«I protocolli per la legalità da soli non bastano»
di Roberto Fontanili
Dalla Chiesa: «È come fare un accordo con l’Isis e pretendere che lo rispettino» Ieri al Malaguzzi la presentazione del report sulle infiltrazioni criminali a Reggio
3 MINUTI DI LETTURA
REGGIO EMILIA. «I protocolli per la legalità e gli appalti da soli non servono, se non sono accompagnati dai controlli imprevisti sui cantieri». Così il professor Nando Dalla Chiesa ieri nel suo intervento al convegno organizzato da Legacoop Emilia Ovest “Economia, comunità, lavoro - Uniti nella legalità” al Centro internazionale Loris Malaguzzi. Per poi aggiungere: «Sarebbe come fare un accordo con l’Isis e pretendere che lo rispettino».
Un intervento nel quale il presidente onorario di Libera ha definito i contorni del “modus operandi” della ’ndrangheta e richiamato gran parte dei concetti espressi nell’intervista uscita ieri sulla Gazzetta. A partire dallo “strabismo” con cui Reggio ha vissuto l’inquinamento provocato dalla ’ndrangheta, che se non ha coinvolto politici funzionari e amministratori pubblici - come è invece accaduto in Lombardia - è stato per il fatto che nel nostro territorio «la ’ndrangheta ha assunto solo una marcata vocazione economica». Non per questo l’infiltrazione «avvenuta in maniera tradizionale, partendo dal basso e da lunghi anni, è meno pericolosa», ha poi chiarito la dottoressa Federica Cabras che ha curato la ricerca mirata su Reggio. La collaboratrice del gruppo di lavoro di Dalla Chiesa sulle infiltrazioni criminali, presentando ieri il report “La ‘ndrangheta a Reggio tra economia, società e cultura”, ha anche offerto una prima ricetta alle cooperative per il futuro. Tre regole semplici, ma che possono valere per qualsiasi azienda: no al ricorso al massimo ribasso negli appalti e subappalti, una maggior informazione sui partner economici con cui le aziende collaborano, una formazione interna al mondo cooperativo verso soci e lavoratori per essere attrezzati a combattere e riconoscere le infiltrazioni malavitose. E’ stato un cammino partito da lontano con l’incunearsi nell’edilizia e nel settore trasporti di aziende legate alla ‘ndrangheta (sia geograficamente sia a seguito dei soggiorni obbligati nella nostra provincia) che non ha solo inquinato il tessuto produttivo, ma modificata la stessa base sociale delle cooperative. La ricerca ha anche evidenziato come le cooperative reggiane «pur non toccate direttamente dal fenomeno, non avevano gli anticorpi per capire cosa stava accadendo». Un giudizio confermato dalle interviste a diversi soci di cooperative che per usare le categorie della ricerca sono stati suddivisi in “inconsapevoli presunti” (e quindi non vedevano o non volevano vedere ciò che stava accadendo), “minimizzatori” e i pochi “consapevoli” che invece avevano capito cosa stava accadendo. E questo nonostante già dal 2009 l’allora prefetto Antonella De Miro qualche segnale l’avesse già inviato alle istituzioni, al mondo imprenditoriale, alla società. Poi, l’arresto di quasi 200 persone il maxi processo Aemilia, a cullarsi nell’illusione che Reggio gli anticorpi li avesse. E si torna sempre lì, anche nel convegno di ieri.
Temi toccati anche dal sindaco Luca Vecchi e dal presidente della Provincia Giammaria Manghi. Con quest’ultimo che ha sottolineato come «gli anticorpi la società e le istituzioni reggiane nel frattempo abbiano cercato di iniettarseli. A partire dalla sottoscrizione di protocolli, e con le iniziative nelle scuole per la legalità, e poi con l’aver voluto tenere a Reggio il processo Aemilia nel quale la Provincia e alcuni comuni reggiani si sono costituiti parte civile».
Un intervento nel quale il presidente onorario di Libera ha definito i contorni del “modus operandi” della ’ndrangheta e richiamato gran parte dei concetti espressi nell’intervista uscita ieri sulla Gazzetta. A partire dallo “strabismo” con cui Reggio ha vissuto l’inquinamento provocato dalla ’ndrangheta, che se non ha coinvolto politici funzionari e amministratori pubblici - come è invece accaduto in Lombardia - è stato per il fatto che nel nostro territorio «la ’ndrangheta ha assunto solo una marcata vocazione economica». Non per questo l’infiltrazione «avvenuta in maniera tradizionale, partendo dal basso e da lunghi anni, è meno pericolosa», ha poi chiarito la dottoressa Federica Cabras che ha curato la ricerca mirata su Reggio. La collaboratrice del gruppo di lavoro di Dalla Chiesa sulle infiltrazioni criminali, presentando ieri il report “La ‘ndrangheta a Reggio tra economia, società e cultura”, ha anche offerto una prima ricetta alle cooperative per il futuro. Tre regole semplici, ma che possono valere per qualsiasi azienda: no al ricorso al massimo ribasso negli appalti e subappalti, una maggior informazione sui partner economici con cui le aziende collaborano, una formazione interna al mondo cooperativo verso soci e lavoratori per essere attrezzati a combattere e riconoscere le infiltrazioni malavitose. E’ stato un cammino partito da lontano con l’incunearsi nell’edilizia e nel settore trasporti di aziende legate alla ‘ndrangheta (sia geograficamente sia a seguito dei soggiorni obbligati nella nostra provincia) che non ha solo inquinato il tessuto produttivo, ma modificata la stessa base sociale delle cooperative. La ricerca ha anche evidenziato come le cooperative reggiane «pur non toccate direttamente dal fenomeno, non avevano gli anticorpi per capire cosa stava accadendo». Un giudizio confermato dalle interviste a diversi soci di cooperative che per usare le categorie della ricerca sono stati suddivisi in “inconsapevoli presunti” (e quindi non vedevano o non volevano vedere ciò che stava accadendo), “minimizzatori” e i pochi “consapevoli” che invece avevano capito cosa stava accadendo. E questo nonostante già dal 2009 l’allora prefetto Antonella De Miro qualche segnale l’avesse già inviato alle istituzioni, al mondo imprenditoriale, alla società. Poi, l’arresto di quasi 200 persone il maxi processo Aemilia, a cullarsi nell’illusione che Reggio gli anticorpi li avesse. E si torna sempre lì, anche nel convegno di ieri.
Temi toccati anche dal sindaco Luca Vecchi e dal presidente della Provincia Giammaria Manghi. Con quest’ultimo che ha sottolineato come «gli anticorpi la società e le istituzioni reggiane nel frattempo abbiano cercato di iniettarseli. A partire dalla sottoscrizione di protocolli, e con le iniziative nelle scuole per la legalità, e poi con l’aver voluto tenere a Reggio il processo Aemilia nel quale la Provincia e alcuni comuni reggiani si sono costituiti parte civile».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
