Gazzetta di Reggio

Reggio

Nessun futuro per l’ex cinema Ambra 

di Luciano Salsi
Nessun futuro per l’ex cinema Ambra 

Il Comune perde il ricorso al Tar per il recupero dell’edificio vincolato dalla Soprintendenza. Dieci anni di abbandono

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REGGIO EMILIA. È rinviato a chissà quando il recupero di due immobili cari ai reggiani ma chiusi e abbandonati da molti anni, il cinema Ambra appartenente a privati e la sala Verdi annessa al Teatro Ariosto, che è di proprietà comunale.
Il Tar di Parma, infatti, ha respinto il ricorso del Comune, che esigeva il rispetto della convenzione urbanistica secondo la quale l’ex-cinema sarebbe stato trasformato in un complesso di alloggi, negozi e garage sotterranei a condizione che i proprietari controbilanciassero l’aumento di valore ristrutturando a loro spese la sala Verdi.
L’accordo, stipulato nel 2005, era saltato a causa della Soprintendenza, che, vista l’ubicazione della sala cinematografica in pieno centro storico, aveva ipotizzato la presenza nel sottosuolo di beni archeologici da recuperare con un meticoloso e prolungato scavo preliminare. Ciò ha fatto slittare i tempi dell’operazione e ne ha aumentato la previsione di spesa scoraggiando i proprietari che, una volta scaduti i termini contrattuali, si sono sentiti in diritto di recedere dalla convenzione. Il Comune, invece, chiedeva che l’intesa fosse rispettata, ma il Tar gli ha dato torto. Ora l’ente locale prevede di ristrutturare e mettere a norma la sala Verdi, capace di circa trecento posti, con i propri fondi. A tale scopo ha inserito l’intervento nel piano triennale 2018-2020, ma per attuarlo occorrono risorse cospicue, dai 300 ai 400 mila euro.
All’ex-Ambra, per sbloccare l’iniziativa occorrerebbe il subentro di un privato che scommetta anche su una valorizzazione archeologica dell’immobile, come ha saputo fare, a poca distanza, il Credito Emiliano. Risale al 2005 la pubblicazione del bando che, in attuazione del Piano strategico di valorizzazione del centro storico conforme al Piano regolatore del 2001, prevedeva la partecipazione di operatori pubblici e privati. La Società industria cinematografica e affini appartenente a Adalberto Bianchi, proprietaria dell’Ambra, vi aderì firmando la convenzione che, per compensare il cambio di destinazione d’uso e l’ampliamento dell’immobile, la impegnava a ristrutturare la sala Verdi. Successivamente entrò in scena l’impresa immobiliare Bedocchi spa, che il 19 febbraio 2007 firmò con Sica un contratto preliminare d’acquisto dell’ex-cinema, subordinandolo all’approvazione del progetto di massima da parte del Comune. Si prevedeva, quindi, che l’intervento sarebbe stato eseguito alle stesse condizioni dal nuovo proprietario.
Tuttavia l’anno dopo sopravvenne la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia-Romagna a complicare le cose con un atto dell’8 ottobre 2008 in cui si segnalava ai contraenti dell’intesa che il sito occupato dall’ex-Ambra è «ad alto rischio archeologico per la presenza nelle sue adiacenze di stratificazioni e resti strutturali di età preromana, romana, tardo antica, medievale e rinascimentale riconducibili alla crescita e alle trasformazioni della città di Reggio Emilia nei secoli». Quindi la Soprintendenza evidenziava la necessità di provvedere «a una verifica archeologica preliminare mediante saggi di accertamento preventivo, a cui potranno seguire scavi estensivi ove sarà ritenuto necessario, al fine di verificare la compatibilità dell’intervento di progetto con la tutela di quanto conservato nel sottosuolo». I tempi, quindi, si allungavano e il termine di esecuzione dell’accordo veniva spostato al 19 marzo 2009.
Il giorno dopo, vista la mancata approvazione da parte del Comune del relativo Programma di recupero urbano, la ditta Bedocchi recedeva dal contratto preliminare d’acquisto. Il Comune, che si opponeva, ha notificato il ricorso al Tar il 16 gennaio 2013, quando era sindaco pro-tempore Ugo Ferrari. Vi si chiedeva il rispetto della convenzione urbanistica, la consegna della fidejussione di 400 mila euro per la ristrutturazione della sala Verdi e il risarcimento dei danni per un importo di 15 mila euro.
Il tribunale amministrativo, invece, lo scorso 11 gennaio ha sentenziato respingendo l’istanza e condannando il Comune a pagare tremila euro più Iva e Cpa di spese processuali.

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