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Da Artoni alle coop, la crisi a Reggio Emilia non è finita

di Enrico Lorenzo Tidona
Da Artoni alle coop, la crisi a Reggio Emilia non è finita

Il Pil cresce dell’1,3% ma pesano i grandi crac con effetti sul lavoro. Tante vertenze in atto: da Terex ai contratti Iren. In migliaia col fiato sospeso

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REGGIO EMILIA. Oltre 200 milioni di fatturato, 600 dipendenti e 39 filiali. Fino a pochi mesi fa agli occhi di tutta Italia questa era la Artoni Trasporti di Guastalla. Un campione nazionale, divenuto ora una crisi di caratura nazionale, vertenza simbolo a cavallo tra 2016 e 2017 che ha scalfito la fama di Reggio Emilia, capitale della meccanica, dell’agroalimentare e della cooperazione, provincia che ha saputo arginare il dilagare delle piccole crisi ma è ancora colpita al cuore da dai crac delle grandi aziende.
Il Prodotto interno lordo di Reggio Emilia è cresciuto del 1,3% nell’ultimo anno e la disoccupazione è scesa verso quota 5%. Dopo anni di sofferenza cronica l’economia reggiana sembra quindi tornata a respirare nel contesto generale ma i posti di lavoro persi negli ultimi mesi rappresentano una pericolosa particolarità. Grazie all’alta patrimonializzazione delle aziende e delle cooperative, così come i rapporti di filiera, la Grande Crisi partita nel 2008 qui ha colpito in ritardo rispetto al resto d’Italia, lasciando però una coda lunga giunta fino a questi giorni. I fronti caldi sono legati alla cooperazione, con Unieco, Coopsette, Ape e Cormo. Ma non mancano certo le crisi nei comprarti privati, come nella macchine per l’agricoltura (in flessione) fino ai casi specifici e allarmati. C’è la Terex di Lentigione, 158 dipendenti, acquisiti da pochi mesi dalla finlandese Konecranes che è già pronta a chiudere la fabbrica, facendo scattare uno sciopero ad oltranza dichiarato giovedì. Ci sono le preoccupazioni e i passaggi di mano, come alla Landi Renzo (in perdita per 26 milioni, azienda del presidente della Camera di Commercio Stefano Landi), dove gli effetti sul lavoro sono mitigati ma la ristrutturazioni è profonda, partita con la cessione agli austriaci di Avl dei laboratori dei test a Cavriago. Reggio è infatti terra di conquista da parte delle multinazionali straniere. Brevini, ad esempio, necessitava di un salto dimensionale e per farlo è finita nella mani delle multinazionale americana Dana Incorporated, così come sono finite in mani estere Nuova Castelli, Cellular Line, Meta System. Aziende in progressione, ma che allargando la prospettiva rappresentano una complessità in più anche a livello sindacale.
Ecco perché, con lo slogan “Lavoro: le nostre radici il nostro futuro”, domani pomeriggio Cgil, Cisl e Uil sfileranno con i lavoratori in centro a Reggio per la giornata del Primo maggio. Una festa del lavoro e «della sua mancanza, della sua precarietà, della sua frammentazione, delle numerosissime crisi aziendali del territorio che caratterizzano questa lunghissima fase di difficoltà» hanno anticipato nei giorni scorsi i sindacati. Un corteo davanti al quale prenderanno posto i lavoratori e i risparmiatori delle coop delle costruzioni Coopsette e Unieco: due facce della stessa medaglia, crollate con il mercato e sotto il peso dei debiti, una con un passivo di 790 milioni di euro, l’altra con 660 milioni circa. La prima però ha potuto contare nel 2016 su un’ulteriore cassa integrazione per crisi mente la seconda è arrivata “tardi” rispetto alla riforma Fornero, ed esclusa quindi dai 12 mesi di copertura.
Anche chi navigava nel ricco mare della finanza sta in qualche modo soffrendo. Mentre il Credem tira ancora la volata nel panorama italiano c’è l’ormai ex Banco Emiliano che si è dovuto fondere con i bolognesi di Emil Banca a causa delle perdite - 36 milioni solo nel 2016 - messe insieme negli ultimi due anni. Anche questa una partita in divenire, ridotta nell’impatto dalle note disponibilità in danaro nelle trattative con le banche.
Una delle più grandi vertenze in atto riguarda invece il gruppo Iren, che conta circa 600 dipendenti a Reggio, dove ha sede la spa che produce un utile al 2015 di 124 milioni di euro, al centro di un braccio di ferro sui contratti che l’azienda prima ha disdetto e poi è tornata a concertare, decisa ad armonizzarli nonostante le proteste. Sempre sul fronte dei diritti c’è la vertenza alla Bertazzoni di Guastalla, 250 dipendenti, 87 milioni di fatturato tra cucine, piani, forni e cappe prodotte e vendute per oltre il 90% all’estero. Qui a tenere banco è la protesta - sfociata anche in un recente sciopero - contro l’aumento dei ritmi produttivi, che prevede il passaggio da 185 a 188 cucine al giorno.
Altra vertenza simbolo è stata quella alla Bosch Rexroth di Vezzano, terminata con un accordo che prevede la riduzione del lavoro precario e più tutele, oltre a una serie di miglioramenti sul piano contrattuale e del salario. Un’intesa che riguarda i 1.300 dipendenti dei tre stabilimenti di Nonantola, Pavullo e Vezzano e che chiude così un'aspra vertenza, dopo la presentazione da parte dell'azienda di un nuovo piano industriale che aveva previsto inizialmente 130 esuberi.
I fronti rimasti aperti rappresentano l’ennesima sfida per il sistema reggiano, che dovrà riassorbire i fuoriusciti.

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