polemica sul metodo Paterlini-Bréchot
Il direttore dell’Oncologia «Può essere fuorviante»
REGGIO EMILIA. «Un test del sangue per individuare in anticipo i tumori? Fuorviante pensarlo». Il dottor Carmine Pinto (nella foto) interviene così sul metodo Paterlini-Bréchot. La ricercatrice...
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REGGIO EMILIA. «Un test del sangue per individuare in anticipo i tumori? Fuorviante pensarlo». Il dottor Carmine Pinto (nella foto) interviene così sul metodo Paterlini-Bréchot. La ricercatrice reggiana (ma laureata a Modena) Patrizia Paterlini è stata ospite il primo maggio negli studi di Porta a Porta, dove ha presentato il metodo Iset (isolamento per dimensione delle cellule tumorali), scatenando una forte reazione da parte degli oncologi.
«A oggi non vi sono test sul sangue che permettano diagnosi di tumore nella popolazione generale sana», interviene Pinto, direttore della struttura complessa di Oncologia di Santa Maria Nuova e dal 2014 presidente nazionale dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom).
«Mancano dati che validino con studi clinici controllati l’impiego nella pratica clinica questo tipo di esame – prosegue – le conclusioni della professoressa Paterlini-Brechot sono basate su un unico studio, pubblicato nel 2014 da un gruppo francese». Per il medico i problemi potenziali sono due: «Non sappiamo quanto sia sensibile rilevare tutti quei dati che possono dare falsa tranquillità». È quindi il caso, secondo l’esperto, di fare chiarezza. «L’individuazione di marcatori precoci di rischio è un tema rilevante della ricerca oncologica. Una delle strade percorse si basa sull’individuazione di geni difettosi che possano predisporre allo sviluppo del tumore. Si parte cioè dal principio che la probabilità di sviluppare la malattia sia già scritta nel nostro Dna molti anni prima della diagnosi. A oggi, si tratta di un interessante settore di ricerca non ancora supportato da evidenze per l’utilizzo in sanità pubblica». L’entusiasmo dimostrato in tv dall’autrice di “Uccidere il cancro”, dunque, va rivisto criticamente. Il dottor Pinto dimostra come vi siano numerosi filoni di ricerca («come i gruppi sui tumori nei fumatori») in cui i risultati potrebbero giungere, sebbene non si sappia né quali né quando. Per il medico l’attenzione può essere posta sui portatori di mutazioni con sindromi ereditarie a rischio di sviluppare una forma tumorale. Un campione ristretto, che rappresenta meno del 2% della popolazione di riferimento.
«Proprio in questi casi – continua Pinto – vi sono test genetici offerti gratuitamente, in strutture specializzate e secondo precisi protocolli, a chi ha già avuto fra i parenti più stretti un certo numero di casi di cancro (e solo per i tumori del seno, ovaio e colon) che indicano la presenza di ereditarietà genetica». La ricerca deve proseguire. «Non è possibile indicare un anno in cui sconfiggeremo i tumori – conclude l’esperto – si tratta di una lotta che viene combattuta ogni giorno, grazie alla prevenzione, alla ricerca e alle nuove terapie. È fuorviante, soprattutto se lo strumento utilizzato è il servizio pubblico, far credere che basti un semplice test del sangue per individuare in anticipo la malattia e sconfiggerla». (g.f.)
«A oggi non vi sono test sul sangue che permettano diagnosi di tumore nella popolazione generale sana», interviene Pinto, direttore della struttura complessa di Oncologia di Santa Maria Nuova e dal 2014 presidente nazionale dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom).
«Mancano dati che validino con studi clinici controllati l’impiego nella pratica clinica questo tipo di esame – prosegue – le conclusioni della professoressa Paterlini-Brechot sono basate su un unico studio, pubblicato nel 2014 da un gruppo francese». Per il medico i problemi potenziali sono due: «Non sappiamo quanto sia sensibile rilevare tutti quei dati che possono dare falsa tranquillità». È quindi il caso, secondo l’esperto, di fare chiarezza. «L’individuazione di marcatori precoci di rischio è un tema rilevante della ricerca oncologica. Una delle strade percorse si basa sull’individuazione di geni difettosi che possano predisporre allo sviluppo del tumore. Si parte cioè dal principio che la probabilità di sviluppare la malattia sia già scritta nel nostro Dna molti anni prima della diagnosi. A oggi, si tratta di un interessante settore di ricerca non ancora supportato da evidenze per l’utilizzo in sanità pubblica». L’entusiasmo dimostrato in tv dall’autrice di “Uccidere il cancro”, dunque, va rivisto criticamente. Il dottor Pinto dimostra come vi siano numerosi filoni di ricerca («come i gruppi sui tumori nei fumatori») in cui i risultati potrebbero giungere, sebbene non si sappia né quali né quando. Per il medico l’attenzione può essere posta sui portatori di mutazioni con sindromi ereditarie a rischio di sviluppare una forma tumorale. Un campione ristretto, che rappresenta meno del 2% della popolazione di riferimento.
«Proprio in questi casi – continua Pinto – vi sono test genetici offerti gratuitamente, in strutture specializzate e secondo precisi protocolli, a chi ha già avuto fra i parenti più stretti un certo numero di casi di cancro (e solo per i tumori del seno, ovaio e colon) che indicano la presenza di ereditarietà genetica». La ricerca deve proseguire. «Non è possibile indicare un anno in cui sconfiggeremo i tumori – conclude l’esperto – si tratta di una lotta che viene combattuta ogni giorno, grazie alla prevenzione, alla ricerca e alle nuove terapie. È fuorviante, soprattutto se lo strumento utilizzato è il servizio pubblico, far credere che basti un semplice test del sangue per individuare in anticipo la malattia e sconfiggerla». (g.f.)
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