Lavoro buono, l’esempio di Reggio Emilia
Investimenti ed equità. Il progetto nella riflessione dell’assessore allo Sviluppo Economico
Capita spesso, parlando di lavoro in ambito politico e in ambito locale, di non resistere a una doppia tentazione: da un lato, pensare che la politica locale, i Comuni e le Province, non abbiano abbastanza risorse e/o competenze per poter incidere su tale tema. Dall’altro lato, esagerare gli effetti delle politiche nazionali sulla realtà socioeconomica del Paese. Il risultato è che i sindacati abbiano buon gioco a sostenere come vi sia la “necessità di mettere il lavoro al centro dell’agenda della politica”.
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La realtà. Senza voler riaccendere diatribe statistiche, si impone uno sguardo alla realtà del mondo del lavoro e dei suoi mercati in Italia e a Reggio Emilia in particolare. Se è vero che a partire dal 2014-2015, il biennio delle riforme renziane, la situazione è lievemente migliorata (l’occupazione generale è salita di circa 2 punti percentuali, la disoccupazione generale è scesa dal 12,7% all’11,7% e quella giovanile è scesa addirittura di 8 punti a livello nazionale) è altrettanto vero - e io credo che un partito riformista votato ad ascoltare e curare il corpo nudo della società non possa ignorarlo - che tale pur importante miglioramento è troppo piccolo se commisurato al disastro occorso nel doppio ciclo di recessione che ha interessato la Penisola prima nel biennio 2008-2009 e poi nel biennio 2012-2013. Per dare un’idea di ciò che è successo, la disoccupazione in Italia affliggeva solo 6 lavoratori su 100 prima della crisi di Lehman Bros. Come dire, abbiamo recuperato 1 disoccupato su 100, ma prima ne avevamo persi 7. Se consideriamo i lavoratori giovani, abbiamo recuperato ben 8 disoccupati. Peccato che durante la lunga recessione ne avessimo persi circa 23. Ecco, un partito riformista e di sinistra non può rinunciare a recuperare anche gli altri 6 lavoratori (15 tra i giovani) che mancano per tornare ai livelli pre-crisi.
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Il lavoro. Nel fosco panorama nazionale, l’Emilia-Romagna con Reggio Emilia in testa brillano di luce propria: siamo l’unica regione italiana a statuto ordinario nella quale il tasso di occupazione (68%) è più alto della media europea e Reggio Emilia ha il tasso di disoccupazione più basso dell’intera regione, appena il 4,7% (solo Bolzano fa meglio, in tutta Italia). Tra le donne, in particolare, l’occupazione è addirittura più elevata rispetto a 10 anni fa, prima della Grande Tempesta. In termini generali invece, considerando uomini, donne e giovani, c’è ancora tanto da fare: dobbiamo ancora recuperare i livelli pre-crisi e, soprattutto, affrontare una maggiore vulnerabilità sociale che interessa non solo i disoccupati ma anche cassintegrati e contratti di solidarietà per non parlare di quanti, come i soci lavoratori di Unieco e Coopsette, oltre a perdere il lavoro rischiano di perdere anche i risparmi di una vita.
Che fare, dunque? In primo luogo resistere alla tentazione di pensare che la politica possa risolvere ogni problema con la bacchetta magica. È questo che ha portato tanti di noi a sbagliare approccio al dibattito sul Jobs Act dimenticando, di fatto, il lavoro: se abbiamo recuperato 1 disoccupato su 7 non è merito del Governo, ma della società italiana e della sua economia, che hanno ricominciato, pian piano, a crescere trainati dalla ripresa dei mercati mondiali ed europei che comprano moltissimo nostro export. La politica può aiutare, ma il mercato deve tirare.
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La dignità. In ambito locale, poi, la necessità di creare più lavoro deve coniugarsi alla necessità di creare lavoro migliore. A Reggo Emilia infatti convivono aspetti positivi e minacce inquietanti. La città e il territorio con il tasso di disoccupazione più basso d’Italia, infatti, contano circa 70mila tra disoccupati, cassintegrati e in contratto di solidarietà. Nella provincia che, grazie all’export, si classifica quarta nel 2016 per la crescita del valore aggiunto, la crisi del settore edile trascina nella polvere le grandi cooperative di costruzione insieme a migliaia di famiglie con annessi risparmi e un pezzo della nostra storia economica, sociale e politica. Si verificano quindi contraddizioni note agli economisti e sulle quali bisogna operare per tornare a uno sviluppo buono, inclusivo e dignitoso. Questa è una necessità: a livello europeo, le regioni che registrano livelli di occupazione superiori alla media continentale sono le stesse che hanno, in media, più laureati. Basta guardare il tasso di occupazione a Reggio Emilia per laureati e non: 80% contro 68%. Non è una coincidenza ma un nuovo paradigma di sviluppo locale, spiegato al mondo proprio da un economista italiano, Enrico Moretti, e che Reggio Emilia, con la sua vocazione a produzioni povere non può più permettersi di ignorare. Abbiamo la fortuna di avere una gemma: aziende medie e grandi che vincono la competizione globale grazie a qualità e innovazione, per avere le quali servono competenze e conoscenze. Dobbiamo connettere queste realtà trainanti al resto del tessuto economico e sociale aumentando le capacità, le competenze e le opportunità di lavoratori e imprenditori.
La pace. È questa la fonte delle discordie e delle invidie sociali: se la fortuna dei migliori non giova ai piccoli e ai poveri, uno Stato o un Comune che aiutino i migliori (per esempio con esenzioni fiscali, sovvenzioni, ecc.) non realizzano più un investimento per creare lavoro per tutti ma un intollerabile privilegio, al quale giustamente i poveri rispondono con rabbia e sdegno e voltando le spalle nella cabina elettorale ai partiti della sinistra tradizionale (vedere Brexit e Trump). Qual è dunque il collante che può tenere uniti i migliori e chi invece sperimenta difficoltà? Una politica di sviluppo economico locale che incida su quei fattori di crescita controllabili sulla scala cittadina e territoriale. È noto e provato che la scarsa mobilità del fattore lavoro, anche qualificato, si ha laddove siano scarsi i servizi alla persona (dalle scuole d'infanzia ai centri diurni per anziani) e su questo i Comuni possono incidere, come avviene a Reggio. In un’ottica sistemica più vasta, i Comuni possono fare la loro parte per stimolare gli investimenti privati in ricerca e sviluppo, per esempio costruendo legami tra università e imprese (un esempio è il Tecnopolo reggiano) e garantendo infrastrutturazioni migliori e al passo coi tempi in ambito energetico, Ict, nella gestione dei rifiuti e del trasporto. Tutti servizi pubblici, questi, che in molte realtà europee trainano (anziché essere trainate da) la crescita economica spinta dall’avanzamento e dal trasferimento tecnologico.
È in questa ottica che l’Amministrazione cittadina ha inteso muoversi, e continuerà a farlo, anche in continuità con quelle precedenti ma senza rinunciare a introdurre importanti novità. In primo luogo nell’efficientamento, estensione e valorizzazione dei servizi alla persona, che sono beni pubblici in sé, ma che svolgono anche un importante ruolo di facilitatore della crescita, tramite la riorganizzazione dell’Istituzione nidi e scuole d'infanzia (non senza interrogarsi circa una sua possibile maggiore redditività e delle Asp di servizi riorganizzate nella nuova Città delle Persone. Vi sono poi l’importante e innovativo lavoro sulla rigenerazione urbana e la riduzione del consumo di suolo, gli investimenti per l'Arena Eventi, il parco Industriale di Mancasale e il Parco Innovazione alle Reggiane. Si rende necessario un maggiore stimolo alla creazione di legami tra imprese e mondo della ricerca, attraverso il Parco Innovazione e il ruolo di driver del cambiamento da parte delle partecipate, in primis Iren, al quale dobbiamo chiedere di investire sul territorio e produrre, oltre a buona occupazione, anche innovazione e investimento su tecnici, ingegneri e dirigenti i quali devono essere sempre in grado di recuperare la frontiera tecnologica grazie alla formazione continua, magari sviluppando un ambito di alta formazione che ad oggi, molto stranamente per una multiutility, manca. Infine, la buona occupazione deve essere per tutti e quelle realtà private che perseguono oltre al successo economico anche un interesse e un bene sociale devono essere premiate. Ecco l’idea di estendere le clausole premianti nei bandi di gare del Comune all’ambito sociale, favorendo nelle aggiudicazioni chi occupa persone disagiate, e l’idea di estendere tale protocollo a tutte le partecipate del Comune di Reggio Emilia, magari proprio a partire da Iren.
* assessore Bilancio e Sviluppo economico Reggio Emilia
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