cioè la rimozione. Gli ‘ndranghetisti si chiedevano dove ci conviene andare, dove ci vedono o dove non ci vedono? Certamente dove non ci vedono. Questo fa parte della strategia di penetrazione mafiosa che non va dove ci sono le antenne tese, gli occhi attenti, strutture predisposte. Gli ‘ndranghetisti dicono andiamo dove pensano che noi non ci siamo e dove non ci vedranno per un po’ di tempo».
 
Lei è stato invitato a Reggio da Legacoop che è rappresentante dello storico e imponente sistema socioeconomico di questa provincia. Ha qualcosa da biasimare a questo sistema?
«È un sistema che ha avuto delle forme particolarmente impegnate nella generosità antimafiosa, è questo che colpisce, perché contemporaneamente ha avuto dei pezzi che hanno realizzato delle forme di intesa sul piano imprenditoriale. Questo fu persino segnalato nel rapporto dei Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri che era stato consegnato a Falcone, allora procuratore aggiunto di Palermo».
 
Quindi andiamo indietro nel tempo?
«Sì perché c’è sempre la sottovalutazione, cioè l’idea che si partecipa a un sistema ma poi ognuno mantiene le sue distinzioni. Ma non è così».
 
Ci descrive il percorso affaristico che risale la Penisola, prende casa a Reggio e opera a Milano?
«Arrivò prima a Milano, perché la tendenza della ‘ndrangheta è stata quella di addensarsi nei luoghi dove ci sono stati i movimenti migratori più intensi, perché garantiscono possibilità di mimetizzazione, garantiscono relazioni, che non sono relazioni tra ’ndranghetisti, ma tra compaesani, alcuni dei quali sono ’ndranghetisti e quindi chiedono i favori ai compaesani che non glieli possono negare. C’è questa antropologia che si mette in movimento intorno alle immigrazioni. La ’ndrangheta si insediò di più proprio in quelle aree del primo triangolo industriale che sono Milano, Torino, Genova ed ora è Milano Brianza, Torino e Imperia. Sono i luoghi di maggiore pericolosità. Il Veneto è ancora abbastanza marginale nella sua strategia anche se possono essere percipiti segni della presenza. In Emilia ci sono stati dei movimenti migratori che hanno massimizzato la possibilità di partecipare al sistema dell’edilizia e dei lavori pubblici e progressivamente a inserirsi, dotandosi di appoggi strutturati dei membri dei propri clan, dei referenti dei capi clan e anche di rimozioni e di un clima di tacita intesa con esponenti locali e dell’economia e della politica».
 
Dall’edilizia alle opere pubbliche fino a che cosa? Quali sono le mutazioni operative e strategiche della ’ndrangheta nel settentrione?
«Tutte le mutazioni. Perché la ‘ndrangheta prende tutto, è un sistema, quindi cerca tutte le opportunità, non soltanto di profitto, ma anche di vantaggi sociali. Si sbaglierebbe a pensare che l’infiltrazione c’è dove ci sono i grandi profitti. L’interesse è ad esempio nelle cooperative di pulizia, le quali sono interessantissime perché rappresentano un veicolo per esercitare una specie di controllo del territorio, negli ambienti sensibili, specialmente negli edifici pubblici».
 
Una sorta di intelligence?
«No, è la prima regola della mafia infilarsi nelle cooperative di pulizie, perché le pulizie consentono di vedere un posto dall’interno. Quando ho spiegato questa cosa in una lezione ai quadri della Dia a Milano, mi ha avvicinato un ispettore di polizia per dirmi “ma lei ha ragione”. Loro entrano nei locali in cui noi non possiamo entrare. È una ricerca complessiva di profitti e di vantaggi come può essere il gioco d’azzardo. In Lombardia le mafie sono ampiamente arrivate alla sanità. Forse l’aspetto normativo in Emilia protegge di più la sanità, ma loro non hanno limiti».
 
L’indagine che presentate ha carattere diagnostico. Qual è il bisturi più efficace per troncare l’infiltrazione? Anche perché gli anticorpi che non c’erano ormai sono tardivi...
«Io credo che qualche anticorpo ci sia, a cui è possibile fare appello. E’ evidente che questa è una società in imbarazzo di fronte a quello che è accaduto. Ma ne esce soltanto se piglia il toro per le corna e non se pensa di risolverla con gli “andrà sempre peggio”, se non si interviene. Io credo in ogni caso che la decisione di Legacoop di commissionare la nostra ricerca esplorativa è un’opportunità. La ricerca consente di prendere atto della realtà per cambiare, però o si rompe con qualcuno prima o ci si rompe dopo come organismo sociale. Ad esempio la Regione Lombardia è caduta sulla mafia, non dimentichiamolo: la potenza di Formigoni è crollata non per le inchieste dei magistrati sulla corruzione ma davanti al fatto che la mafia era entrata nella Regione Lombardia. A furia di non vedere ci si va a spiaccicare contro un muro. Meglio vedere prima».

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