«Marco era buono, non certo un violento»
Lo sfogo degli ex compagni di classe. Due colleghi: «Ucciso da nostri connazionali, per noi una colpa»
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QUATTRO CASTELLA. È dall’inizio del processo che amici e conoscenti della famiglia Montruccoli seguono, numerosi, quanto sta avvenendo in Assise dall’ottobre scorso.
Ma stavolta – durante una pausa dell’udienza – chi specificatamente conosceva Marco Montruccoli che cerca i cronisti per replicare a quanto sentito fino a quel momento nell’arringa dell’avvocato difensore Carlo Taormina. Si sentono feriti dalla descrizione di Marco come un violento che non sa controllarsi e nel tragico incontro nel monolocale alle Forche del 2 febbraio 2015 e massacra di botte uno dei due imputati – cioè Daniel Tufa – a testate e ginocchiate. Gli ex compagni di classe dell’istituto per geometri “Secchi” – Gianmaria Gozzi, Simona Ferrarini, Davide Casoli ed Alessandro Montagna – vanno subito al sodo, rimarcando che Marco non era certo quello “dipinto” dalla difesa: «Non era certo un tipo violento e con tutte le storie uscite in questo processo non c’entrava proprio nulla. Era di compagnia, altruista, amava il suo lavoro ed aveva una continua voglia d’apprendere nel lavoro. Alle mancanze come esempio del fratello maggiore Matteo, aveva supplito lui, seguendo la sorella minore Martina, come del resto aveva fatto con la sua famiglia. Un punto di riferimento per la famiglia, ma anche per noi compagni di scuola che con lui avevamo un rapporto intenso».
Nel discorso entrano subito due colleghi di lavoro, sono artigiani albanesi (Armen Quka e Skura Kujtim), connazionali dei due imputati e proprio su questo tasto battono subito: «È come se ci sentissimo in colpa per quanto accaduto a Marco – dicono affranti – proprio perché un nostro connazionale è accusato dell’omicidio. Era un fratello per noi, da dieci anni lavoravamo con lui ed abbiamo potuto apprezzare la sua generosità, la correttezza nei pagamenti, l’allegria. Per noi è un dolore enorme, non doveva succedere una cosa così. Matteo? Non ce ne parlava quasi mai». Infine l’insegnante di scuola d’infanzia – Mara Ruozi – che ha conosciuto Marco come genitore affettuoso e molto presente con i due figli di cui la maestra si è occupata: «Un padre responsabile e premuroso. Mi ha sconvolto quanto detto da Taormina, con enfasi si arrampica sugli specchi. Marco non c’entra nulla con questa torbida storia».
Ma stavolta – durante una pausa dell’udienza – chi specificatamente conosceva Marco Montruccoli che cerca i cronisti per replicare a quanto sentito fino a quel momento nell’arringa dell’avvocato difensore Carlo Taormina. Si sentono feriti dalla descrizione di Marco come un violento che non sa controllarsi e nel tragico incontro nel monolocale alle Forche del 2 febbraio 2015 e massacra di botte uno dei due imputati – cioè Daniel Tufa – a testate e ginocchiate. Gli ex compagni di classe dell’istituto per geometri “Secchi” – Gianmaria Gozzi, Simona Ferrarini, Davide Casoli ed Alessandro Montagna – vanno subito al sodo, rimarcando che Marco non era certo quello “dipinto” dalla difesa: «Non era certo un tipo violento e con tutte le storie uscite in questo processo non c’entrava proprio nulla. Era di compagnia, altruista, amava il suo lavoro ed aveva una continua voglia d’apprendere nel lavoro. Alle mancanze come esempio del fratello maggiore Matteo, aveva supplito lui, seguendo la sorella minore Martina, come del resto aveva fatto con la sua famiglia. Un punto di riferimento per la famiglia, ma anche per noi compagni di scuola che con lui avevamo un rapporto intenso».
Nel discorso entrano subito due colleghi di lavoro, sono artigiani albanesi (Armen Quka e Skura Kujtim), connazionali dei due imputati e proprio su questo tasto battono subito: «È come se ci sentissimo in colpa per quanto accaduto a Marco – dicono affranti – proprio perché un nostro connazionale è accusato dell’omicidio. Era un fratello per noi, da dieci anni lavoravamo con lui ed abbiamo potuto apprezzare la sua generosità, la correttezza nei pagamenti, l’allegria. Per noi è un dolore enorme, non doveva succedere una cosa così. Matteo? Non ce ne parlava quasi mai». Infine l’insegnante di scuola d’infanzia – Mara Ruozi – che ha conosciuto Marco come genitore affettuoso e molto presente con i due figli di cui la maestra si è occupata: «Un padre responsabile e premuroso. Mi ha sconvolto quanto detto da Taormina, con enfasi si arrampica sugli specchi. Marco non c’entra nulla con questa torbida storia».
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