Gazzetta di Reggio

Reggio

A Brescia i giudici ordinano la sfilata dei testi 

A Brescia i giudici ordinano la sfilata dei testi 

Nell’appello del processo “gemello” Pesci accolta la richiesta della Procura di aprire un’istruttoria

2 MINUTI DI LETTURA





BRESCIA. Lo scorso aprile l’imprenditore di origine calabrese Antonio Muto venne assolto dall’accusa, pesantissima, di aver fiancheggiato la cosca di Nicolino Grande Aracri negli affari mantovani, per cui i Pm della Dda di Brescia Claudia Moregola avevano chiesto una condanna ad otto anni. Due giorni fa, però, tutto è ripreso da capo. La prima udienza dal Processo d’Appello, chiesto dalla Procura proprio per ridiscutere l’assoluzione del costruttore e il calcolo delle pene per Francesco Lamanna e Alfonso Martino, considerate non conformi alla nuova legge sui reati di mafia, ha segnato un punto a favore dell’accusa. Una storia simile a quanto accaduto ieri a Bologna, anche in fase più avanzata nel processo “Pesci” di Brescia, che si incrocia in alcuni punti con Aemilia.
Il collegio dei giudici composto dal presidente Enzo Rosina, e dai consiglieri Anna Maria Dalla Libera e Antonio Minervini, ha accolto la richiesta dei sostituti di aprire l’istruttoria con l’audizione di alcuni testimoni. In sostanza, i Pm, per poter ricostruire la vicenda, chiedono che vengano ascoltati alcuni dei testi comparsi nelle udienze del rito ordinario. I quali non sono stati sentiti, ovviamente, nel processo con rito abbreviato scelto da Muto che ne ha sancito l’assoluzione. I giudici hanno ritenuto valida la richiesta dei Pm, osteggiata invece dai difensori di Muto, di Lamanna e di Martino, che intravedono lo spauracchio di un nuovo processo. Se il processo d’Appello è chiamato a confermare o a ribaltare la sentenza di assoluzione, secondo i giudici ascoltare gli accusatori diventa un passo necessario, senza il quale il giudizio di primo grado non potrebbe che essere avallato. L’Appello, in sostanza, perderebbe il suo senso.
Tra i testimoni, gli imprenditori di Curtatone Matteo Franzoni e Giampaolo Stradiotto, i primi a sporgere denuncia delle estorsioni e delle minacce subite da parte del muratore Antonio Rocca e dei suoi compari.
Denunce da cui era emersa l’indifferenza, a tratti sfociata nell’accondiscenza, di Muto verso i manovali cutresi. Chiamato a testimoniare anche Salvatore Cozza, colui che spaventò Franzoni raccontandogli dei contatti tra Muto e Nicolino Grande Aracri, in quel periodo uscito dal carcere, e consigliandogli di “stare attento”ai muratori cutresi. Ricostruzioni sulle quali Muto si è sempre difeso a spada tratta, venendo poi assolto.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google