Omicidio Montruccoli, il pm chiede l’ergastolo per i due albanesi
Pantani conferma il movente della droga e contesta la legittima difesa: «Solo menzogne dagli imputati, massacro crudele»
QUATTRO CASTELLA. Oltre quattro ore di una puntigliosissima requisitoria per “distruggere” la legittima difesa («Ma come si può sostenerla? Questo è stato un massacro!») e dare prove della credibilità di Matteo Montruccoli che accusa gli albanesi Fatmir Hikay e Daniel Tufa dell’aggressione per lui miracolosamente non finita in tragedia come, invece, è accaduto al fratello Marco, ucciso con 14 coltellate.
DROGA E VIOLENZA. Una ricostruzione incalzante da parte del pm Maria Rita Pantani – alla base di questa terribile vicenda mette come movente lo spaccio di stupefacenti – che si conclude con una dura richiesta: «Ergastolo per entrambi gli imputati, con isolamento diurno per 18 mesi». Il massimo della pena, con l’aggravante della crudeltà e la non concessione delle attenuanti generiche. Per il magistrato, il fratello 40enne sopravvissuto ha detto la verità, mentre i due imputati hanno “costruito” la loro versione di legittima difesa “aggiustando” ogni loro dichiarazione (su movente e ricostruzione della lite finita nel sangue) dopo l’attenta lettura di atti e servizi giornalistici.
«Siamo di fronte a due spacciatori di chili e chili di cocaina e hascisc – rimarca il pm Pantani – per nulla sprovveduti, violenti, con appoggi costosi anche all’estero e che hanno tentato sin in ultimo di farla franca». Invece Matteo lo ritiene credibile: «Era terrorizzato dai due albanesi – prosegue il magistrato – che lo usavano come galoppino per i trasporti di droga dovendo trovare anche auto “pulite”, ma per loro era un esperto “assaggiatore” della droga vivendo da anni di spaccio. Un uomo non in grado fare un prestito da 30mila euro (per gli albanesi alla base del tragico litigio vi sarebbe questo credito, ndr) perché fa una vita da miserabile, a cui staccano le utenze, che non riesce a mantenere il figlio e a pagare l’assicurazione dell’auto. Gli puntano un coltello alla gola per costringerlo a trafficare stupefacenti, una paura che montava sempre di più, come ha confermato l’ex fidanzata Silvia Raso».
NESSUN PRESTITO. Per scardinare il movente del prestito il pm va all’attacco dei soldi chiesti a Matteo sia da Hykay per sposarsi («In realtà faceva una vita ben diversa rispetto a Montruccoli: cene, viaggi al mare. Fece un matrimonio faraonico da 300 invitati, ben due i vestiti da sposa») sia da Tufa per le cure alla madre malata di tumore («Le terapie erano a carico dell’Ausl, non c’è traccia delle fatture per delle visite al centro oncologico di Milano»). E sempre sugli imputati aggiunge che hanno non pochi amici coinvolti in vicende di droga, oltre che una dimestichezza nell’uso di schede telefoniche intestate ad altri soggetti.
IL MASSACRO. È l’identikit di due trafficanti di stupefacenti che quel 2 febbraio 2015 giunsero nel monolocale alle Forche arrabbiatissimi, per riprendere quel chilo di cocaina che gli non è stato consegnato da Matteo. «Dovevano rivendere quella droga e Hykay si disinteressa persino della moglie che deve in quelle ore partorire. Per l’accusa non era un incontro per l’ultimatum dato da Matteo sul prestito (come sostengono gli imputati), ma per una questione di droga. «E Matteo, in condizioni fisiche precarie perché malato, teme a tal punto quest’appuntamento che chiama il fratello. Matteo porterà sempre dentro di sé di essere la causa inconsapevole di un esito simile per il fratello».
IMPUTATI SMENTITI. E su quanto accadde nel monolocale quella sera, il pm Pantani dà una ricostruzione completamente diversa rispetto a quella degli imputati, facendo riferimento costante agli esiti dell’autopsia, alle perizie e ai riscontri scientifici. L’obiettivo è “disintegrare” la legittima difesa.
Parte dalla supremazia fisica dei due albanesi («Più prestanti e muscolosi») per poi entrare su alcuni aspetti non indifferenti che smentiscono la versione degli imputati: «Il machete non è mai stato usato da Matteo per tenere a bada Hykay, era stato portato nel bagno: lì è stato trovato non intriso di sangue come gli altri oggetti trovati nella stanza del delitto.
La porta-finestra non era chiusa, la chiave era nella toppa, quindi non è vero che non potessero fuggire. Tufa era stato picchiato, ma si era ripreso, impedendo a Matteo di soccorrere il fratello Marco. Quest’ultimo, vedendo Hykay dirigersi verso la cucina a prendere due coltelli, aveva colto il pericolo e gli era andato dietro. Hykay colpisce Marco (che è in piedi) con i due coltelli nelle mani, con ferocia, è allenato e prestante. Quattordici coltellate, una violenza inaudita». Ucciso Marco, i due imputati – prosegue la ricostruzione – infieriscono su Matteo: «Due contro uno, un tentato omicidio».
LA LATITANZA. Poi se ne vanno ed iniziano la latitanza. Ma i carabinieri li individuano in Germania: «Il gip ci mette un mese e mezzo per pronunciarsi sulla misura d’arresto europeo richiesta – dice con una punta di polemica il pm – e possiamo solo ringraziare i tedeschi che in 24 ore li catturano. Stavano già cambiando appartamento». Un’intercettazione rivela che volevano andare in Inghilterra: «Non volevano certo costituirsi!»
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