Gazzetta di Reggio

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Taormina invoca la legittima difesa 

di Tiziano Soresina
Taormina invoca la legittima difesa 

Nella lunga arringa attacca Matteo («Un impostore inattendibile») e parla di «trappola in cui caddero i due imputati»

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QUATTRO CASTELLA. Una settimana prima, nell’aula di Assise, il pm Maria Rita Pantani aveva chiesto l’ergastolo con 18 mesi di isolamento diurno per i due imputati albanesi (Fatmir Hykay e Daniel Tufa), ritenendoli crudeli esecutori – il 2 febbraio 2015 – dell’assassinio del 34enne Marco Montruccoli e del tentato omicidio del fratello maggiore Matteo, con lo spaccio di stupefacenti come movente di tanta violenza.
Ieri è giunta la replica-fiume (durata quasi cinque ore) dell’avvocato difensore Carlo Taormina che ha inquadrato la vicenda nel solco della legittima difesa, facendo riferimento – sul punto – ai precedenti pronunciamenti del Riesame di Bologna e della Cassazione (nell’ambito della battaglia legale sulle misure cautelari), ma anche ad una sistematica “distruzione” del racconto fatto da Matteo (che accusa i due imputati), aggiungendo «che non c’è nessuna prova sul fatto che i miei due assistiti siano dei trafficanti di droga». Attacchi duri che Matteo si è risparmiato («Non se l’è sentita fisicamente di venire» rimarca l’avvocato di parte civile Marco Fornaciari) e su questa assenza arriva anche il commento del difensore: «Mi dispiace che non ci sia».
Secondo Taormina il fratello sopravvissuto «è autore di una montatura» finalizzata a contrattare e guadagnarsi un risparmio di pena per la sua detenzione di droga. Lo definisce «un impostore», parla di «calunnia», leggendo a più riprese le intercettazioni ambientali in ospedale, in cui Matteo incolpa Marco d’aver scatenato tutta quella violenza. Sentito in aula diverse udienze fa, Matteo aveva dato una spiegazione diversa di quelle frasi intercettate, dicendo che si era rifugiato – a caldo – in quella ricostruzione per non sentirsi schiacciato dai sensi di colpa per la morte del fratello di fronte alla famiglia, aggiungendo poi che la sua mente era anche confusa dai farmaci. L’avvocato Taormina ritiene, invece, che Matteo abbia raccontato la verità in quelle ore, per arrivare a dire che i due giovani albanesi erano caduti il 2 febbraio 2015 in un’autentica trappola: «Hykay e Tufa erano andati da Matteo come mamma li ha fatti: senza coltelli, senza pistole». Sempre per il difensore il monolocale dove c’erano i coltelli, il machete, la pistola e persino un pitone, doveva essere il luogo prescelto dai due fratelli per il «classico pestaggio», non c’era via di fuga possibile («La porta d’ingresso fu subito chiusa appena entrati i due imputati ed anche la porta-finestra era chiusa») e se anche Matteo fosse intervenuto «sarebbe stata una carneficina, grazie a Dio – rimarca il legale – Tufa l’ha fermato». Per la difesa i due imputati erano andati a quell’incontro convinti di dover parlare del debito di 30mila euro che non riuscivano a saldare a Matteo. «Quel che conta – dice Taormina – è che ci sia stato un contesto di aggressione e pericolo attuale per l’incolumità personale: non c’è mai stato un momento in cui ci sia stata cessazione dell’aggressione ai due imputati». Resta il fatto che Marco era a mani nude e venne accoltellato 14 volte. «La pluralità delle coltellate – è la tesi difensiva – è il segno classico della confusione, del gran casino che si era verificato, eccentrico rispetto a una intenzionalità: chi vuole davvero uccidere dà due o tre coltellate e basta». Un film difensivo senza soluzione di continuità: prima la «selvaggia» aggressione di Marco a Tufa e con Matteo impegnato a tenere a bada col machete Hykay che chiedeva di smettere. Un assalto seguito dall’inseguimento di Marco verso Fatmir con la stessa volontà mentre stavolta era Tufa a fermare Matteo che voleva dar man forte al fratello. Solo allora Hykay avrebbe preso i due coltelli in cucina.
Esaurita l’arringa difensiva, ora è solo il momento – venerdì prossimo – di repliche e sentenza. Sarà un’udienza tesissima.

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