Gazzetta di Reggio

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«Flop? Nessun dramma È colpa della scissione» 

di Evaristo Sparvieri
«Flop? Nessun dramma È colpa della scissione» 

Il segretario provinciale Costa: «Penalizzati dal dibattito del Pd nazionale» Poi rilancia: «Nessun partito dà prova di democrazia come il nostro»

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REGGIO EMILIA. «Sapevamo che il dibattito dei mesi scorsi, compresa la scissione, avrebbe influito più qui e nelle cosiddette regioni rosse che altrove. Di chi è la colpa? C’è una responsabilità collettiva a livello nazionale». Il Pd sembra uscito con le ossa rotte, alle prese con un calo di circa 25mila voti fra le primarie di domenica scorsa e quelle 2013, quando alle urne che incoronarono per la prima volta Renzi segretario nazionale si recarono circa 55mila reggiani. Un copione che si è ripetuto anche domenica, quando il popolo dei gazebo ha di nuovo incoronato l’ex premier con il 71,3% delle preferenze, ma contando su una platea di circa 30mila votanti. Numeri che per il segretario provinciale Pd, Andrea Costa, sono «un punto di partenza». E sulla base dei quali, in attesa dell’esito degli esami sulla sua caviglia finita ko proprio domenica, prova a fare i raggi X anche al suo partito. Partendo da una considerazione: «Anche con le stampelle, si può tornare a correre».
Segretario, si aspettava un’affluenza così bassa? I numeri sono drammatici...
«Personalmente non condivido i toni apocalittici cui sono descritte queste primarie. Non vengono utilizzati gli stessi toni per commentare le pseudo consultazioni che fanno altri partiti o altri movimenti. Definire “drammatico” un bacino di circa due milioni di persone che a livello nazionale va a votare le consultazioni di un partito non lo accetto, per i due milioni di votanti, per i volontari e per coloro che si sono spesi nell’organizzazione. Cosa si dovrebbe dire allora degli altri partiti? Ripartiamo da un dato di oggettività».
Che sarebbe?
«Sono andati a votare quasi due milioni di italiani. Non è il dato di arrivo. Ma è il punto di partenza. Figuriamoci se il Pd si accontenta di questi numeri. Non si può accontentare, ma deve partire da qui».
Però a Reggio il calo è stato drastico. E mai il Pd era arrivato così in basso...
«Il dato reggiano è in linea con quello regionale».
Se è per questo anche con le altre regioni rosse. Com’è spiegabile? Segno di un Pd che sta mutando pelle?
«In realtà una spiegazione c’è. Sapevamo benissimo che il dibattito dei mesi scorsi e la scissione qui avrebbero inciso qui più che altrove. È normale che qui la scissione si sia sentita di più. Bersani non è certo siciliano. Errani non è certo piemontese. Qui siamo stati sensibili agli effetti di quel dibattito. Per questo dico che questi numeri sono un punto di partenza per raggiungere un’ambizione del Pd che è anche la mia».
Ovvero?
«Un partito che riesca a costruire un’alternativa ai populismi, che diventi maggioranza nel Paese, che costruisca soluzioni che vanno verso una risoluzione profonda dei problemi delle persone, prima di tutto sul fronte delle disuguaglianze. Come non mi accontenti di questa affluenza, non mi accontenterei nemmeno di raggiungere il 20% alle elezioni. Dobbiamo lavorare ad un partito che diventi maggioranza nel Paese, recuperando ogni singolo italiano che non ha più fiducia nel mio partito».
Ma, di fronte ai numeri, si sarà fatto un’idea di chi sia il responsabile. O no?
«C’è una responsabilità collettiva nazionale».
Nessuna responsabilità locale?
«Non bisogna confondere i piani. Quando il Pd va bene, va bene anche a Reggio. Quando va male, va male anche a Reggio. Il livello locale segue l’onda del nazionale. Per questo dico che la colpa è collettiva, come Pd nazionale nel suo complesso. E sono da individuare colpe anche fra i fuoriusciti. Le fratture fanno male, lasciano segni. Lo dico a maggior ragione ora che sono in stampelle. Ma anche stando in stampelle si può tornare a correre. Serve esercizio quotidiano».
E quindi? Qual è la cura da un punto di vista politico?
«Secondo me oggi la questione da affrontare come priorità è la disuguaglianza. Bisogna costruire una visione “altro-mondista”».
Altro-mondista?!? In che senso?
«Faccio questa riflessione. Tra fine anni ‘90 e 2000, il centrosinistra ha governato un po’ ovunque, dall’Inghilterra alla Germania agli Usa. Vent’anni dopo, sinistra e centrosinistra sono quasi ovunque all’opposizione. Alla sinistra e al centrosinistra vengono addebitate tutte le disfunzioni che la globalizzazione ha portato con sé. In sostanza, se gli Usa votano Trump è perché considerano la sinistra incapace di governare questi fenomeni. Sinistra e centrosinistra, tuttavia, non devono scimmiottare Trump. Ma diventa fondamentale costruire una nuova visione del mondo, in antitesi alla chiusura».
Ma perché gli elettori dovrebbero ridarvi fiducia anche adesso?
«Siamo gli unici ad offrire soluzioni. Chi propone chiusure prende in giro le persone. Si prenda Trump: parla di chiusura, ma il 50% del debito pubblico americano è in mano ai cinesi. E non c’è tweet di Trump che può evitarlo. Per questo al centro dell’agenda pongo il tema dei diritti, coinvolgendo le persone e motivandole su una visione del mondo che possa fare da guida».
E la guida su Reggio? Tra un po’ si farà anche il congresso provinciale. Lei cosa farà, si ricandiderà?
«Il congresso, se sarà confermato, ci sarà il prossimo autunno. E da qui a ottobre ne parleremo».
È però innegabile che in questi quattro anni il Pd reggiano è profondamente cambiato. Teme nuove fuoriuscite verso gli scissionisti?
«Io auspico di no e credo di no. Anche perché non capirei la ratio».
Forse proprio il risultato delle primarie: un nuovo plebiscito per Renzi. Se lo aspettava?
«Sinceramente sì. E ribadisco: l’affluenza non la considero bassa. Hanno votato a Reggio più di 30mila persone in una competizione di partito in cui c’era un candidato che partiva decisamente in vantaggio. Per definire bassa l’affluenza, bisogna avere un parametro di confronto. Non mi sembra che altri partiti diano queste possibilità di democrazia ai proprio militanti».
Ma conviene ancora fare le primarie davanti a questi cali?
«Assolutamente sì. Perché togliere alle persone la possibilità di esprimersi con un voto?».
In ogni primaria, però, rispunta la polemica sui due euro a voto...
«La politica non deve essere finanziata. Va bene, siamo d’accordo E infatti abbiamo tolto il finanziamento ai partiti. Se però i nostri elettori decidono di darci due euro perché negarglielo? Non va bene neanche così? Vuol dire che per fare le primarie ci finanzieremo vendendo pubblicità sul blog del padrone, come fa qualcun altro...» .
Sembra che il risultato non la preoccupi più di tanto. È così?
«Io penso che domenica ci sia stata una bella prova di democrazia che nessun altro partito è in grado di organizzare. È curioso subire le critiche da parte di quanti non praticano questo stesso esercizio. È chiaro che gli elementi di preoccupazione li ho tutti ben presenti. Ma il tema non è l’affluenza, proprio perchè questi numeri sono un punto di partenza. Domenica il Pd non ha esaurito la sua funzione. Renzi ha vinto. E per noi è stato solo il primo minuto di gioco di una partita che comincia adesso. E il cui risultato mi auguro sia riuscire a costruire una visione che contenga le soluzioni ai grandi problemi degli italiani. Il vero lavoro inizia adesso».

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