«Ucciso con quattordici coltellate Non può essere legittima difesa»
Quattro Castella, i legali di parte civile contro Taormina per la ricostruzione dell’omicidio Montruccoli «Marco non era una persona violenta ma, a detta di tutti, un onesto artigiano e un padre di famiglia»
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QUATTRO CASTELLA. «Marco Montruccoli è stato massacrato: non è stata una legittima difesa». Lo aveva detto il pm Maria Rita Pantani nel corso della sua requisitoria e sono pronti a ribadirlo i legali delle parti civili dopo la lunga arringa dell’avvocato Carlo Taormina, che in cinque ore ha sostenuto a più riprese che gli albanesi Fatmir Hykay e Daniel Tufa il 2 febbraio del 2015 nel monolocale alle Forche si sono solo difesi.
«In questa vicenda – dice l’avvocato Giovanni Tarquini, che tutela la sorella e una figlia della vittima – non si può invocare la legittima difesa. Di fronte a tutte quelle coltellate, alcune delle quali hanno sbriciolato le ossa, appare davvero una tesi difficile da sostenere. E ancora più difficile pensare che Marco Montruccoli continuasse a reagire mentre veniva colpito dalle coltellate».
In proposito il legale siciliano ha invece sostenuto che «la pluralità delle coltellate è il segno classico della confusione, del gran casino che si era verificato, eccentrico rispetto a un’intenzionalità: chi vuole davvero uccidere dà due o tre coltellate». Secondo Taormina le colpe di questa situazione sarebbero di Marco Montruccoli, che avrebbe aggredito «selvaggiamente» Tufa, mentre Matteo teneva a bada Hykay con un machete. E poi lo stesso Marco avrebbe inseguito Hykay per dare man forte al fratello: solo allora Fatmir avrebbe preso i due coltelli da cucina.
Nell’udienza finale di venerdì ci sarà spazio per le repliche finali e le parti non sono certo a corto di argomenti. «La ricostruzione dell’avvocato difensore – prosegue Tarquini – fa a pugni con la realtà processuale già emersa in sede di discussione. Nelle repliche non dovremo fare altro che far tornare a galla la verità processuale che è già stata delineata con chiarezza. Marco era un ingenuo che si è trovato in una situazione che non si aspettava: non era certo una persona violenta». Tarquini rende comunque merito al collega Taormina, per l’accorata arringa, durata cinque ore, durante la quale la toga è stata ascoltata con attenzione dal collegio.
Anche l’avvocato Francesca Guazzi, che assiste i genitori della vittima, la vedova con i due figli di 6 e 12 anni, si prepara a contestare nella sua replica alcuni elementi della ricostruzione del collega Taormina: «È stata una discussione molto articolata e a mio avviso non priva di lacune in quanto sono stati ignorati elementi probatori emersi in modo evidente ed eclatante nel dibattimento». C’è un aspetto che l’avvocato Guazzi tiene a sottolineare: «Marco Montruccoli non era un violento: non è mai emerso questo aspetto. Era un onesto artigiano, un marito e un padre di famiglia che non aveva nulla a che fare col traffico di droga».
L’arringa di Taormina ha fatto leva su quello che Matteo Montruccoli disse ai genitori quando era ricoverato in ospedale, senza sapere di essere intercettato, accusando il fratello Marco di aver scatenato tutta quella violenza. Matteo, sentito in aula, ha poi detto di aver detto quelle cose perché era schiacciato dal senso di colpa per la morte del fratello, che aveva coinvolto nei suoi problemi con i due albanesi.
Nella sua ricostruzione l’avvocato Taormina ha escluso l’elemento dello spaccio della droga, che invece per il pm Pantani è centrale in questa vicenda. I due albanesi sostengono che il giorno dell’omicidio dovevano discutere con Matteo di un debito di 30mila euro. Una ricostruzione che non convince i legali delle parti civili e l’accusa. Nella sua requisitoria il pm è stato categorico riferendosi a Matteo: «Un uomo non in grado di fare un prestito da 30mila euro perché fa una vita da miserabile, a cui staccano le utenze, che non riesce a mantenere il figlio e a pagare l’assicurazione dell’auto».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
«In questa vicenda – dice l’avvocato Giovanni Tarquini, che tutela la sorella e una figlia della vittima – non si può invocare la legittima difesa. Di fronte a tutte quelle coltellate, alcune delle quali hanno sbriciolato le ossa, appare davvero una tesi difficile da sostenere. E ancora più difficile pensare che Marco Montruccoli continuasse a reagire mentre veniva colpito dalle coltellate».
In proposito il legale siciliano ha invece sostenuto che «la pluralità delle coltellate è il segno classico della confusione, del gran casino che si era verificato, eccentrico rispetto a un’intenzionalità: chi vuole davvero uccidere dà due o tre coltellate». Secondo Taormina le colpe di questa situazione sarebbero di Marco Montruccoli, che avrebbe aggredito «selvaggiamente» Tufa, mentre Matteo teneva a bada Hykay con un machete. E poi lo stesso Marco avrebbe inseguito Hykay per dare man forte al fratello: solo allora Fatmir avrebbe preso i due coltelli da cucina.
Nell’udienza finale di venerdì ci sarà spazio per le repliche finali e le parti non sono certo a corto di argomenti. «La ricostruzione dell’avvocato difensore – prosegue Tarquini – fa a pugni con la realtà processuale già emersa in sede di discussione. Nelle repliche non dovremo fare altro che far tornare a galla la verità processuale che è già stata delineata con chiarezza. Marco era un ingenuo che si è trovato in una situazione che non si aspettava: non era certo una persona violenta». Tarquini rende comunque merito al collega Taormina, per l’accorata arringa, durata cinque ore, durante la quale la toga è stata ascoltata con attenzione dal collegio.
Anche l’avvocato Francesca Guazzi, che assiste i genitori della vittima, la vedova con i due figli di 6 e 12 anni, si prepara a contestare nella sua replica alcuni elementi della ricostruzione del collega Taormina: «È stata una discussione molto articolata e a mio avviso non priva di lacune in quanto sono stati ignorati elementi probatori emersi in modo evidente ed eclatante nel dibattimento». C’è un aspetto che l’avvocato Guazzi tiene a sottolineare: «Marco Montruccoli non era un violento: non è mai emerso questo aspetto. Era un onesto artigiano, un marito e un padre di famiglia che non aveva nulla a che fare col traffico di droga».
L’arringa di Taormina ha fatto leva su quello che Matteo Montruccoli disse ai genitori quando era ricoverato in ospedale, senza sapere di essere intercettato, accusando il fratello Marco di aver scatenato tutta quella violenza. Matteo, sentito in aula, ha poi detto di aver detto quelle cose perché era schiacciato dal senso di colpa per la morte del fratello, che aveva coinvolto nei suoi problemi con i due albanesi.
Nella sua ricostruzione l’avvocato Taormina ha escluso l’elemento dello spaccio della droga, che invece per il pm Pantani è centrale in questa vicenda. I due albanesi sostengono che il giorno dell’omicidio dovevano discutere con Matteo di un debito di 30mila euro. Una ricostruzione che non convince i legali delle parti civili e l’accusa. Nella sua requisitoria il pm è stato categorico riferendosi a Matteo: «Un uomo non in grado di fare un prestito da 30mila euro perché fa una vita da miserabile, a cui staccano le utenze, che non riesce a mantenere il figlio e a pagare l’assicurazione dell’auto».
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